mercoledì, Agosto 21

Marte più vicina con InSight che sta per scendere all’equatore L' indagine ha lo scopo di comprendere di che materiali è costituito il pianeta rosso e che parte ha avuto la sua morfologia nella genesi del Sistema Solare

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Stasera, intorno alle nostre 21:00 il lander della sonda InSight toccherà – salvo contrattempi – il suolo dellElysium Planitia, una vasta regione vulcanica alta quasi il doppio dell’Everest, che si trova in prossimità dell’equatore di Marte. È una missione scientifica di alto livello concepita dalla Nasa, che prevede l’installazione di un apparecchio fisso con un braccio robotico, equipaggiato principalmente da due strumenti: il sismometro SEIS realizzato sotto la guida dell’agenzia spaziale francese CNES e la sonda termometrica HP3 dell’agenzia tedesca DLR che eseguiranno rilevazioni a una profondità di cinque metri al di sotto della superficie per investigare sulla struttura interna del pianeta al fine di individuare composizioni e analisi delle sostanze che ne compongono la struttura. Ovvero, l’indagine ha lo scopo di comprendere di che materiali è costituito il pianeta rosso e che parte ha avuto la sua morfologia nella genesi del Sistema Solare. La regione è stata scelta dopo accurate selezioni perché sembra essere ancora geologicamente attiva e rappresenta il luogo ideale per studiare il mantello e il sottosuolo marziano.

Storia scientifica, dunque ma anche la possibilità di utilizzo in futuro di alcune sostanze naturali, sia per applicazioni sulla Terra che per una futura vita nell’altro mondo. L’intera missione, se tutto filerà liscio, durerà 728 giorni terrestri, pari a circa un anno marziano. Sull’apparecchiatura sono montati anche i sensori di vento e di temperatura, insieme ad un rilevatore di pressione ad alta risoluzione fornito dal Centro de Astrobiología spagnolo, che monitorano le condizioni atmosferiche del sito di atterraggio, mentre un magnetometro misurerà i disturbi causati dalla ionosfera marziana. Il sistema di comunicazione in banda X della sonda sarà utilizzato inoltre per condurre il ‘Rotation and Interior Structure Experiment’: attraverso la determinazione della posizione della sonda saranno ottenute misurazioni più accurate del periodo di rotazione del pianeta. Il sistema poi è stato dotato del sensore d’assetto Star Tracker per la guida della missione, realizzato a Campi Bisenzio negli stabilimenti italiani di LEONARDO.

InSight, acronimo di ‘Interior Exploration using Seismic Investigations, Geodesy and Heat Transport, è una delle tre proposte selezionate nell’ambito del programma ‘Discovery’ nel maggio del 2011 per la quale è stato assegnato un finanziamento di tre milioni di dollari per condurre la fase concettuale ovvero gli studi preliminari di progettazione e di analisi. L’intera missione ha avuto un costo stimato di 425 milioni di dollari, escluso il finanziamento dei veicoli di lancio.

Il lancio è avvenuto lo scorso 5 maggio dalla Vandenberg Air Force Base in California alle 13.05 ora italiana a mezzo di un Atlas V-401, un razzo a due stadi alto 57 metri, con un peso al decollo di 333 tonnellate. Dopo quattro minuti dalla partenza, il primo stadio ha esaurito la propria capacità propulsiva e si è separato dal modulo principale permettendo così al secondo stadio di proseguire la fase di ascesa con due accensioni programmate dei motori fino al raggiungimento dell’assetto definitivo per l’uscita dall’orbita terrestre e il proseguimento del viaggio di 485 milioni di chilometri.

