venerdì, Novembre 15

Manchester: lo Stato Islamico torna alle origini

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Un’inaspettata e letale esplosione ha posto fine ad una serata di gioia e divertimento a Manchester, in Gran Bretagna, durante il concerto della pop star americana Ariana Grande.
La Manchester Arena, la struttura più grande indoor d’Europa, con una capienza di oltre 21mila posti, era affollata soprattutto di giovani e giovanissimi fan della cantante quando, alle 22.30 ora locale, una deflagrazione ha velocemente fatto defluire gli spettatori verso le uscite d’emergenza.
Secondo quanto riferito dalla Polizia di Manchester, ventidue persone hanno perso la vita nell’esplosione e quasi 60 sono state ferite, alcune in modo molto grave.
Dopo i fatti di Londra di due mese fa, la Gran Bretagna è nuovamente nel mirino delle organizzazioni terroristiche, anche se, ad una prima analisi, la dinamica appare fin da subito complessa ed organizzata, rispetto ai precedenti eventi terroristici che hanno interessato l’Europa.
L’attacco terroristico che ha colpito Manchester è, infatti, un ritorno alla strategia delle origini per lo Stato Islamico, bombe di piccole dimensioni con sharpnel incorporati in luoghi affollati e ricchi di obiettivi.
Target dell’attacco questa volta sono giovani civili, età media intorno ai 24/26 anni, che si sono riuniti per l’evento mondano di una grande cantante americana.
Come in passato per analizzare l’evento terroristico sono da tenere presenti i tre elementi costitutivi: luogo; target e modalità.

L’attacco si è svolto in una cornice a cui lo Stato Islamico ci ha già ampiamente abituati in passato, luoghi densamente affollati dove si svolgono eventi pubblici di medie/grandi dimensioni con un numero di spettatori importante, in modo da aumentare il fattore di spettacolarizzazione dell’esplosione ed a un numero di decessi copioso.  La Manchester Arena è stata colpita durante un concerto piuttosto importante, un grande raduno come era già avvenuto (con modalità decisamente diverse) al Bataclan di Parigi (quando si arrivò ipotizzare l’intervento NATO) quasi due anni fa, ad Orlando, in Florida, e in diverse altre parti d’Europa.
Già in passato, in altre analisi di questa tipologia si era posto l’accento su come eventi di ampio respiro mediatico come concerti e raduni culturali potessero essere una valida alternativa ad obiettivi più complessi, come aeroporti e centri cittadini.
Il luogo risulta dunque ideale perché densamente frequentato e poco sorvegliato e, nonostante le preoccupazioni di un possibile attentato, gli spettatori mantengono un livello di attenzione al pericolo decisamente più basso, fanno meno caso ad eventuali atteggiamenti sospetti permettendo lo svolgimento dell’attacco con l’effetto sorpresa massimizzato.
La confusione dei grandi eventi privi di un target specifico permette agli attentatori di mimetizzarsi meglio con la popolazione civile e contemporaneamente di avere una via di fuga subito dopo l’esplosione occultato dalla stessa fuga rocambolesca dei sopravvissuti o dei feriti.
Le notizie che arrivano da Manchester sono quelle di un kamikaze a sua volta morto durante l’attacco senza possibilità di fuga, tuttavia un dubbio viene posto dalle foto della scena dell’attentato. Le immagini mostrano come gli sharpnel dell’ordigno abbiano colpito all’altezza degli arti inferiori ed essendo proietti dall’esplosione in modo perpendicolare alla bomba è possibile pensare che questa fosse collocata all’altezza del manto stradale e non indossato come un giubbetto esplosivo. Se così fosse, il comando dell’ordigno potrebbe essere stato attivato a distanza e la fuga dell’attentatore coperta da quella delle vittime, questa ipotesi avrebbe una maggior possibilità di essere attuata perché durante il concerto ci sono stati controlli e la presenza di forze dell’ordine tra gli spettatori, un giubbetto esplosivo sarebbe almeno risultato sospetto e potenzialmente fermato.
Nonostante quello dei grandi eventi sia un target importante e decisamente premiante, organizzare un attentato di questa tipologia è complesso e richiede dimestichezza con la pianificazione militare o paramilitare.
In sostanza quello a cui abbiamo assistito il 22 maggio non è una richiamata frettolosa alla jihad condotta, come in passato, su quale sito internet; una chiamata a cui tutti gli aspiranti attentatori potevano rispondere anche senza addestramento. In questo caso si ha la costruzione di una bomba rudimentale ma il cui intento letale è amplificato dalla presenza di particolati metallici che con l’esplosione diventano piccole biglie incandescenti capaci di penetrare nella carne e nelle ossa, ferendo gravemente anche chi non era nelle immediate vicinanze dell’esplosione. Una bomba per quanto elementare necessità di un’assemblamento da parte di chi ha una esperienza in materia, diretta oppure semplicemente assistito da expertise specifiche.
La presenza di queste capacità così particolari dovrebbe essere supportata da una cellula logistica in grado di raccogliere tutto il materiale necessario alla costruzione degli ordigni ed alla messa in opera dell’attentato, ne consegue che non puo’ essere opera di un solo uomo richiamato velocemente al martirio.
La pianificazione attenta si evince anche e soprattutto dall’attesa della fine dello show, quando la maggior parte degli spettatori stavano per lasciare l’impianto.
Come già detto l’attentatore potrebbe aver scelto il momento più opportuno per far esplodere l’ordigno pensando che la folla fosse distratta e le forze di polizia impegnate a far defluire gli spettatori oltre le uscite principali.
Una strategia che in maniera diversa avevamo vista a Nizza il 14 luglio 2016, quando un camion si lanciò sulla folla che stava osservando i fuochi d’artificio sulla Promenade, in questo specifico caso gli spettatori erano concentrati sull’evento pirotecnico e non fecero minimamente caso a ciò che stava accadendo.

