lunedì, Gennaio 27

Marocco, dalla Regione del Rif una Nuova Primavera Araba?

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Oggi il Marocco sta affrontando una vera e propria ondata di proteste concentrata nella regione berbera nel nord del Paese, la regione del RifSecondo quanto ha riportato ‘Sharq Al Awsat’ ieri, il re Mohammed VI ha espresso tutta la sua rabbia e il disappunto per il chiaro fallimento relativo al progetto lanciato nell’Ottobre 2015 per lo sviluppo dell’area portuale di Al-Hoceima della regione.

Le recenti proteste si sono accese nell’ottobre 2016, dopo la morte del pescatore Mouhcine Fikri. L’uomo venne ucciso da un camion mentre cercava di recuperare del pesce confiscatogli dalle forze di polizia, perché in vendita fuori stagione. L’episodio, filmato e diventato virale sul web, è simile, in termini di funzione e dinamiche, a quello del tunisino Mohammed Bouazizi, il venditore ambulante la cui morte, nel 2011, è diventata, suo malgrado, il simbolo della Primavera araba in Tunisia e in tutto il Maghreb.

Come Mohammed Bouazizi, così anche la morte di Mouhcine Fikri è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso, e ha dato il via in Marocco a numerose rivolte organizzate in un vero e proprio movimento popolare, ‘Al-Hirak al-Shaabi’. Il suo leader, Nasser Zefzafi, è stato arrestato lo scorso 29 Maggio, ma le proteste sono andate comunque avanti. Solo una settimana fa circa 100 dimostranti sono scesi in piazza ad Al-Hocheima, città del Marocco nel Mediterraneo e principale area urbana della regione montuosa del Rif, per protestare contro l’arresto di tre attivisti del movimento.

Ma perché le proteste hanno preso il sopravvento solo nella regione del Rif? Durante l’era coloniale francese (1912-1956), il Paese venne diviso dagli stranieri in due aree, Maroc Utile (‘Marocco Utile’), ovvero la parte più prospera e commerciale, e Maroc Inutile (‘Marocco Inutile’), ovvero quella parte del Paese più povera. Questa suddivisione sembra riflettere l’attuale situazione interna marocchina. Non a caso la regione del ‘Maroc Inutile’, ovvero l’attuale regione del Rif, negli anni ’20 ottenne un breve periodo di indipendenza dall’Autorità centrale marocchina.

Le comunità berbero-amazigh oggi, come allora, si sentono escluse dall’Autorità centrale. Il movimento popolare richiede, infatti, inclusione, posti di lavoro, sviluppo, e protesta contro la corruzione delle autorità governative. In Marocco le proteste emerse nel corso della primavera araba – il movimento del 20 febbraio – non rivendicavano una rivoluzione, come quelle tunisine per esempio, ma richiedevano soprattutto riforme, una nuova Costituzione, un Governo più democratico, e rivendicavano diritti umani fondamentali e una migliore qualità di vita. Nel corso degli anni il movimento ha perso il suo slancio, ma oggi sembra averlo ritrovato. Ma le attuali proteste nel Rif sono  la base dir una nuova primavera araba in Marocco?

Abbiamo cercato di fare il quadro generale e di analizzare il movimento di protesta Al-Hirak al-Shaabi con Nicola Missaglia, ricercatore dell’ISPI specializzato in studi del Mediterraneo e del Medio Oriente.

Ci può fare un quadro generale del Paese per comprendere il movimento marocchino di protesta?

La morte di Mouhcine Fikri nell’ottobre 2016  è stata la scintilla che ha fatto scattare dei risentimenti, i quali in realtà risalgono a decenni fa. La regione del Rif è prevalentemente berbera, ed è storicamente un’area marginalizzata a livello economico e sociale, tant’è vero che agli inizi degli anni ’20 ha avuto una brevissima parentesi di autonomia locale. E’ comunque una regione povera, dove c’è  carenza di infrastrutture, investimenti, e dove le autorità sono particolarmente percepite come organismi corrotti. Il caso di Mouhcine Fikri, ha portato i manifestanti a percepire l’autorità centrale non solo come corrotta, ma anche violenta. Se in Marocco la disoccupazione registra un tasso del 20% – quindi 1 marocchino su 5 è disoccupato – nella regione del Rif il numero di disoccupati è ancora più alto, e molti sono giovani. E’ chiaro che il rinvigorirsi delle proteste scoppiate nell’ottobre 2016 risuonano in qualche modo come moti simili a quelli relativi alla primavera araba, anche perché l’episodio che le ha scatenate è simile a quello verificatosi in Tunisia, con l’uccisione del venditore ambulante.

L’attuale divisione del Marocco risale a quella impiantata durante l’epoca coloniale francese, o ha origini più recenti? 

