martedì, Luglio 14

Mantanus e la musica classica dal volto umano

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Cosa ci viene in mente pensando alla musica classica? Sicuramente grandi nomi, da Beethoven a Strauss, un repertorio solenne, orchestranti accigliati e un direttore d’orchestra che li dirige, voltato di spalle. Un mondo lontano, un pubblico d’élite, un ambiente fatto di solennità, rigore, praticamente obsoleto se volessimo contestualizzarlo nella società odierna. Non a caso la fruizione di spettacoli di musica classica registra un netto distacco rispetto ad altri tipi di intrattenimento, rimanendo tra le attività culturali con minore affluenza di pubblico in assoluto (fonte Istat). Un peccato se si pensa al patrimonio culturale a cui ci si preclude, quasi non sentendosi all’altezza, spaventati da quei mostri sacri della musica che diventano distaccati, irraggiungibili. Per non parlare dell’altra faccia della medaglia, coloro che fanno musica classica, giovani talenti che studiano nei conservatori per anni ma che spesso non hanno la possibilità economica di vivere facendo i musicisti e abbandonano questa strada.

Matthieu Mantanus, classe 1978,  è un pianista e direttore d’orchestra di nazionalità svizzero-belga con un curriculum davvero impressionante, che parallelamente alla sua attività da musicista ha portato e sta portando avanti una serie di progetti, nonché due libri editi per Mondadori e Feltrinelli e collaborazioni televisive con la Rai, proprio per rinnovare l’approccio alla musica classica, avvicinare i più giovani alla storia ed educare il pubblico adulto all’ascolto. Gli abbiamo chiesto di spiegare la sua idea rivoluzionaria e illustrare i suoi progetti in questa intervista, dove emergono riflessioni e problematiche relative al sistema interno alla musica classica nonché alla fruizione culturale in Italia.

Maestro, ha detto che bisogna “suonare con semplicità musica seria, non seriamente musica semplice”. Questa affermazione potrebbe riassumere il fine ultimo dei suoi progetti?

Assolutamente si, è il fulcro di ciò che faccio. Davanti alla necessità di cambiare, necessità che personalmente vedo molto presente, si sono parate due strade all’interno dell’ambito della musica classica: la prima, molto seguita negli ultimi anni, è quella di inserire nel repertorio un tipo di musica comunemente definita “semplice”, quasi a fare da contentino, che però non va a cambiare la modalità di produzione e il tipo di proposta. Più recentemente, anzi proprio ultimamente in occasione del MITO (festival internazionale di musica classica, ndr) si sta preferendo la seconda strada: l’idea di suonare il repertorio classico, quello che fa parte della nostra storia, cambiando però le modalità attraverso cui viene portato in scena. Paradossalmente per gli artisti del nostro mondo è molto più difficile accettare una rivoluzione nelle modalità piuttosto che una messa in discussione del repertorio. In realtà non so bene il perché, eppure la forma della fruizione sembra essere diventata negli ultimi anni più importante del contenuto stesso. È quasi più comune suonare musica “facile” all’interno di un concerto classico piuttosto che cambiarne le regole di esecuzione. Invece io penso esattamente l’opposto: il lavoro di musicisti sta nel far arrivare il repertorio alla gente, se vogliamo farlo dobbiamo impegnarci affinché arrivi a più gente possibile, senza cambiare il repertorio. Altrimenti faremmo il lavoro d’altri.

“Bisogna far ascoltare musica per educare, non educare per far ascoltare musica” è un’altra sua affermazione. Cosa vuole dire?

Quando faccio questa affermazione mi riferisco ad un pubblico adulto. Una delle motivazioni generalmente addotte alla difficoltà di comprensione e di approccio alla musica classica è quella della preparazione. Si organizzano talvolta dei corsi di avviamento tenuti da musicologi esperti per prepararsi alla musica classica e solo dopo ci si sente pronti ad assistere ad un concerto. Penso che sia una cosa ottima, imparare non fa mai male, ma non penso sia assolutamente una soluzione al problema. Noi siamo artisti, uomini di scena, non insegnanti, e non dobbiamo assolutamente trasformare il concerto in un momento didattico perché priverebbe il concerto di una parte della sua essenza. Ritengo sia più giusto trovare delle formule di spettacolo in cui la facilitazione all’ascolto è compresa in un discorso unico, non esiste un momento separato in cui si insegni ad apprezzare un concerto, ma che cambi il concerto e lo renda fruibile. Non pretendo di avere la soluzione, ma penso sia importante costruire un nuovo format, una  formula innovativa che renda i concerti fruibili e apprezzati dal pubblico, senza pensare di preparalo prima. Di conseguenza credo che più il pubblico abbia accesso al repertorio attraverso format che gradisce, maggiore sarà la sua preparazione al riguardo. È l’ascolto che forma il gusto, non il contrario.

Quale pensa sia il modo giusto per avvicinare i bambini alla musica? Affronta questo tema anche nel suo primo libro, Una Giornata Eroica, e lo concretizza nel suo progetto Orchestra in gioco.

