giovedì, Marzo 21

Mattarella: quella Comunità che persegue il bene A distanza di una settimana dal discorso di fine anno del Presidente della Repubblica, una riflessione sul senso della Comunità e sulla ‘Comunità Italia’ che sta in Europa

0

Deliberatamente, allo scopo di lasciarlo ‘decantare’ nella mente di noi tutti, ‘deliberatamente’, aggiungo, con ritardo di otto giorni, un mio commento sottovoce al discorso di fine anno del Presidente Sergio Mattarella, peraltro scomparso, mi pare, dal radar in poche ore. Male, molto male, perché è stato uno dei discorsi più belli che io ricordi, in assoluto.

Quel discorso, un discorso breve ma pesante come pochi, ha avuto, dalla prima all’ultima parola, un filo comune, un concetto centrale nel quale tutto il resto è stato collocato ordinatamente, e la scelta di questa parola non è casuale: l’idea che un Paese è una comunità di vita, che tende necessariamente all’unità, che non è esclusione, e che, quindi, non può non perseguire il bene, collettivo e individuale insieme, ma mai solo quello individuale, anche se di molte, moltissime persone, l’idea che una comunità è una somma di vita e di vite, dove non ha posto l’odio, il preconcetto, la prevaricazione senza la distruzione della comunità.

Il concetto è complesso e ‘pesante’ non, francamente, riducibile ad un invito ad avere fiducia nel bene. Questo sarebbe stato correttamente posto nella bocca di un sacerdote (e nemmeno dei migliori!), ma non certamente, ad esempio, di un Papa come Francesco. Anzi, non è un caso e non è una ritualità il rivolgersi a lui non solo per un saluto rituale.
Non passiamo superficialmente sulle parole di Mattarella, poche, ma tutte pesanti. Il Papa non è un cittadino italiano cui fare gli auguri; è un Capo di Stato straniero, ma è anche l’unico al quale Mattarella si sia rivolto. Se accettiamo per certo che non si è trattato di un errore di etichetta, forse si tocca un primo punto centrale del discorso, perché Mattarella, come appunto direbbe questo Papa, non parla di fiducia nel bene o di fede che il bene trionferà per conto suo, ma indica nella ricerca del bene un compito della collettività. In una parola, il bene si persegue, non si attende che arrivi: non basta inginocchiarsi a battersi il petto con il rosario in mano, bisogna agire concretamente e prendersene le responsabilità. È un discorso in qualche modogemellodi quello del Papa, che dice che meglio ateo che cattivo cristiano, dove sporge la parola ‘cattivo’ (e non è un caso, credetemi, non è un caso), che, letta insieme all’altra equivale anche a ‘ipocrita’.
E allora bisogna ben capire cosa è questo ‘bene’ e come lo si persegue partendo da una Comunità.
Appunto. Perché nel suo discorso ogni parola, ogni singola parola, era diretta al confronto netto e senza sconti con chi oggi (incidentalmente, per suo esclusivo merito non mancando ogni giorno di negarglielo spudoratamente) detiene il Governo, certo, ma che ragiona politicamente in senso diverso: non agendo per una comunità, ma per una ‘semplice’ società, per un ‘semplice’ agglomerato di persone, anzi, per una maggioranza.

Comunità è una parola incomprensibile, ad esempio, per un Matteo Salvini. Che, non per caso, ‘risponde’ molto rozzamente, al riferimento di Mattarella alla sicurezza, cioè al bisogno di sicurezza che una Comunità (solo una comunità) può dare interpretandolo (si fa per dire) nel senso della sicurezza materiale da unnemico’, il solo vero unico nemico (finora!) di Salvini: l’odiato migrante e l’odiatissimobuono’ che ha ‘la pacchia’. Sia chiaro, non voglio mica dire che non vi sia chi di ciò si è largamente approfittato -Salvini incluso: stiamo tutti qui ad aspettare notizie di quei piccoli quarantanove milioncini dei quali si sono perse le tracce!- ma ciò non toglie né che moltissime altre persone dedicano volontariamente a proprie spese il proprio tempo, anche festivo, a cercare di aiutare quelle persone. E queste persone vanno ringraziate e premiate e aiutate o discriminate e insultate? Questa è una domanda che non pongo ovviamente a Salvini, ma a noi tutti, e che Mattarella ha posto con chiarezza estrema, dando lui la risposta. Perché forte è l’impressione che si voglia che queste persone non solo ‘ringrazino’ perché gli si ‘consente’ di farlo, ma anche che condividano i fini, ma specialmente le scelte, di chi pretende di indicarglieli.

