mercoledì, Agosto 21

Matteo Renzi, il distruttore e i suoi complici Lotti, Rosato, Boschi … abbiamo bisogno di adulti, di quelli veri, non certo dei maschietti che sbavavano per Matteo Renzi e che pensavano di esserlo solo perché pisciavano in piedi

0

La vicenda in cui sono convolti Luca Lotti, uomo di fiducia di Matteo Renzi (che lo difende appassionatamente), e alcuni magistrati che ricoprivano ruoli delicatissimi, ci induce ad affermare che, nella loro ostinata opera di demolizione, i leader vengono spesso superati dai comprimari. La leva di tanto zelo è la gratitudine. Costoro, infatti, al capo devono tutto, senza di esso sarebbero rimasti ai blocchi di partenza, e il timore, giustificatissimo, di non essere niente, sarebbe diventato certezza.

Non tacciono, i comprimari, neppure di fronte alla gravità istituzionale dell’accaduto, che se non recherà i danni di un default finanziario poco ci manca, memori di altri default magari nei registri pedagogici più privatiÈ sospetto il ritornello al leader forte.

Penso alle parole di questi giorni del vicepresidente della Camera Ettore Rosato, un fine ragionamento in nome e per conto del suo mentore. «Se partiamo dal principio che la politica richiede leadership, io dico che di leadership in giro se ne vedono tante, ma di quelle che muovono il Paese ne ho vista una», ovviamente si riferisce a Matteo Renzi, che secondo noi , invece, dovrebbe occuparsi di tutt’altro, di sicuro non di politica, auspicio che vale anche per lo stesso Rosato, perché un Paese (e un partito) democratico elettori non necessita del pastore che guida le pecore, semmai di un adulto in grado di rendere una sintesi perfetta di ciò che si muove nella pancia e nel cervello del Paese, che è molto di più di quanto non possano contenere certe teste, certi angusti ricoveri.

Abbiamo bisogno di adulti, di quelli veri, però, non certo dei maschietti che sbavavano per Matteo Renzi e che pensavano di esserlo solo perché pisciavano in piedi.
Ovviamente, le colpe sono diffuse, tante componenti contribuirono a trasformare un bluff colossale, anche umanamente, in un capo politico, persino la psicologia non si tirò indietro, per bocca di qualche suo aulico rappresentante, dimentico del ruolo critico che dovrebbe esercitare un intellettuale.
Ma l’Italia è il Paese del melodramma, e Rigoletto continua ad essere molto rappresentato nei suoi teatri.

Se fossero stati davvero adulti ce ne saremmo accorti da diversi segnali, tanto per cominciare avremmo visto accesa la lampadina dello spirito critico, cosa che avrebbe risparmiato al partito la rapidissima perdita di più della metà dei propri consensi e l’arrivo dell’attuale, pericoloso, Governo.

Invece niente, solo incenso, risatine compiaciute, anche quando il leader giocava a rutti e puzzette con i suoi avversari politici e con l’intero Paese. Un esempio dello stile di questo grande statista, lo avevamo colto nelle ore successive all’approvazione della riforma della Pubblica amministrazione, un traguardo importante, anzi, fondamentale, che avrebbe dovuto migliorare il funzionamento dello Stato e delle sue articolazioni. Un successo del Governo che meritava di essere accompagnato da parole responsabili, invece il Presidente del Consiglio di allora, Matteo Renzi, al pari di un bambino dispettoso, si era messo a provocare su Twitter: «Un abbraccio agli amici gufi». Avete capito bene, si trattava proprio del segretario del maggiore partito italiano, nonché del capo del Governo, colto nella sua performance migliore, fare lo sbruffone con gli avversari interni, che pure non sollevavano e non sollevano nei cittadini sentimenti di nostalgia.

Una cosa da brividi, sia per il sottoscritto sia per il vicepresidente della Camera, brividi diversi, però, i miei sono di rabbia. Per esplorare i suoi dovrei conoscerlo meglio, ma se valuto le sue espressioni di stima dirette alla figura del capo, qualcosa mi viene in mente.  Così come qualcosa mi viene in mente leggendo che l’onorevole Maria Elena Boschi si lamenta per gli attacchi interni a Luca Lotti, mi chiedo se la logica è che si difende il sodale fino alla morte e a prescindere dalle sue azioni. Dunque, prima noi, i nostri amici e poi, se resta qualche spicciolo le istituzioni. Mi domando anche se chi esprime queste doglianze si rende conto del livello di gravità di ciò che è accaduto in questa triste carambola tra la magistratura e la politica, se capisce come si sente un cittadino che si è pagato dei prezzi con la giustizia, apprendendo che dietro il paravento si giocava alle figurine.

È così, col sarcasmo e lo sfottò, che il bravo ragazzo di Rignano creava solidarietà tra le parti e rinsaldava un partito che oramai stava insieme con lo spago. Cerco di immaginarmelo tra i padri costituenti e mi viene da ridere.

Qualcuno diceva che Renzi avrebbe avuto in animo di ricreare una sorta di Democrazia Cristiana, ma il soggetto fa venire in mente politici di terza o quarta fila di quell’epopea.
La sua inaudita carriera è dovuta solo al fatto che il livello si è talmente abbassato da rendere la poltrona di presidente del consiglio scalabile anche da persone che fino a venticinque anni fa avrebbero servito i salatini durante le riunioni di partito.

Certo, ognuno è libero di scegliersi i modelli che desidera, anche l’onorevole Ettore Rosato, non vogliamo interrompere spasimi altrui, ma trovarsi di fronte, come mi è accaduto non troppo tempo fa, in via Caetani, a Roma, alla targa che indica il punto esatto dove fu ritrovato il corpo martoriato di Aldo Moro, e sentire parlare di Matteo Renzi come di un grande leader politico mette tristezza.

Vedere una civiltà politica passare da interpreti come lo statista di Maglie o come Enrico Berlinguer (non dimentichiamo che il loro coraggioso sforzo di spostare l’asse del Paese verso sponde progressiste, avvicinando le due tradizioni, costò al Paese una stagione di terrorismo) a mestieranti vanagloriosi disposti a tutto, disorienta e ci fa temere che il peggio, purtroppo, non è ancora arrivato.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.

Sull'autore