Nel caso dei più piccoli il discorso è diverso. Parliamo di una fascia d’età in cui imparare è fondamentale, pertanto la didattica è assolutamente lecita. Nasce qui tutto un discorso didattico che si è sviluppato e si sta sviluppando più facilmente essendo molto più accettabile l’idea di semplificare la modalità di fruizione. Sono tanti i progetti di avviamento alla musica. Forse l’Italia dovrebbe importare alcune metodologie pedagogiche e aggiornarsi in questo senso, ma il problema è relativo perché c’è molto materiale su cui lavorare. Ho scritto questo libro per Feltrinelli proprio per trovare un modo, si spera non noioso e non didattico, per avvicinare i bambini al mondo dell’orchestra e più in generale alla musica classica, mostrando un lato più intrigante e interessante. Orchestra in gioco è invece la versione sinfonica di quello che era già stato fatto per l’opera con il progetto Opera domani. Certo, con l’opera è più facile: ci sono una storia, dei personaggi, le scene, i costumi, insomma dinamiche didattiche maggiori per invogliare e coinvolgere i bambini. Con la sinfonica bisogna ingegnarsi un po’ in più, per riuscire a rendere l’orchestra una interessante protagonista.

La musica classica è “noiosa”, “vecchia”, “austera”. Da qui nasce il suo progetto JeansMusic. Come far arrivare ai giovanissimi le idee e le emozioni che si nascondono dietro la sacralità di un’ orchestra sinfonica?

Più che un metodo c’è bisogno di un atteggiamento, quello di rimettere le cose al loro posto. Più si rimane sul piedistallo, meno si riesce a cogliere l’umanità profonda delle cose. L’arte in generale è estremamente umana, è una espressione umana, forse la più compiuta. Se si perde l’aspetto umano della musica classica e si sottolinea questa sacralità di cui lei ha parlato si perde quell’aspetto della musica che la rende interessante e fruibile attraverso gli anni. Un essere umano lo è oggi come lo era nel settecento, con le stesse paure, emozioni e difficoltà. Dunque penso che bisogni cancellare quest’aurea di sacralità senza essere dissacranti, senza svilire.

Mi collego al suo secondo libro, Beethoven e la ragazza con i capelli blu, ancora una volta rivolto ai più giovani. Cosa ci vuole dire attraverso questa nuova storia?

Continuo il discorso precedente. In questo libro, edito per Mondadori, ho provato a spiegare attraverso l’umanità delle persone il loro percorso artistico: cosa successe a Beethoven, chi fu Schumann? Secondo me questo è uno degli aspetti che può spingere le persone ad avvicinarsi al repertorio e soprattutto ad ascoltarlo con un orecchio diverso, con consapevolezza: se conosci le difficoltà, le idee, le emozioni di chi ha scritto quella musica sarai in grado di proiettare in quella musica un po’ di te. Uno degli aspetti più importanti dell’arte è la possibilità di fare propria l’espressività dell’altro, elaborarla e capire qualcosa di più di te stesso. Per questo bisogna educare all’ascolto, per farlo diventare un momento di crescita artistica, culturale e personale. Per poter permettere questa immedesimazione, questo slancio emotivo verso un’opera d’arte, è però necessario coglierne l’umanità che c’è dietro. Altrimenti è solo un oggetto lontano, così diverso da non poter essere toccato.

Ho visto alcuni estratti del suo ultimo spettacolo Intimacy. Oltre al visual suggestivo, è stato anche attore, poeta, narratore, oltre che musicista. L’opera classica che diventa metateatro. Nasce forse dal bisogno di avere un contatto con il pubblico, di annullare quel “voltare le spalle” del direttore d’orchestra?

Intimacy è una modalità sperimentale di spettacolo a cui stavo lavorando da molti anni. Fa parte del discorso che facevo inizialmente, quello di trovare nuovi format per trasmettere la musica classica. All’inizio del progetto JeansMusic, che è una sorta di fabbrica delle idee, avevo individuato tre aspetti. Il primo è il parlare con il pubblico, ovvero non rinchiudersi ed affidare alla sola musica il contatto. D’altronde viviamo in una società fondata sulla parola, che cerca il dialogo, che ha bisogno di parole per entrare in empatia con un artista che deve includere il pubblico nello spettacolo. Per me la parola ha permesso di concretizzare, dare un primo accesso alle persone che avevo davanti.

Del suo intervento a Che tempo che fa come anche in Intimacy mi ha colpito la sua attenzione all’aspetto comunicativo, la consapevolezza di trovarsi in una società dell’immagine dove anche un direttore d’orchestra deve indossare i jeans.

