giovedì, Ottobre 22

Mario Draghi, l’auspicabile Ministero dell’Economia UE Che se ne dovrebbe mai fare Draghi di Palazzo Chigi o del Quirinale, due edifici semi dismessi, ai margini dell’Europa!

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Inusuale, stancante agosto questo agosto 2020. Ma qualche elemento positivo c’è stato. Veniamo al discorso di Mario Draghi della scorsa settimana al meeting di CL, del quale molti hanno parlato e io finora ho taciuto.
Molti hanno parlato per cercarvi spunti innovativi e rivoluzionari o destrorsi; molti non hanno parlato perché preoccupati delle intenzioni di Draghi, del ‘pericolo’, insomma, che Draghi ‘attenti’ alla poltrona di Giuseppe Conte – pochette e quindi di Giggino, che pure ne parla come di un bravo ragazzo; discorso della quale alcuni parlano nella illusione che si possa credere che il suo discorso sia un discorso ‘di destra’, addirittura salviniano; del quale, infine, molti parlano pensando che Draghi punti al Quirinale.

Vorrei vedere la cosa in due fasi: il contenuto del discorso e la logica nella quale va letto. Prescindendo dalla ridicola e, questa sì offensiva, descrizione di un Draghi intento sostanzialmente a correre come un forsennato, nella sua ‘tenuta’ in Maremma o non so dove diavolo, con i suoi alani. Solo per dire che cercare di immaginare Draghi come una sorta di pensionato rincretinito non è solo ridicola, è offensivo, non tanto per lui, quanto per l’intelligenza di chi legge di lui.

Il suo discorso, dunque: piano, semplice, chiaro, comprensibile. Mi viene il paragone con quello di cui parlavo l’altro giorno di Renzo Piano. Dice Draghi, infatti «Il debito creato con la pandemia è senza precedenti e dovrà essere ripagato principalmente da coloro che sono oggi i giovani» e poi aggiunge stentoreo: «Per anni una forma di egoismo collettivo ha indotto i governi a distrarre capacità umane e altre risorse in favore di obiettivi con più certo e immediato ritorno politico: ciò non è più accettabile oggi. Privare un giovane del futuro è una delle forme più gravi di diseguaglianza».
A me pare, quest’ultima, una frase rivoluzionaria, tanto più che diretta, senza mediazioni, ai giovani. Sì, purtroppo, ai giovani di CL, ai giovani di destra, al mondo cattolico, ma forse proprio ciò rende il discorso più rivoluzionario. Perché ai giovani, e in particolare a quei giovani, propone un radicale cambiamento di pensiero e di azione, suggerendo (che dico: gridando) che la attualeclasse dirigentenon si preoccupa del Paese, ma solo del proprio ritorno elettorale. Cioè propone loro di cancellare quella sorta di ‘collateralismo’ deteriore che ne era la caratteristica, per esempio ai tempi di Roberto Formigoni, per agire in chiave innovativa, non ‘con’ il potere, ma ‘contro’ il potere.
E che doveva dire di più: incendiate Palazzo Chigi?

Parla ai giovani di futuro e dice, in sostanza, qui siamo ad un bivio: o si continua nella prassi di sempre, o vi dovete riprendere il futuro, cioè buttare a mare questo ceto di politicanti e trovarvi persone capaci di fare gli interessi dell’Italia e non i propri.
E lo fa dando un calcione negli stinchi agli stessi giovani ai quali parla, dicendo loro che non è più tempo di sussidi e di aiuti a pioggia, ma di … competenza, cioè di studio, di studi, di approfondimenti, in una parola di conoscenza e quindi di competenza. Competenza culturale, non (solo) tecnica. Ma anche quella, per poter competere con chi, questo lo aggiungo io, non è affatto più bravo di noi, ma certamente spintamente ‘specializzato’. Altro che discoteche!

È un invito su cui ovviamente non si pronuncia lui in termini di soluzioni, ma che presuppone un cambiamento radicale della scuola (non delle aule e dei banchi) e una spinta finalmente ad una Università vera, che non celebri la eccellenza ottenuta con criteri burocratici, o aumenti del cinque percento il numero dei ricercatori, senza dire nemmeno che cosa cercare. Ecco, fossi in loro, le orecchie mi fischierebbero assai e di brutto: dove ‘loro’ si chiamano Gaetano Manfredi e Lucia Azzolina.

E poi un calcione negli stinchi a questo governicchio, quando dice soave «Dalla politica economica ci si aspetta che non aggiunga incertezza a quella provocata dalla pandemia e dal cambiamento. Altrimenti finiremo per essere controllati dall’incertezza, invece di esser noi a controllarla. Perderemmo la strada». Più chiaro di così!