Tanto più chiara (Comunità, cooperazione, aiuto), anche nella misura in cui nello stesso discorso veniva posta pesantemente ai 5S (sì, secondo me, verso i 5S il discorso è stato molto più duro), con il riferimento allatassa sul bene’, da loro voluta. A mio parere, benché con grande garbo, uno schiaffo durissimo, al trucchetto infimo con cui, fingendo di volere ‘colpire’ chi si ‘arricchisce’ sui migranti, in realtà colpiva duramente chi dedica il proprio tempo ad aiutare generosamente gli altri, migranti e non, anzi specialmente ‘non’, ma lo fa (ecco il punto incomprensibile ai 5S e più che mai a Salvini) professionalmente e mai per consonanze ‘politiche’. Per andare a scavare le macerie di un terremoto, o il fango di una inondazione, o aiutare gli anziani in un paese lontano dagli ospedali, come dei migranti a rischio di affogare, eccetera, non basta uno che sappia usare la zappa o il piccone e che sappia parlare dolcemente, e nemmeno il mitico tablet col ‘Nocchiero del Missipipì’. Occorrono professionalità e mezzi, strumenti. Si può chiedere a quelle persone di farlo gratis, ma chiedergli di farlo anche comprandosi gli strumenti tecnologicamente adeguati, magari sopperendo alle inefficienze delpubblico’, è semplicemente una infamia. Questa parola Mattarella non la ha pronunciata, ma era lì, nell’aria, presente, sulle teste di Salvini, che straparlava di protezione dei confini, e di Di Maio e Dibba sulle nevi a sciare, dopo avere doverosamente ascoltato il guru che straparlava di sinapsi, affermando, però, che non sapeva cosa stesse dicendo, ma senza nemmeno curarsi dei rispettivi amatissimi genitori, da loro stessi tirati in ballo nelle ultime settimane, intenti a programmare una riduzione dello stipendio dei parlamentari, del resto secondo loro inutili: alta politica!

