martedì, Agosto 4

Martino Mario Moreno, a cinquant’anni dalla morte

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moreno 

 Pochi sono gli uomini in grado di conciliare,  allo stesso tempo, intense responsabilità  professionali, apprezzate attività di ricerca e un’armoniosa vita familiare. In genere si tende inevitabilmente a privilegiare una delle tre fattispecie, a scapito delle altre due… Ma non nel caso di Martino Mario Moreno!

Funzionario con alte responsabilità dell’allora Ministero delle Colonie, Ministro Plenipotenziario residente in Sudan, Moreno non ha mai smesso, parallelamente alla sua importante attività professionale, di coltivare il suo innato interesse per le lingue, le letterature e le religioni orientali e  la sua vocazione di instancabile ricercatore,  tanto da diventare uno dei migliori e più quotati orientalisti italiani.  

La sua traduzione del ‘Corano’, opera di straordinaria difficoltà, riproposta dal giornale la Repubblica per i suoi lettori nel 2005, fa testo ancora oggi. Impegni particolarmente gravosi, come si vede, che, però, non gli hanno impedito di fondare una solida famiglia con Edith Dollero, dalla quale ha avuto tre figli: Maurizio, Corinna e Livio.

Un uomo in qualche modo a “tre dimensioni”, tutte egualmente di successo.

Spesso Moreno ha saputo trarre spunto e profitto per le sue ricerche dagli stessi incarichi che gli venivano attribuiti. Dopo la guerra fu nominato direttore dell’Istituto italiano di cultura a Beirut. In questa occasione fu tale l’apprezzamento generale che seppe guadagnarsi, non solo per la sua attività “istituzionali” ma anche per i suoi approfonditi studi orientalisti, che sembrò successivamente del tutto naturale alle nostre autorità intitolare l’Istituto  proprio a Martino Mario Moreno, colui cioè che ne era stato il direttore più prestigioso. Il guardiano di un faro culturale dal quale veniva irradiata l’immagine dell’Italia in tutto il Medio Oriente.

Ma chi era esattamente Martino Mario Moreno?

Nato a Torino nel 1892, da genitori sanremesi, Martino Mario rivela sin da giovanissimo straordinarie doti di precocità intellettuale e vivace intelligenza, con una forte propensione per la culture orientali che lo porta allo studio autodidatta del sanscrito, del persiano, dell’ebraico e dell’arabo. Appena diciottenne pubblica un intenso volumetto, ‘La versione araba di Kalilah e Dimnah’,  famosa  raccolta di storie di origine indiana. Laureatosi   a vent’anni, sceglie la “carriera coloniale”, la carriera più congeniale a chi freme di approfondire sul posto lo studio  della cultura dei paesi che fino ad allora ha imparato a conoscere solo sui libri.

Così ritroviamo Moreno, funzionario del Ministero delle Colonie, in Tripolitania e Cirenaica  nel 1913, un anno dopo l’occupazione italiana della Libia. Qui si segnala presto per la traduzione di un testo di Mordekhai Cohen, Usi, costumi e istituti degli ebrei libici.

Parallelamente ai suoi studi, Moreno sale a passi sicuri i gradini della sua carriera: dal 1929 al 1931 è Direttore degli Affari Politici e civili del governo dell’Eritrea e successivamente governatore di Addis Abeba. Sempre attento ad affinare le sue ricerche, si dedica allo studio delle principali lingue dell’Etiopia ( il tigrino, il dialetto galla, la lingua ometo).  E’ il periodo in cui dà alle stampe testi che mettono chiaramente in rilievo la serietà e la profondità delle sue ricerche: ‘Grammatica teorico-pratica della lingua galla con esercizi e Introduzione alla lingua ometo’.  E’ la stagione in cui si crea una certa osmosi tra le esigenze dell’amministrazione coloniale e gli interessi  accademici delle Università. Se cioè all’amministrazione giova, per esigenze politiche, la formazione di esperti delle varie realtà coloniali italiane, le Università traggono grande profitto dall’interesse ministeriale  per sviluppare insegnamenti e cattedre di argomenti “coloniali”.