Risale anche all’epoca coloniale francese. Tant’è che, già prima della fine dell’indipendenza marocchina dalla Francia, nel 1956, il Rif aveva coltivato delle ambizioni di autodeterminazione, primo perché sono berberi, e quindi linguisticamente ed etnicamente diversi, secondo perché si tratta di una regione povera che tuttora si sostenta con la pesca e  con l’economia informale della droga, ovvero con la coltivazione di canapa indiana. Nell’ultimo decennio il Marocco ha affrontato delle riforme strutturali e una crescita economica nelle diverse regioni, ma in quella del Rif questi cambiamenti non sono stati percepiti come altrove. Son quindi delle spaccature con origini passate, ma che si riflettono nell’attualità.

E’ possibile ad oggi che riprendano un’autonomia e un’indipendenza dal potere centrale? 

Francamente non credo sia possibile. Bisogna tener in considerazione che il Governo marocchino di Mohammed VI ha risposto con una certa prontezza a queste proteste, cercando,  almeno nel discorso e nei gesti, di venire incontro alle richieste dei manifestanti. Ha, infatti, inviato più volte dei Ministri nella regione per mediare e a parlare con le persone, promettendo loro l’apertura di nuovi servizi .

Il programma lanciato del 2015 è un esempio dell’interesse da parte del Governo centrale. In questi ultimi mesi ci sono state delle promesse e sono stati avviati dei lavori pubblici. E’ chiaro quindi che il Governo sta cercando di implementare più rapidamente del previsto un piano di investimenti. Se poi questo sarà fatto o meno, non è possibile dirlo adesso. Si può solamente dire che c’è una risposta da parte del Governo, il quale però a volte  strumentalizza le proteste.  L’attuale minaccia terroristica e la questione della sicurezza nazionale fanno si che le autorità tendano ad accusare i manifestanti, o comunque il movimento popolare, di essere un agitatore sociale, e quindi un pericolo per la sicurezza dello Stato.

Quindi è vero che queste proteste possono creare un terreno fertile per le ideologie estremiste? 

Diciamo che la marginalizzazione in generale  può creare un terreno fertile per queste ideologie. Quelle marocchine sono proteste che hanno delle richieste del tutto legittime e di carattere democratico: chiedono la fine della corruzione, degli abusi da parte delle autorità. Solo una minima parte rivendica una separazione dal Governo centrale. Anche la questione separatista viene strumentalizzata dai media governativi, però pienamente . Per esempio, il 10 Giugno è stato arrestato uno dei leader moderati del movimento popolare, El-Mortada Iamrachen.  Nel passato abbastanza remoto fu un salafita, e quindi un islamista. E’ diventato poi una voce del tutto liberale delle proteste, e ha accompagnato la stessa primavera araba nel 2011, nel movimento del 20 Febbraio. Iamrachen  è una persona che ha difeso gli omosessuali, ha difeso la possibilità di non digiunare  durante il Ramadan, insomma ha affrontato in maniera molto liberale delle questioni abbastanza controverse. Solo che il suo arresto viene principalmente descritto dai media  collegandolo soprattutto alla sua affiliazione passata al salafismo. Le proteste sono democratiche e dipende tutto dalla risposta delle autorità, perché come sempre la repressione e la marginalizzazione comportano un rischio di radicalizzazione.

Perché Il Marocco è stato interessato solo marginalmente da episodi di rivolta nel contesto della primavera araba ? 

Anche in Marocco sono esplose delle rivolte molto importanti, come quelle del 2011-2012, delle manifestazioni popolari democratiche composte da giovani. Erano delle proteste abbastanza simili a quanto succedeva agli inizi in Siria o  in Tunisia. A delle richieste di questo tipo il regime di Mohammed VI in Marocco si è attivato rapidamente per dare loro delle risposte almeno formali. Il Governo marocchino ha infatti varato un piano di investimenti e ha avviato una riforma costituzionale con un referendum popolare, la cui legge  è stata poi approvata. Anche se la monarchia è tutt’ora la forma di Governo in Marocco, la riforma limitava -almeno nella forma scritta- la sacralità della monarchia, e non la rendeva più intangibile. Vedendo poi quello che stava succedendo in altri Paesi, nel 2012 le proteste si sono smorzate (in Siria la situazione si è  rapidamente involuta, diventando un scenario decisamente violento, lo stesso in Egitto) ed è chiaro che a un certo punto la paura del caos e della violenza hanno  posto un freno alle proteste marocchine.

Lei crede che le proteste di oggi siano l’inizio di una nuova primavera araba nel Paese? 

Io penso che vadano tenute d’occhio. Bisognerà ancora valutare quanto saranno incrementate le promesse del Governo e quanto sarà dato ai manifestanti. Va comunque detto che adesso le proteste sono in una fase d’espansione. Infatti, non si limitano più solo alla regione del Rif, ma hanno suscitato solidarietà anche nel resto del Paese. Poche settimane fa a Rabat 50’000 persone sono scese in piazza per mostrare la loro solidarietà nel pieno del Ramandan, un episodio abbastanza raro e significativo. Quindi sicuramente le autorità marocchine dovranno attivarsi in qualche modo, e non solo dal punto di vista formale, per evitare che le proteste in Marocco diventino una primavera araba.

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