mercoledì, Settembre 30

Marò, la vicenda infinita

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I giornali riferiscono di una non meglio identificata ‘contrarietà del Capo dello Stato per il rifiuto del giudice indiano di concedere una sorta di licenza natalizia ai marò italiani in India per essere processati per la vicenda ben nota.

Al di là del dispiacere che ci pervade per l’irritazione, benché virilmente contenuta, come il Presidente della Repubblica, è lecito domandarsi per l’ennesima volta come stiano le cose, anche per evitare i soliti polveroni pietistici e mammisti dai quali in Italia difficilmente sappiamo rifuggire. Tanto più che in qualche angolo di qualche giornale, si parla di una misteriosa trattativa in corso. Se non è’ solo fumo, vedremo l’arrosto.

Ma veniamo al problema nella sua sostanza.

Duole, infatti e da ciò deriva la scarsa condivisione della irritazione presidenziale, dover ricordare che poche settimane fa la nostra Corte Costituzionale, con il plauso concorde e acritico della stampa italiana, sempre di un campanilismo tanto gretto quanto incompetente, ha espresso il suo rifiuto, e per esso il rifiuto del nostro Governo e quindi del nostro Paese, di rispettare il diritto internazionale. Quello stesso diritto internazionale che la stessa Corte dichiara, incomprensibilmente, accertato in via definitiva dalla Corte internazionale di giustizia, ma che con un artificio tecnico discutibile al cento per cento, viene coraggiosamente violato. Perché, inutile nascondersi dietro un dito più o meno nazionalista, la Corte questo ha fatto: accertato che il diritto internazionale obbligherebbe l’Italia a fare certe cose (accettare che la Germania non paghi certi danni di guerra) ne dichiara la non volontà di applicarlo perché il nostro diritto, le nostre convinzioni, i nostri principi fondamentali (stavo per dire, i nostri interessi!) prevalgono.

Subito dopo l’emissione di quella sentenza, commentai preoccupato che ciò avrebbe potuto avere qualche conseguenza negativa: se noi non applichiamo il diritto internazionale perché attendersi o pretendere che altri lo facciano? Purtroppo, e lo dico con grande dispiacere, sono stato buon profeta, ma non era difficile. Anche se, a quanto pare, siamo in buona compagnia: è di questi giorni un incredibile parere della Corte di giustizia dell’Unione Europea, che dichiara inapplicabile … il suo stesso trattato, che all’art. 6 del Trattato sulla Unione Europea prevede l’adesione dell’UE alla Convenzione europea sui diritti dell’uomo.

Ma sorvoliamo sulle menzionate Corti e veniamo ai marò, poveretti confinati (magari in una ‘prigione’ dorata, ma sempre prigione di fatto) in India in attesa di un mitico processo, che quanto a tempi lunghi fa buona concorrenza ai nostri. Chi di spada ferisce, mi verrebbe da dire … ma la cosa è troppo seria per scherzarci su.

La storia è nota ed è un classico pasticcio ‘all’italiana’: i nostri soldati, ripeto soldati, convinti di avere a che fare con un attacco di pirati, cosa non certo rara da quelle parti e cosa per la quale, appunto, erano stati imbarcati su una nave civile, hanno sparato e ucciso due pescatori, due poveri diavoli colpevoli solo di avere fatto una manovra sbagliata, pare. Ma tant’è, purtroppo succede. E l’Italia, se non sbaglio, si è anche affrettata (troppo, a mio parere) a risarcire i danni alle famiglie, privandosi, per così dire, di una merce di scambio.

Ma qui la cosa è complicata dal luogo e dalle circostanze, dal diritto internazionale insomma.

