sabato, Settembre 19

Mattarella e Italia ‘protesa nel Mediterraneo’ L’idea dell’Italia vista dall’alto, non è né può restare solo un espediente retorico

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All’inizio del nuovo anno, anche se solo per caso, forte è la tentazione di mettere a confronto tre discorsi chiave degli ultimi giorni, di due di essi ho già parlato. Tre discorsi che, nonostante tutto, vanno segnalati nel clamore, nel bailamme confuso e sguaiato di un mondo e in esso di un mondo politico, ormai stranito, avulso dalla realtà, drogato dalla semplificazione parossistica e inconcludente dei messaggini, dalla sconnessione sempre più evidente tra la realtà e le persone, e non solo i giovani come quei tre coinvolti in quella tragedia romana, della quale temo nessuno (non i morti ovviamente, poverini, ma certo molti di chi per loro) è pienamente cosciente, e per la quale nessuno non dico non sa, dico non vuole fare nulla … salvo l’immediato avventarsi sul fatto di azzeccagarbugli vari, rumorosi, impudìchi, innamorati di sé, autoreferenti e ‘padroni’ dei social. Uomini, mondi non tutti, però, da includere in una moltitudine indistinta e grigia.

Ciliegina inattesa, ma non tanto, il tentativo infantile e gradasso di Giuseppe Conte, il ‘premier’, di mettere la sua persona innanzi a tutto e, immediato, di Matteo Renzi di togliergli la scena, un litigio tra galletti: l’uno con la ridicola scelta anti-Cincinnato (come è colto e ambiguo il ragazzo! Non vuole tornare alla terra o conta di fare il dittatore? e poi dubitate che sia un doroteo?), l’altro con le solite urla contro, non si sa cosa ma non importa, l’essenziale è essere ‘contro’ e urlare: la politica come urlo, ma mai come progetto.
In teoria da oggi dovrebbe vedere la luce il tanto annunciato progetto del PD. Vedremo, ma ci credo poco, anche se la spallata delle sardine potrebbe, se sarà forte e chiara come dovrebbe, indurre ad una svolta, sempre che gli otorini abbiano fatto bene il loro lavoro. E sempre che la sclerotica ‘dirigenza’ riesca a trovare il modo di uscire dignitosamente dal proscenio, facendo proprio ciò che Sergio Mattarella ha loro chiesto e non solo a loro.

E, con mia gioia, vedo che anche Mattarella sembra provare le mie stesse preoccupazioni, delusioni e paure e voglia di stimolare, di dare una rimestata alla palude. Nel suo discorso breve, secco (mai come oggi, il suo tono è stato secco, le parole scandite chiare, forti), ritmato in ogni passaggio dal cambiamento di inquadratura che funzionava come un titolo di un capitolo, di un mosaico, per usare una sua espressione, unitario, anzi, da rendere unitario, coeso, coerente.

Mi ha colpito, infatti, la descrizione attenta del mosaico di varietà di interessi, di personalità, di culture, di sensibilità, di operatività, di capacità, che ha descritto, dando (forse solo a me?) l’idea di voler dire che tutte quelle qualità bisogna farle concorrere in un disegno unitario, che, visto dall’alto appare tale, ma nel concreto non lo è: non ancora, proprio come un mosaico antico, che cogli nella sua globalità, ma se approfondisci vedi i vuoti da riempire per riportarlo all’antico splendore e all’antica coesione.

L’idea dell’Italia vista dall’alto, non è né può restare solo un espediente retorico. Sarebbe banale e, mi pare, non una parola delle non tate pronunciate nel suo discorso stringato, è retorica, è inutile, è orpello. E, per chiarirlo meglio, ce l’ha mostrata questa Italiaprotesa nel Mediterraneo’, punto di incontro di civiltà e di interessi e di traffici e, aggiungo io, di razze, di religioni, di tradizioni, di culture. Questa Italia così complessa e variegata e quindi ricca, non dice ma intende Mattarella, è lì inoperosa, distratta, silenziosa, indifferente, litigiosa.
Uno schiaffo, potente, a questo, e non solo a questo, Governo, alla nostra irrilevanza internazionale specie nelmare nostrum’, che ormai è di chiunque, salvo che nostro!

Certo, il messaggio, molto velato e quindi solo adatto a chi pensa e sa, non va oltre la constatazione, ma anche il dolore, il dispiacere di vedere tante capacità sprecate, inutilizzate. Dall’estero, dice, ci guardano con interesse, forse anche con speranza, perfino pensando che avremmo la capacità di dire una parola utile se non decisiva, di fare qualcosa di utile, ma noi stiamo lì inerti a guardarci l’ombelico.

Forse tiro un po’ troppo in là il discorso del Presidente. Ma a me è parso di vedere e sentire un velo di tristezza in quelle parole, per il tanto che potremmo fare e il tanto poco che facciamo. Anche per noi stessi, anche per la nostra incapacità di essere unità, dispersi come siamo tra odi e diffidenze, preconcetti e indifferenze, disinformazioni e falsità create a tavolino. Eppure, dice Mattarella, che cita spesso l’Italia e gli italiani, ma mai, nemmeno una volta, il Governo o i politici: «Vi è un’Italia, spesso silenziosa, che non ha mai smesso di darsi da fare».