Non ha finito di dirlo, che assistiamo alla sceneggiata delle discoteche, ai ‘dibattiti’ tra Daniela Santanchè e Carlo Calenda, al dibattito sulla borsetta dell’amica di Conte, ai treni che partono da soli e si schiantano contro un muro.
Conclude con una frase che, mi pare, è stata del tutto fraintesa nel giochetto stucchevole tra il buono e il cattivo, cosa è buono e cosa è cattivo: «Questo debito, sottoscritto da Paesi, istituzioni, mercati e risparmiatori, sarà sostenibile, continuerà cioè a essere sottoscritto in futuro, se utilizzato a fini produttivi – ad esempio investimenti nel capitale umano, nelle infrastrutture cruciali per la produzione, nella ricerca ecc. -, se è cioè ‘debito buono’».

Due notazioni, cioè, chiarissime: i soldi che ci danno (e Giggino ancora non ha capito che quelli del recovery fund sono molto più condizionati di quelli del MES! Spiegateglielo, per favore) devono servire per investimenti seri e produttivi, altrimenti non ce li danno puramente e semplicemente. E quindi basta fantasie infantili sui ponti sullo stretto sommersi o sul tunnel Ginevra Gran Sasso, ma: infrastruttura cruciali per la produzione (ad esempio strade e ferrovie nel Meridione e funzionalità delle ferrovia settentrionali) e capitale umano. Altrimenti il debito buono diventa debito cattivo, e siccome siamo noi a pagarlo, sputeremo sangue.

Il buono di questo discorso è proprio la sua semplicità, anzi, la sua ‘banalità’. Dice cose ovvie, che sappiamo tutti … noi. Ma nessuno al Governo e nellaclasse dirigente’ in senso lato. Occorre, conclude Draghi e non a caso, «essere molto chiari sugli obiettivi che ci poniamo». Appunto, vedi pochette & co.
Che si propone? Nulla che ci riguardi direttamente, nulla che attenga al Governo, non illudiamoci, né preoccupiamoci. Draghi è quello della lettera durissima del 2011 che arginò il nostro spread, ma non fece decollare la nostra economia; è quello delwhatever it takes’, che salvò l’euro, ma noi non ne abbiamo approfittato; è quello dell’articolo sul ‘Financial Timesche lanciò il programmaprossima generazione europea’ (per fare piacere a Mentana ‘neccst generecion iu’ e, magari, ‘recoveri faund’!!!) del quale ci accingiamo a non saperci servire. E Draghi, questo, lo sa benissimo, lo sanno anche i suoi alani!

E allora, punta al Quirinale? Ma no, che se ne farebbe?! Semmai punta al Ministero dell’Economia UE, che, con la piccola apparente rivoluzione della signora Angela Merkel e della signora Ursula von der Leyen, sta diventando possibile e auspicabile, specie ora che la Francia si avvoltola nelle sue sporche politiche post-coloniali.

In questo nuovo quadro della politica europea, l’Italia ci starà comunque, perché non può sottrarsi, morirebbe l’Italia, non l’Europa. Ma ci starà da protagonistacerto non con questa politichetta da cortile o ci starà in modo ancillare, spolpata di ciò che ha, tenuta in piedi a suon di miliardi (pochi invero) e trasformata nel giardino delle vacanze di Europa o, peggio temo, il ‘cortile di dietro’… sempre che riusciamo almeno a non farla franare nel fango, ma tanto ci penserà la Germania e, lì forse, Draghi.
Che se ne dovrebbe mai fare Draghi di Palazzo Chigi o del Quirinale, due edifici semi dismessi, ai margini dell’Europa!

Complicato? Forse, ma chi vuole capire ha capito, anche perché, lo dice Draghi, è banalmente ovvio.
Questa -giusto per concludere-, caro Goffredo Bettini, è ‘Politica’: si può non condividere, ma ci si deve misurare. Il resto è chiacchiera e potere, brutale e banale potere.

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Sull'autore

Giancarlo Guarino, ordinario, fuori ruolo, di diritto internazionale nell’Università degli Studi di Napoli Federico II, è autore di numerose pubblicazioni su diverse tematiche chiave del diritto internazionale contemporaneo (autodeterminazione, terrorismo, diritti umani, ecc.) indagate partendo dal presupposto che l’Ordinamento internazionale sia un sistema normativo complesso e non una mera sovrastruttura di regimi giuridici gli uni scollegati dagli altri.