Una nave, che batte la bandiera di uno Stato è, come si dice, territorio galleggiante dello Stato stesso. Quindi ciò che vi accade a bordo è di competenza dello Stato della bandiera. Ciò che ha effetti esterni‘, però, è di competenza dello Stato in cui il natante si trovi. Qui il diritto internazionale è un po’ vago, ma un fatto è certo, lo Stato offesonon può agire con la forza sulla nave, salvo casi molto gravi. Insomma, un certo dubbio è legittimo. Ma certo il caso in ipotesi è molto simile a quello di scuola, che si propone a lezione: il poliziotto dello Stato x, che insegue, presso il confine, un presunto delinquente che scappa nello Stato y e il poliziotto spara nel territorio x ma colpisce il fuggitivo in quello y. La prassi, in questo è abbastanza chiara e inequivoca: lo Stato x risponde del danno verso lo Stato y, che però non puòcatturare il poliziotto nello Stato x. Al massimo ne può chiedere l’estradizione, che non otterrà se non altro perché il poliziotto è certamente un cittadino dello Stato x e in genere nessuno Stato (Italia in primis) concede l’estradizione di un proprio cittadino. Ma la responsabilità dello Stato è certa e, se ve ne sono le condizioni, lo Stato ne risponde all’altro, anche perché il poliziotto rappresenta lo Stato, è lo Stato e quindi la responsabilità è certamente dello Stato.

Sarebbe stato logico che questa fosse stata la situazione in India. Ma ciò non è stato.

Perché, sollecitato dalle autorità marittime indiane, il comandante della nave, che si trovava a venti miglia dalla costa e quindi nella cosiddetta zona contigua, ha accettato di cambiare rotta e andare al porto più vicino. Il perché esula dalle mie capacità di comprensione: il comandante non aveva obbligo alcuno di farlo, lo Stato italiano avrebbe risposto per l’eventuale responsabilità. Pare, ma qui le certezze al solito non abbondano, che l’armatore della nave abbia ordinato di andare in porto per evitare future ‘irritazioni’ indiane, ma non è chiaro. Pare che il Ministero degli Esteri o quello della Difesa abbiano detto di andare in porto, ma anche questo non è chiaro. Sta in fatto che non solo la nave ci è andata in porto, ma che il comandante ha permesso ai poliziotti indiani di salire a bordo (inaudito!), che alla loro richiesta di vedere i marinai che avevano sparato ha acconsentito, che alla richiesta di consegnare le armi con cui i militari avevano sparato ha acconsentito, che alla richiesta di consegnare i militari ha acconsentito: una disponibilità imbarazzante. Risultato, i militari e le loro armi sono scesi a terra e, per usare una terminologia tipica del gioco dei ‘quattro cantoni’ l’India “ha fatto tana”.

Eh sì, perché se il militare individualmente o chi per esso è sul territorio dello Stato, allora non v’è dubbio, lo Stato lo deve perseguire. Dico ‘deve’ perché in moltissimi codici penali e costituzioni esiste il principio della territorialità del diritto penale e, specialmente, dell’obbligo della azione penale: chiunque commetta un reato sul territorio dello stato o comunque vi si trovi deve essere arrestato dallo stato, che poi deciderà, sulla base delle norme vigenti, se processare e condannare o estradare o semplicemente non fare nulla.

L’India, in altre parole, e dal suo punto di vista, è statafurba‘, ma ha legittimamentecatturatoi maròglieli abbiamo dati noi. E, sia chiaro anche questo: se in Italia una cosa del genere accadesse, il Governo non potrebbe fare nulla, la giustizia deve fare il suo corso.

Ma qui interviene il diritto internazionale, che è parte, deve essere parte, del diritto interno di ogni Stato civile. I due marò, sono parte di un corpo armatoall’estero, tradizionalmente immune dalla giurisdizione dello Stato in cui si trova. I soldati americani insegnano: ne fanno di tutti i colori quando scorrazzano sul nostro territorio, poi … ‘fanno tana’ nelle loro basi e noi stiamo a guadare o addirittura chiamiamo noi gli MP statunitensi per farglieli arrestare o li portiamo noi stessi alle loro basi: potremmo sì, chiedere agli USA di darceli (si pensi agli aviatori allegri che hanno tagliato i fili delle teleferica sul Cermis) ma gli USA hai voglia se ci li danno! Li processano loro: appunto, li processano loro, poi ovviamente li assolvono, ma li processano e noi ci dichiariamo soddisfatti; del resto mica possiamo dichiarare guerra agli USA.

