giovedì, Aprile 25

Maternità: quando la gravidanza finisce troppo presto Intervista a Erika Zerbini, penta mamma e autrice del libro dove racconta delle sue gravidanze finite

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Immaginate una coppia, immaginate che questa coppi abbia il desiderio legittimo di maternità, immaginate un test di gravidanza positivo e la felicità degli occhi di quei due genitori, immaginate che qual figlio muoia, ancora in pancia. Ovvio, non è il finale che vi aspettavate, nessuno vuole mai pensare al peggio, eppure ci sono gravidanze che si interrompono troppo presto, a volte i motivi sono chiari, a volte meno. Un lutto che solo la coppia porta nel cuore, ma è un lutto che dovrebbe coinvolgere tutti. Se tuo padre ottantenne muore la società è pronta a supportarti, se tuo figlio muore in utero, prima ancora di respirare la vita, è tutta un’altra storia.

Tante le famiglie, italiane e non, che vivono questo dolore nascosto, perché magari hanno altri figli, perché è un dolore che non si vede, o forse è un dolore così forte che si tende ad allontanare. Erika Zerbini, mamma cinque volte, racconta la storia dei suoi due parti conclusasi con un lutto, ci racconta la sua storia di donna e mamma che scopre la sua gravidanza, che è felice insieme a suo marito e ai figli già nati, la sua storia di donna che partorisce, due volte, figli morti in grambo e che, nonostante tutto, trova la forza di andare avanti.

 

Erika ci racconti la tua storia?

Sono una mamma, tris mamma per chi mi vede e penta mamma per chi mi conosce. Sono diventata mamma la prima volta quasi 14 anni fa e un paio di anni dopo ho incontrato mio marito. Ci siamo sposati in una bella giornata di giugno e la piccola di casa ci ha portato le fedi all’altare: siamo diventati una famiglia. Un altro paio di anni dopo è arrivata la secondogenita, e di lì a poco abbiamo capito che c’era ancora spazio per qualcuno dei nostri. Hanno rilevato la morte della terzogenita a 21 settimane di gestazione per un nodo del cordone. È stato un duro colpo: questi fatti sono sfortune che capitano sempre agli altri, non si mette davvero in conto che, qualche volta, gli altri potremmo perfino essere noi… ci siamo ritrovati in quello che ben presto si è rivelato un vero e proprio mondo.

Fatto di un dolore non riconosciuto, poco espresso, difficile da comprendere anche per noi stessi. Abbiamo accolto questa morte come una delle eventualità che possono accadere a chi tenta di procreare. Ma sapevamo che non accade sempre… avevamo davvero grande desiderio di un figlio con cui relazionarci, un figlio da crescere, così abbiamo abbracciato tutta la speranza, la fiducia e il coraggio che avevamo e abbiamo tentato ancora. La quarta figlia è stata trovata senza battito a 17 settimane di gestazione per una causa sconosciuta. Allora mi sono sentita più una tomba che una madre. È stato il vero colpo di grazia. Ci eravamo risollevati sulla convinzione che non accade sempre… e abbiamo avuto prova che, il fatto che sia accaduto, non rende immuni. Abbiamo capito che speranza, fiducia e coraggio erano state portate via da quei lutti e non sarebbe stato facile riprendercele. Ho avvertito chiaramente che ero ad un passo: sarei potuta impazzire, perfino morire… niente aveva senso, nemmeno io.

C’è la falsa percezione che avere già dei figli sia di per sé un lenitivo, che si debba vivere per loro perché hanno più valore dei figli morti, ma per me sono tutti uguali: potevo vivere per i vivi come morire per i morti. Non era sulla base dei miei figli che potevo trovare le ragioni di reagire e sopravvivere, quelle ragioni risiedevano in me soltanto. Io volevo vivere per me, perché ancora volevo fare bella la mia vita e tenermi il buono che quelle esperienze mi avevano comunque lasciato: io ero madre! Per ben quattro volte mamma, io ero diventata questa donna, questa mamma. Ho accettato di non essere onnipotente, di non avere controllo su gran parte dei fatti della vita, ho elaborato la vergogna di sentirmi più una tomba che una madre. Col passare del tempo, mio marito ed io abbiamo scoperto che avevamo ancora un grande desiderio di un figlio con cui relazionarci, eravamo curiosi di scoprire come ci avrebbe mutati, cosa avrebbe fatto emergere di noi… c’era ancora spazio per un altro dei nostri. Ci siamo ripresi quella speranza, la fiducia e il coraggio e ci siamo lanciati in un altro salto nel vuoto. È andata bene. È arrivato l’ultimogenito. Oggi ha tre anni e il nostro rapporto con lui e le sue sorelle sappiamo perfettamente essere il prodotto di tutta la nostra esperienza genitoriale, anche quella maturata da genitori di figli che sono vissuti meno di quanto avremmo desiderato. Essere genitori di figli che non ci sono impone di trovare un modo per fare senza di loro, cercando di non perdersi come persone, come famiglia, come genitori.

 

Perchè hai deciso di raccontarla in un libro?

Quando mi sono messa alla ricerca di informazioni sulla condizione che stavamo vivendo, ho trovato poco materiale. Le informazioni che ho trovato mi hanno lasciato la sensazione che questo dolore avesse delineato un vero e proprio mondo a parte. Un mondo nel quale i bambini persi erano speciali e così le loro madri. Il dolore era dominante, difficile da dimenticare per il timore di dimenticare i bambini… La mia esperienza di elaborazione del lutto era lontana da ciò che leggevo e, dato che di maternità interrotta ancora si parla molto poco, ho pensato che una voce in più, una voce che raccontasse con parole diverse, fosse il minimo contributo che potessi dare. La maternità interrotta è un tema che fa paura, un tema scomodo e doloroso, un tema che ha bisogno di parole, esperienze, di conoscenza. Ho faticato davvero molto a trovare una via d’uscita. Mi sono sentita sola nel mondo ordinario e sola perfino in quello che sarebbe stato adatto alla mia condizione di madre in lutto. Abbattere il muro che divide i due mondi è molto difficile, ma penso che perseverando si otterranno dei risultati. Ciò che cerco di fare è di mettere in comunicazione le due realtà, senza dimenticare mai che anche io prima di vivere le mie esperienze di maternità interrotte, non capivo, non avevo idea, non sapevo… perciò ho chiaro quale sia la difficoltà di chi non ne ha esperienza.

 

Secondo te perchè certi lutti non vengono considerati tali?

Fondamentalmente credo sia un fatto di cultura: chi non si vede non esiste. Fino a poco tempo fa la rimozione sembrava essere il modo migliore per non soffrire. Siamo ancora legati a queste modalità perché non si ha conoscenza: di questi lutti non se ne è mai parlato, perciò non se ne parla e, anche volendo, non si sa come parlarne. Perciò è molto importante offrire punti di vista, mettere a disposizione le esperienze maturate: per raccogliere informazioni e dati sulla base dei quali costruire un sapere da divulgare.

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