È comprensibile quanta attesa ci sia tra gli studiosi e più ancora tra i responsabili del programma. I tecnici del Jet Propulsion Laboratory (Jpl) in California dove è stato sviluppato InSight, stanno tenendo costantemente sotto controllo le condizioni metereologiche e i dati inviati a Terra dalla sonda, per capire se sarà necessario effettuare qualche aggiustamento dell’ultimo momento dell’atterraggio morbido. Infatti, dopo essere stato catturato dall’orbita di Marte, per InSight sono iniziate le procedure di rallentamento per la discesa controllata. Poi però, quando la sonda entrerà nell’atmosfera marziana a una velocità di 19.800 chilometri orari, il veicolo dovrà effettuare un rallentamento fino agli a otto chilometri orari prima che le tre gambe del lander tocchino a velocità zero il suolo marziano. Saranno sette i minuti di discesa automatica, che non ammetteranno alcuna possibilità di correzione. L’unico modo di monitorare questo modo di discesa, che ha decelerazioni insopportabili per un corpo umano, sarà possibile grazie ai due minisatelliti Cubesat MarCO A e B, ma occorrerà un po’ per elaborare i dati prima di riceverli sulla Terra, che viaggiando alla velocità della luce, saranno captati con un ritardo di 4 minuti e 24 secondi. Quindi ogni operazione di monitoring avrà il suo drammatico ritardo. Ma poi ci sarà LERRI, un micro riflettore dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (Infn) che fornirà la posizione accurata del lander una volta ammartato e la sua funzione è fondamentale visto che l’apparecchio della Nasa non ha alcun modo di spostarsi, una volta posatosi nella polvere del cratere prescelto, prima di iniziare la sua funzione. Se la sua posizione, dopo aver toccato il suolo non è quella di progetto, cambierebbero molte cose e certo lo studio potrebbe prendere un nuovo profilo.

I segnali di InSight verranno raccolti anche dal ‘Sardinia Radio Telescope’ situato a Pranu ‘e Sànguni, in provincia di Cagliari. Dunque una missione che vede coinvolta un po’ tutta la comunità scientifica occidentale, compreso però il Giappone e nella sua costruzione sono state capitalizzate soluzioni tecnologiche sviluppate in passato, come è ovvio utilizzando principalmente le esperienze del Phoenix Mars Lander, ma è comprensibile che le preoccupazioni non mancano, dal momento che alcune fasi critiche, quali i segmenti dell’ultimo avvicinamento rappresentano un’incognita estrema. Fino ad ora gli Stati Uniti hanno avuto appena il 40% di successi negli ammartaggi con i loro strumenti. Non è certo una percentuale di tranquillità. Pensare poi che tra una decina di anni, come promesso da alcuni avventurieri del XX secolo, un uomo possa far scalo sul quarto pianeta del sistema solare per poi tornare tranquillamente a casa è ancora poco credibile. Inoltre Marte rappresenta molte incertezze nelle ricerche effettuate: secondo alcuni lavori scientifici è tramontata l’ipotesi della presenza di acqua salata su alcune regioni del suo suolo a causa di un errore dovuto a un software montato sui computer di bordo di Mars Reconnaissance Orbiter, la sonda dal 2006 in orbita attorno al pianeta studiato da Schiaparelli, che si mantiene in orbita tra i 250 e 316 km di altitudine, per studiare atmosfera e superficie e identificare i più promettenti siti di atterraggio per le missioni future.

In particolare, un’analisi del California Institute of Technology entra in dettagli che risparmiamo di trascrivere ma che sarebbe opportuno andare a ritrovare, secondo cui i dati ripresi dallo spettrometro CRISM avrebbero subito delle correzioni per limitare i disturbi intercettati ma che avrebbero irrimediabilmente alterato la visione del territorio. Nessuna meraviglia, anzi i ricercatori e i critici meritano i massimi complimenti in quanto tutte le tecniche devono essere affinate e migliorate pretendendo la massima cautela nelle analisi a distanza. Questo però è un segnale ben preciso che mette a confronto le tecniche galileiane di osservazione con quelle più teoriche di una ricerca così sofisticata e lascia chiuse ancora molte porte all’incognito. Una vecchia diatriba che dopo quasi mezzo millennio ancora non trova una soluzione di compromesso.

L’investigazione ancora una volta si presenta all’uomo della Terra con tutte le sue complicazioni e le difficoltà. Che siano giuste o opportune alcune ricerche, dovrebbe essere argomento superato, perché è impensabile, con le conoscenze del momento, essere lontani dalle offerte lanciate dalle agenzie mondiali per partecipare ai programmi. Alcune ricadute economiche e tecnologiche dovrebbero confermare questi assunti ma va ancora una volta ribadito che per arrivare a obiettivi di successo serve seguire strade prive di semplificazioni e soprattutto, senza interruzioni sia per i finanziamenti che per la garanzia delle ricadute occupazionali. Questo e solo questo è l’unico contributo che la politica di ogni nazione dovrebbe dare alla ricerca spaziale.

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