Qui, però, la situazione è inversa: il malloppo lo hanno loro, gli indiani che si tengono ben stretti i nostri soldati. E qui, si deve avere l’onestà intellettuale di dire che, se ci trovassimo noi nelle medesime condizioni, faremmo esattamente lo stesso; magari, data la perfezione del nostro sistema giudiziario, faremmo il processo in pochi giorni e accerteremmo la immunità, ma certo non li lasceremmo andare via.

Naturalmente c’è un’altra possibilità, che abbiamo utilizzato proprio noi, in occasione della cattura in Egitto, dei militanti palestinesi che avevano dirottato la nave italiana Achille Lauro. Ce li consegnarono e noi li portammo su un aereo militare in Italia. Come qualcuno ricorderà, l’aereo italiano fu intercettato dagli aerei USA di stanza a Sigonella (in Sicilia) e fu costretto ad atterrarvi. I militari USA di stanza nella base cercarono di catturare, con le armi, quelle persone, le nostre forze armate (i carabinieri nella specie) spianarono i mitra e gli statunitensi si ritirarono. Altri tempi, figuratevi oggi!

Ma tant’è il bello viene ora. L’Italia, all’epoca governata da due persone pessime sotto molti punti di vista, ma attente ai nostri interessi (Bettini Craxi e Giulio Andreotti) non aveva nessuna voglia di processare quei palestinesi, per i rischi immensi che e potevano derivare: non diversamente, del resto, da quanto in altre occasioni avevano fatto altri Stati.
E dunque. L’aereo italiano atterrò a Fiumicino, curiosamente ‘porta a porta’  con un aereo di un Paese medio orientale, i ‘prigionieri’ furono fatti scendere, ma velocemente … fecero tana sull’altro aereo. E noi restammo, ufficialmente con un palmo di naso e arrabbiatissimi, ma in realtà ci fregammo le mani per avere risolto, di fatto con un trucco, ma risolto un problema che poteva diventare un grosso guaio. Perché, se avessimo portato i dirottatori in galera, a meno di farli scappare con un altro trucco, li avremmo dovuti processare e condannare. Si dice che la Germania fece qualcosa di analogo per gli attentatori alle Olimpiadi di Monaco, addirittura organizzando un dirottamente aereo … a suo danno, si dice!

In altre parole. Alle trattative non credo, a meno che la legge indiana sia molto più flessibile della nostra. Allo stato dei fatti, posto che non si addivenga a qualche trucco‘, la cosa migliore sarebbe farlo subito quel processo, per fare dichiarare l’immunità e riportare a casa i nostri marò.

Già. Noi abbiamo accettato la sentenza della Corte internazionale di Giustizia che ci ordinava di riconoscere l’immunità della Germania per i crimini di guerra. La abbiamo accettata così bene da farci una legge ad hoc. Poi, la Corte Costituzionale ha detto che di quella sentenza fa carta da macero.

Speriamo che gli indiani non conoscano l’italiano.

Ma intanto, se facessimo un po’ valere quella sovranità, importanza politica ed economica di cui tanto ci parlano i nostri governanti, se facessimo valere le nostre ragioni con i nostri partner europei, magari qualcosa di più potremmo anche ottenere. Se, appunto.

 

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Sull'autore

Giancarlo Guarino, ordinario, fuori ruolo, di diritto internazionale nell’Università degli Studi di Napoli Federico II, è autore di numerose pubblicazioni su diverse tematiche chiave del diritto internazionale contemporaneo (autodeterminazione, terrorismo, diritti umani, ecc.) indagate partendo dal presupposto che l’Ordinamento internazionale sia un sistema normativo complesso e non una mera sovrastruttura di regimi giuridici gli uni scollegati dagli altri.