Silenziosa, per dire, impotente, ma caparbia. È uno stimolo forte a quell’Italia che dice essere la vera. Non quella che urla odio, razzismo, violenza, volgarità. No. Quella della riflessione, gentile, apertapensante e quindi non (solo) della speranza, ma della volontà. Sono le sardine? Certo, anche le sardine, ma non solo; certo non la Lega, né gli stellini. Certissimamente i giovani, richiamati in continuazione e richiamati in relazione ai vecchi, per dire che sono i giovani i portatori delle nuove idee e del futuro, ma non senza il consiglio dei vecchi, ai quali dovranno rispetto e assistenza. Anche qui, mi pare, un discorso secco, perfino duro. Un richiamo chiarissimo e fermo alla responsabilità, altro tema ricorrente. E alla competenza, alla capacità e all’impegno. Non come atto di generosità (e anche qui, mi permetto di sottolineare, c’è grande novità) ma come modo di essere moderno, responsabile e competente e riflessivo e quindi utile al futuro. E, mi pare, lo dice chiaro, quando afferma, da un lato che «l’Italia vera è una sola: è quella dell’altruismo e del dovere. L’altra non appartiene alla nostra storia e al sentimento profondo della nostra gente»: quindi c’è e va combattuta.
Ma, notate bene, parla didovere’, niente generosità, dovere, anche nell’uso cosciente dei ‘social’. Dovere, e non generosità o altruismo, come in quel sindaco che fa uscire tutti dal Comune ed esce per ultimo: nell’esercizio, sì generoso, ma di un dovere, di una responsabilità.
E dopo, un altro ceffone tremendo, e chi ha orecchie per intendere intenda, quando dice semplice semplice: «Abbiamo bisogno di preparazione e di competenze. Ogni tanto si vede affiorare, invece, la tendenza a prender posizione ancor prima di informarsi» e di avere un obiettivo, un traguardo; idea che con abile espediente retorico (e perfino con un po’ di generosità schiva) attribuisce ad altri, all’astronauta. E anche questo, penso, non è un caso: si riferisce e riferisce quella riflessione a chi fa ed è, perché sa e ha chi sa con lui e per lui. Che è l’essenza della società moderna.

E ci si stupisce che Matteo Salvini cerchi dibuttarla in vacca’ come direbbe lui, magari a Tik Tok (l’ennesima volgare buffoneria), che taccia Luigi Di Maio (che lascia parlare il nulla, tal Patuanelli) e poi con molto ritardo -uno come lui che vive avvitato al cellulare!- per dire che bisogna restare uniti, e Renzi, che lascia parlare Rosato e la Bellanova, come dire il niente e il nulla in technicolor. Insomma, temo, questi non hanno capito proprio nulla, caro Mattarella!

Sorvolo su pochette, mai pochette come oggi, in un messaggio rituale, nel quale però (meno male) spicca il riconoscimento della realtà, «il Presidente ha tracciato la rotta» dice, che poi pochette la riconosca e sappia seguirla è tutto da dimostrare, ma almeno riconosce in lui l’autore e la guida.

Tanto più che dalle istituzioni europee, il silenzio è ancora plumbeo sul che fare e sul come farlo, anche se, azzardo qui, si profila un interessante ‘accordo’ o coincidenza di intenti e toni, forse la prova generale di un ‘duo’: Sassoli – von der Leyen. Vedremo.

Ma intanto noi, i nostri governanti, sembriamo giocare al ‘politico’, una sorta di nuovo Risiko, senza premi e cotillon, ma di una modestia e una bassezza incredibili; mentre in Libia, cioè a due passi da noi e dove abbiamo interessi enormi, Turchia, Russia, Egitto e Francia e perfino Tunisia si spartiscono tutto, sorridendo al giovane Giggino che lasciano giocare ai soldatini purché stia buono, mentre l’economia è sottozero, nessuno paga le tasse protetto dai ‘politici’, il Meridione è allo sfascio, l’ILVA chiude, l’Alitalia fallisce, la nostra industria automobilistica, un vanto, ormai svenduta o perduta con l’accordo e la complicità dei ‘politici’, la moda, un altro dei nostri punti forza, tutta svenduta all’estero, ecc. E i nostri politicanti ‘interloquiscono’ sui destini personali di Conte, di Renzi, di Meb, di Nicola, di Salvini, di … bah, che vergogna.

Però, tutti costoro, spudorati, colgono nell’altruismo il pregio di sé stessi!

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Sull'autore

Giancarlo Guarino, ordinario, fuori ruolo, di diritto internazionale nell’Università degli Studi di Napoli Federico II, è autore di numerose pubblicazioni su diverse tematiche chiave del diritto internazionale contemporaneo (autodeterminazione, terrorismo, diritti umani, ecc.) indagate partendo dal presupposto che l’Ordinamento internazionale sia un sistema normativo complesso e non una mera sovrastruttura di regimi giuridici gli uni scollegati dagli altri.