Questo è il secondo aspetto di cui ti parlavo, che ho elaborato in Intimacy. Viviamo nella società del visivo, una società multimediale in cui non si ascolta più musica ma la si guarda. Quindi mi sono chiesto come fosse possibile costruire una scenografia intorno alla musica di repertorio provando a valorizzarla senza metterla in secondo piano, perché il visual è un mezzo comunicativo molto potente, più della musica. Bisognava creare una scenografia che aiutasse al contrario a concentrarsi sulla musica, a comprenderla, a fornire spunti culturali ed emotivi. E così è nato Intimacy. Il terzo aspetto, che ha dato nome al progetto, è l’abbigliamento. Sembra una frivolezza, come effettivamente dovrebbe essere. Eppure il vestito è il primo discorso comunicativo che si fa con il pubblico. Ritenevo e continuo a ritenere il frac, che è stato per anni la divisa classica,  un vestito che impone una certa soggezione, inizia subito un tipo di discorso molto upper class, addirittura snob, per non dire desueto. Allora ho pensato, perché non indossare i jeans? Anche il pubblico viene più volentieri se sa di potersi vestire come preferisce. Ecco che tutto questo crea una sorta di spettacolo teatrale. Intimacy, che è stato portato in scena per la prima volta a Lodi e tornerà a Carpi il 22 ottobre, è uno spettacolo in cui si viene proiettati in un mondo parallelo, quasi non ci si rende conto di aver ascoltato dei capolavori della musica di repertorio. Una modalità di fruizione della musica nata dopo anni di ricerca. Spero di continuare a lavorare su spettacoli che seguano questa linea. Posso dire di aver creato un format, non l’unica ma una delle nuove possibilità di fruizione della musica classica.

È mai stato criticato per aver “minato” alla solennità della musica classica e della sua tradizionale modalità di fruizione?

Qualche critica? C’è stata un’alzata di scudi spaventosa. Per non parlare di quando ho partecipato a Che tempo che fa collaborando con la Rai: più c’è visibilità più sono feroci gli attacchi. All’inizio ero sorpreso, ma poi ho iniziato a riflettere, non tanto su quello che stavo facendo io essendo molto convinto di non star sbagliando, d’altronde l’arte è molto soggettiva e le mie idee di spettacolo potevano piacere come non piacere; quello che mi ha colpito è stata la rivendicazione di un pensiero unico nei confronti della musica classica, in cui si presumono regole che la prevedono suonata in un certo modo, presentata in un altro, ascoltata in un altro ancora. Un pensiero quasi sacro. Queste critiche sono parti stesse del problema, sono sintomo dell’atteggiamento diffuso e spiegazione del progressivo disinnamoramento nei confronti del repertorio classico. Non si può accusare di distruggere il repertorio semplicemente proponendo uno spettacolo diverso, essere diversi vuol dire essere vivi. C’è poi una visione estremamente negativa del pubblico e questa cosa mi sciocca! Iniziare un rapporto comunicativo con delle persone pensando che siano dei cretini è un problema. È normale che il pubblico finisca per odiarti. Bisogna essere inclusivi, creare empatia rispettando chi si ha davanti. Senza instaurare un dialogo è impossibile calarsi nei bisogni del pubblico e individuare i punti su cui costruire un contatto.

La sua esperienza di musicista e direttore d’orchestra l’ha portata in tutto il mondo. Qual è ad oggi il consumo di musica classica in Italia, anche rispetto ad altri paesi?

In Italia il consumo di musica classica è inferiore rispetto al resto del mondo perché mancano alcuni presupposti estremamente importanti. Prima di tutto manca un sostrato, una rete di persone che fanno musica in modo amatoriale. In Italia nei conservatori crescono persone che in futuro lasceranno il loro strumento nell’armadio perché in pochissimi riusciranno a trovare lavoro come musicisti. Il numero delle orchestre in Italia è paurosamente basso. Eppure il ruolo del conservatorio è quello di insegnare, alfabetizzare gli studenti, quello che manca è proprio l’occasione di ritrovarsi per continuare a suonare anche dopo il diploma, anche se non è quello il proprio mestiere. Manca la musica in quanto elemento socialmente aggregante. L’Italia persiste nell’avere una visione elitaria. Eppure la musica è prima di tutto amatorialità, poi orchestra e insegnamento e per una parte infinitesimale carriera da solista. Dovremmo strutturare l’insegnamento della musica in Italia, sviluppare occasioni e strutture in cui condividere la musica nella sua amatorialità e lasciare che i geni riescano ad emergere per quelle poche possibilità. Quindi penso che il maggiore ostacolo nella diffusione della musica classica in Italia sia la mancanza di un tessuto, una rete fisica di musicisti amatori che promuovono il repertorio e lo rendono più vicino, più quotidiano. A differenza del problema della modalità di fruizione che è lo stesso in tutto il mondo, in Italia la falla maggiore sta proprio nell’assenza di un sostrato musicale.

Nuovi progetti, eventi, idee?

Non posso dare troppe anticipazioni. Ho voglia di sviluppare il format di Intimacy, che stiamo preparando per la prossima stagione. Ci sono altri progetti televisivi che dovrebbero nascere tra qualche mese ma non posso dire di più. Anche sul web sto seguendo alcune idee interessanti. Oltre a questo continua la mia attività “normale”, sarò alla Biennale di Venezia con alcune opere contemporanee molto intriganti e divertenti. Ma sono le tre piste innovative che ti dicevo prima, format, tv e web, su cui bisogna insistere e lavorare di più.

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