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Marx: da profeta all’oblio 135 anni fa moriva Karl Marx: pensatore tra i più influenti dell'Età Contemporanea, oggi in disgrazia

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Il 14 marzo del 1883, a Londra, moriva Karl Marx: filosofo, economista, sociologo, storico e pensatore che avrà un’importanza fondamentale sugli eventi politici nel corso del XX secolo e che oggi, a causa di contingenze storiche, sembra dimenticato dai più.

Nato a Treviri (allora parte del Regno di Prussia) il 5 maggio del 1818 da una famiglia della borghesia ebraica non praticante, bensì di mentalità illuminista, Karl Marx si avvicina gradualmente alle questioni politiche della propria epoca e, abbandonando la carriera universitaria alla quale aveva pensato di dedicarsi in un primo momento, finisce per intraprendere una strada che lo porterà a dover abbandonare il proprio Paese per trasferirsi prima in Francia, poi in Belgio, infine in Inghilterra. Il suo contributo teorico è stato fondamentale: testi come ‘Miseria della Filosofia‘ (1847) ‘Il Manifesto del Partito Comunista‘ (1848) e, soprattutto, ‘Il Capitale‘ (1867, ma pubblicato postumo nel 1885 dall’amico di una vita Friedrich Engels); concetti come Materialismo Storico, Materialismo Dialettico, Socialismo Scientifico, Plusvalore, Alienazione, Sussunzione Formale e Reale; infine, frasi che sono diventate modi di dire come “Proletari di tutto il mondo, unitevi” o la definizione della religione come “oppio dei popoli”.

Nel corso della sua vita, la sua azione politica non ha avuto grandi effetti pratici, seppure ebbe un ruolo nella fondazione dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori (meglio nota come Prima Internazionale: 1864-76) e partecipò al dibattito nei giorni della Comune di Parigi (1871): il suo principale contributo, finché fu in vita, fu di stampo teorico. Figlio della sua epoca, Marx tentò di applicare un approccio scientifico all’approccio socialista, criticando aspramente le teorie dei cosiddetti socialisti utopisti ed entrando in contrasto con i sostenitori dell’Anarchismo di Mikhail Aleksandrovič Bakunin. Il grande avanzamento delle conoscenze scientifiche, negli anni della Rivoluzione Industriale, lo portò a criticare in un’ottica materialista e razionalista tutte le principali istituzioni della sua epoca, seppure non si può negare che anche lui fosse, ovviamente, influenzato da aspetti tipici del pensiero contemporaneo: la sua visione della Storia come processo in continua evoluzione, che procede in direzione di un graduale superamento dei propri limiti, è influenzata dall’Idealismo (da giovane aveva aderito a posizioni tipiche della Sinistra hegeliana) e dal Positivismo (con il tentativo di applicare il metodo scientifico ad ogni campo di indagine: sono anche gli anni in cui iniziano a sorgere le prime scuole di Scienze Umane).

Se in vita le sue aspettative politiche furono sempre deluse, il XX secolo vide l’espansione sempre maggiore del suo pensiero che, già nei primi anni del ‘900, risulta maggioritario all’interno della maggior parte dei movimenti operai europei. Lo scoppio della Grande Guerra, che vide i proletari europei massacrarsi a vicenda per gli interessi della grande borghesia industriale, poteva rappresentare una forte battuta d’arresto per l’espansione del marxismo ed avere un effetto che potrebbe essere riassunto nell’antica espressione latina “Divide et Impera”. Non fu così: nel 1917 l’Impero Russo collassò sotto il peso di uno sforzo bellico che non era più in grado di reggere e questo collasso diede il via ad una rivoluzione che cambiò il corso della Storia. Con la nascita dell’Unione delle Repubbliche Socialista Sovietiche (URSS), il Socialismo non era più un’utopia, ma un fatto. Va detto che le previsioni di Marx sulla rivoluzione furono alquanto errate: secondo il pensatore tedesco, che vedeva nel proletariato industriale il motore della Storia, la rivoluzione sarebbe avvenuta in uno dei due Stati più evoluti dal punto di vista industriale, ovvero l’Impero Tedesco o il Regno Unito di Gran Bretagna; la realtà vide la rivoluzione scoppiare nel Paese più arretrato d’Europa, ad opera soprattutto di contadini analfabeti (una visione più bakuninista che marxista).

La nascita di un Paese dove il Socialismo era realtà (o così si credeva che fosse), influenzò in maniera impressionante il corso del XX secolo. Lo scontro politico si polarizzò su due fronti: da un lato c’era la borghesia liberale e conservatrice, che vedeva nel marxismo e nel bolscevismo il pericolo rosso da abbattere a tutti i costi, dall’altra i movimenti operai e contadini, la cui parola d’ordine fu, in molte occasioni, “fare come in Russia”. Fu proprio la paura di una borghesia terrorizzata dallo spettro sovietico a fare da carburante a quei movimenti reazionari che si materializzarono nel fascismo italiano, nel nazismo tedesco e nel franchismo spagnolo (solo per citare i regimi più famosi).

Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, il contributo sovietico alla vittoria contro il nazifascismo era talmente grande (l’URSS è lo Stato che ha avuto il maggior numero di morti durante la guerra: 10.400.000) che la geografia mondiale non poté che esserne cambiata radicalmente. Nasceva la Guerra Fredda: il Socialismo diveniva, ufficialmente, il sistema politico ed economico adottato da uno dei due blocchi in cui il mondo era diviso. La contrapposizione ideologica tra Capitalismo e Marxismo fu a totale scapito del secondo: il pensiero di Marx, che era nato sulla critica del concetto di ideologia, diveniva sempre di più un’ideologia. Ancor più che nel periodo tra le due Guerre Mondiali, il mondo si divideva in socialisti e capitalisti.

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