Una Comunità, dunque (e, lo ripeto: non una semplice società come somma di persone) che Mattarella, di nuovo con inusitata chiarezza, colloca fermamente nella UE, con una frase, come sempre detta dolcemente ma con parole che sono rocce: siamo parte di una Comunità le cui norme abbiamoliberamente sottoscritto’.
‘Eggià’, questo è il punto, su cui in questi ultimi mesi abbiamo poco parlato e discusso, anzi dal quale abbiamo cercato di rifuggire, inventandoci una Europa che impone, una Europa che non finanzia o finanzia, una Europa che giudica, dimenticando il piccolo ma pesantissimo particolare che l’Europa siamo noi, noi tutti, cittadini di un Paese che quei trattati non solo ha (meglio: abbiamo) sottoscritto, ma ha scritto prima a Parigi e poi a Messina e a Roma … quanto spesso si dimentica che i trattati comunitari della futura UE, sono stati negoziati a Messina e stipulati a Roma: non li abbiamo sottoscritti e basta, li abbiamo scritti. Ora si può pensare che vadano riscritti: bene. Ma intanto si rispettano. Ma attenzione, perché il riferimento è più sottile e più ampio di quanto non sembri, a sentire e leggere bene le parole di Mattarella. Perché quelle poche frasi riferite all’Europa, e al fatto rivoluzionario sconosciuto al mondo, unico e clamoroso nel mondo, oltre che affascinante, per cui incredibilmente da quasi quaranta anni, ormai, tutti i cittadini europei sono chiamati a votare per eleggere i rappresentanti ad un Parlamento che rappresenta tutti gli europei, tutti. Tutti in quanto individui e persone, tutti nelle proprie idee al di là (non al di sopra, badate: al di là) dei confini, delle Nazioni, delle religioni, eccetera: perché, plasticamente, i parlamentari europei hanno l’obbligo di creare gruppi non mai su base nazionale, ma sempre su base politica. Che poi è la cosa che, in qualche modo, terrorizza sia Salvini che Di Maio, che, su base politica rischiamo di contare assai poco e, nello specifico, di dividersi: in Italia insieme in Europa divisi … già e con quale politica? Ma specialmente incompresa a quanto pare da chi dice che l’Europa comanda e decide: i nostri rappresentanti ci sono (ben pagati) nel Parlamento e nelle Istituzioni Europee, che ci fanno oltre a perseguitare le segretarie o a maltrattare i propri portaborse?
Ma poi, il richiamo era, implicito ma ben chiaro, alla vicenda del bilancio che l’odiata Europa voleva imporci (in realtà, ci ha imposto … ma è il suo mestiere, che credete, lo dicono i trattati che abbiamo liberamente sottoscritto e che hanno sottoscritto anche gli altri stati europei che ne accettano tranquillamente le “imposizioni”) ma che, al di là della volontà nostra di violare pesantemente le regole europee, i nostri Ministri, il sedicente premier e il Ministro dell’Economia, avevano esplicitamente e chiaramente sottoscritto a giugno e a luglio scorsi, di proprio pugno, con la propria penna.

E poi, permettetemi di concludere così: la rabbia repressa con un po’ di fatica (così almeno sembra a me) con la quale lui, il Capo dello Stato Comandante delle Forze Armate, ha detto che i nostri soldati hanno compiti di difesa della Nazione; per dire … non di togliere lamonnezzao di riparare le buche delle strade di Roma. Che non vuol dire che non si possa chiederglielo in assoluta emergenza, ma se si tratti di emergenza non di incapacità, e almeno chiedendoglielo con il rispetto che si deve a chi, anche un po’ stupidamente per le decisioni superficiali assunte negli ultimi mesi (ma, a onore del vero, anche nei precedenti), difende con competenza e capacità tecnica il buon nome dell’Italia: di nuovo competenza, capacità, conoscenza … cultura.
Niente retorica sovranista e sciocca, in quel discorso e, se me lo permettete, in queste poche righe, niente ‘viva l’Italia’, niente ‘difesa dell’onore’ e banalità del genere, ma difesa del buon nome del Paese che quei soldati servono. Notate bene, pretendendo da loro che vadano a fare lavori in strada, mentre li si manda a combattere sotto la nostra bandiera, talvolta senza motivo alcuno, e vantandosene, ma negandogli gli strumenti per esercitare professionalmente il compito per il quale esistono.

Il discorso si conclude con un secco: «a tutti voi auguri di buon anno», niente patria, Nazione, bandiera. E non è un caso: la retorica ora è bandita, vige la concretezza di una Comunità.
Comunità è consonanza di idee e azioni, cooperazione nella diversità di idee e di cultura, ma mai di umanità, convinzione che il bene comune è più del bene della somma dei suoi membri, è razionalizzazione delle diversità: il contrario dello stadio. E anche questo lo ha detto Mattarella.
Non lo ha detto, invece, ma è come se: chi ha orecchie per udire ascolti … e si regoli di conseguenza, le vacanze sono finite.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.

Sull'autore

Giancarlo Guarino, ordinario, fuori ruolo, di diritto internazionale nell’Università degli Studi di Napoli Federico II, è autore di numerose pubblicazioni su diverse tematiche chiave del diritto internazionale contemporaneo (autodeterminazione, terrorismo, diritti umani, ecc.) indagate partendo dal presupposto che l’Ordinamento internazionale sia un sistema normativo complesso e non una mera sovrastruttura di regimi giuridici gli uni scollegati dagli altri.