Emblematico appunto è il caso di Moreno che, da studioso e da funzionario, è naturalmente portato a riflettere sulle problematiche amministrative e pratiche della gestione delle colonie, dopo averne studiato lingua e cultura. D’altro canto le indagini che sviluppa sul piano antropologico e politico lo spingono genuinamente verso l’insegnamento universitario. Nel 1940 consegue la libera docenza in ‘Storia e lingue d’Abissinia’ all’università di Roma, dove insegnerà fino agli anni cinquanta.

Si precisano in questo contesto i contributi scientifici di Moreno all’islamistica, forse il suo orizzonte di riferimento preferito. ‘Dottrina dell’Islam’  è un volume del 1934 impostato, secondo lo stesso autore, non solo far capire agli italiani l’impianto dottrinale dell’Islam, ma anche per fornire ai funzionari coloniali nozioni utili allo svolgimento delle loro missioni, una sorta di dotto manuale coloniale, secondo la logica politica del tempo, caratterizzata dall’integrazione Università/interessi del paese.

Nel 1947, tuttavia, con ‘l’Islamismo’, Moreno modifica l’impostazione metodologica fino ad allora seguita per adattarla al nuovo contesto internazionale, accordando molto più spazio alle leggende, alla fede popolare e alla pratiche religiose dell’Islam e meno alle “istruzioni” destinate ad arricchire il background culturale dei funzionari coloniali.

Integrato nei ruoli del Ministero degli Esteri della nuova Italia repubblicana, Moreno si concentra su un altro filone suscettibile di appagare  la sua insaziabile sete di conoscenza: la tradizione spirituale dei popoli musulmani. Da questo filone uscirà uno dei suoi migliori libri: ‘Antologia della mistica arabo-persiana’ (1951).

Sul piano professionale intanto Moreno viene prima nominato, come abbiamo visto, direttore dell’Istituto culturale di Beirut e poi ministro residente a Khartum fino al 1957, anno della sua “andata a riposo” . Espressione, peraltro, che mal si addice ad una persona avida di nuove conoscenze ed esperienze culturali.

Liberato, in effetti, dal peso del lavoro istituzionale, Mario Martino  si può dedicare oramai a tempo pieno e con pieno entusiasmo ai suoi studi prediletti. Passa quindi a dirigere la  ‘Rassegna di studi etiopici e del Levante’, prestigiosa e dotta rivista di arabistica. Da allora fino alla morte, avvenuta nel 1964,  Moreno pubblicherà, non solo sulla rivista da lui diretta, numerosissimi articoli e saggi legati al suo nuovo campo di interesse: la poesia araba contemporanea.

Per un beffardo destino, solo postuma apparirà quella che era stata la sua opera più impegnativa, più significativa e che aveva richiesto tante sue energie fisiche e intellettuali: la traduzione in italiano del Corano . Una traduzione arricchita di ampi commenti, dove sono opportunamente contenute note esplicative  sulle questioni di più difficile cognizione per il lettore italiano. Inoltre, sempre ai fini di una più agevole comprensione del testo, Moreno divide le ‘sure’ – le ripartizioni, i capitoli del Corano – più lunghe,  scomponendole in paragrafi, ciascuno col suo specifico titolo. La casa editrice Utet pubblicherà l’opera solo nel 1967, tre anni dopo la morte dell’autore!

Nel 2005 il figlio Maurizio, Ambasciatore, tra i più appezzati diplomatici italiani , ha curato in ricordo del padre un prezioso volumetto dal titolo evocatore: ‘Dalle palme di San Remo alle palme dell’Oriente’, dove emerge un’altra sfaccettatura della poliedrica personalità di Martino Mario: quella della poesia! Sì, perché Moreno, oltre ad essere stato studioso, ricercatore, arabista, orientalista, amministratore coloniale, diplomatico, è stato anche un fine poeta!

Difficile quindi riassumere nello spazio ristretto di un articolo una personalità complessa e variegata come quella di Martino Mario Moreno. Ci è comunque piaciuto ricordarlo a 50 anni dalla morte, come emblematica personalità di quella che oggi si chiama l’’eccellenza italiana’.

Moreno ha dato lustro all’Italia. L’Italia è fiera di avergli dato i natali.

 

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