martedì, Novembre 12

Mauritania, liberato Cristian Provvisionato

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«Cristian Provvisionato è libero. Sta rientrando in Italia. Gli ho parlato. Grazie alle autorità della Mauritania. Un altro obiettivo centrato». Ad annunciarlo il Ministro degli Esteri Angelino Alfano su Twitter. Il milanese, 43 anni, era detenuto in Mauritania dall’agosto del 2015, con l’accusa di far parte di una banda internazionale responsabile di una truffa informatica ai danni del Paese africano.

Provvisionato, bodyguard, era rimasto coinvolto in un intrigo internazionale dai contorni poco chiari che riguardava l’acquisto di software-spia da parte delle autorità del Paese. Era stato arrestato per una presunta truffa di un milione e mezzo di euro ai danni del Governo della Mauritania ad opera di un pool di società estere con cui collaborava anche una azienda milanese. Da subito Provvisionato si era dichiarato completamente estraneo alla vicenda, ed era sto chiaro a chi se ne era occupato nel periodo in cui tutti tacevano, che si trattava a tutti gli effetti  di una spy story.  Una brutta vicenda che  nei giorni scorsi, quando  Alfano aveva incontrato la madre, Doina Coman, assicurandole massimo impegno per giungere a una rapida soluzione della vicenda, si è capito si stava finalmente per risolvere.

A commentare la liberazione di Provvisionato anche il presidente Mattarella: «Una notizia davvero molto buona, attesa, è un grande risultato, dopo tanto tempo è una soddisfazione saperlo libero. E’ stato un lavoro lungo, complesso ma finalmente arrivato a risultato». Il premier Paolo Gentiloni ha ringraziato il presidente della Mauritania Mohamed Ould Abdel Aziz per la liberazione, «segno dell’amicizia verso l’Italia».

Passiamo alla Turchia, dove la polizia ha arrestato stamane 53 ex dipendenti della Borsa di Istanbul per sospetti legami con la rete che fa capo all’imam Fethullah Gulen, accusato da Ankara di essere dietro il fallito golpe dello scorso 15 luglio. Stamane le autorità hanno ordinato l’arresto di 102 persone nell’ambito di questa indagine. Finora circa 49 mila persone sono state arrestate, 150 mila sono state indagate e circa 145 mila tra funzionari pubblici, uomini della sicurezza e accademici, inoltre, sono stati sospesi o licenziati. Il presidente Recep Tayyip Erdogan ha annunciato che chiederà l’estradizione dell’imam Fetullah Gulen durante il suo prossimo incontro con il presidente americano Donald Trump il 16 maggio alla Casa Bianca.

Arrestato anche Oguz Guven, direttore del sito del giornale di opposizione Cumhuriyet, per un articolo pubblicato sull’edizione online del giornale sulla morte sospetta avvenuta mercoledì in un presunto incidente stradale di Mustafa Alper, capo procuratore di Denizli, provincia della Turchia sudoccidentale.

Negli Usa i leader del Senato, il repubblicano Mitch McConnell e il democratico Chuck Schumer, hanno invitato il vice ministro della Giustizia, Rod Rosenstein, ad un incontro per spiegare ai tutti i 100 senatori le ragioni del licenziamento di James Comey deciso dal presidente Donald Trump. La notizia è stata data direttamente dal senatore Schumer, in un intervento in aula.

«È meglio che James Comey speri che non vi siano ‘registrazioni’ delle nostre conversazioni prima che si metta a dare notizie alla stampa». È questo il monito Trump rivolge oggi via Twitter all’ormai ex direttore dell’Fbi. Un tweet che alluderebbe alla possibilità che Trump registri le sue conversazioni nello Studio Ovale ma di cui al momento non esistono conferme.

Sul fronte Obamacare, «Se riusciamo a far passare la riforma sanitaria (al Congresso), è per questo motivo, lo sapete che tanti hanno detto ‘Ma perché non si occupa prima delle tasse’, con la riforma sanitaria riusciremo a risparmiare un bel po’, qualcosa come 400-900 miliardi di dollari. E tutti quei soldi andranno nella riduzione delle imposte. A dichiararlo è il presidente Trump, illustrando gli effetti che la legge che sostituisce la riforma sanitaria voluta da Obama dovrebbe avere sulle tasse. Risorse che secondo Trump permetteranno a tante imprese di rilocalizzare la produzione negli Usa. «Se le nostre aziende lasciano il paese se ne vanno per molte ragioni ma una delle principali è la pressione fiscale troppo alta».

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