La scelta di colpire un concerto a cui hanno assistito soprattutto giovani adolescenti con le loro famiglie ed amici potrebbe a sua volta non essere un caso.
Un tweet del 22 maggio postato in rete intorno alle ore 18.30 del pomeriggio, sosteneva che gli abitanti inglesi si fossero dimenticati di cosa volesse dire essere davvero spaventati dal terrorismo e che presto lo Stato Islamico avrebbe ricordato loro quel terrore. Il post è di un semplice militante sui social network, simpatizzante dell’estremismo di Al Baghdadi, ma il post è risultato una sconcertante coincidenza.
Un target così giovane che subisce un trauma come quello di un attacco terroristico vicino casa propria, dove dovrebbe essere al sicuro, potrebbe avere una doppia valenza. La prima è sicuramente quella di stupire chi osserva l’attentato da casa, l’intoccabilità dei giovani e delle donne in caso di violenza, rende questo attacco ancora più riprovevole agli occhi degli occidentali che seguono regole morali anche in caso di lotta aperta cosa che non accade per i terroristi. In seconda istanza, i giovani saranno quelli che più ricorderanno e metabolizzeranno l’evento associando al momento di grande gioia e serenità un trauma di ingenti portate. Colpire i giovani significa minare dalle fondamenta la resilienza della popolazione civile, andandone a modificare fin da giovani il comportamento sociale.

Andando oltre la semplice analisi di base condotta con la tripartizione: target, luogo e metodo il caso specifico di Manchester evidenzia alcune peculiarità interessanti.
Perché si parli di terrorismo di matrice islamica normalmente si attente la rivendicazione tramite social media della pubblica informazione dello Stato Islamico o di Al Qaeda dove presente. L’IS ci ha abituati ad una duplice strategia comunicativa, che cambia in base ai fattori esterni che ne influenzano l’attuazione.
Prima dell’avvento dell’era dei cani sciolti, terroristi chiamati al jihad tramite internet che non hanno un vero e proprio collegamento con le cellule europee o atlantiche, le rivendicazioni degli attentanti potevano arrivare fino a 48ore dopo l’evento. Questo perché, non sapendo chi e dove potesse rispondere alla chiamata al martirio, si necessitava di un controllo preventivo prima di scrivere il dispaccio ed attribuirsi il merito dell’attacco. In casi di attacchi complessi e pianificati, lo Stato Islamico non ha fatto passare più di 12 ore per la rivendicazione ufficiale, cosa che nel caso di Manchester non è ancor avvenuta.
Le ipotesi sono almeno due, la più probabile delle quali è che a causa le avverse condizioni tattiche dell’IS a Raqqa e il conseguente spostamento delle strutture di comando nella vicina Al Mayadin, nella provincia di Deir Ezzor, l’organizzazione dei media non sia più così efficiente. Non sarebbe la prima volta che, a causa delle difficoltà tattiche in Siria, l’apparato dei media dell’IS ritarda il proclama di un evento terroristico, situazione che nel caso di Manchester è aggravata dalla totale caduta della capitale ideologica dello Stato Islamico, infatti le SDF  (Syrian Democratic Forces) sono ormai quasi pronte a sfondare le ultime barricate prima di entrare nella città. Una seconda ipotesi è che non si tratti di un attacco condotto dallo Stato Islamico ma da un network terroristico diverso con una sempre possibile matrice jihadista ma non solo.
Obiettivi come grandi affollamenti di persone sono obiettivi di quello che si chiama terrorismo interno, ovvero frange che a vario titolo vogliono richiamare l’attenzione del Governo su un particolare problema politico o sociale. Questo ultimo caso è sicuramente il più remoto, ma deve comunque rientrare in un’analisi che ancora non vede rivendicazioni ufficiali.

Bisogna dire che la propaganda jihadista in queste ultime settimane ha tenuto il profilo piuttosto attivo, facendo tornare in auge il figlio di Osama Bin Laden, Hamza, che con un suo audio spronava ad agire in Occidente con gesti organizzati oppure con azioni repentine ma letali. Esponenti dell’IS hanno rinnovato gli appelli a colpire, con i soliti mezzi e le solite ramanzine intrise di una dottrina affabulatrice.
Come detto in passato, è difficile che le perdite di territorio in medioriente possano effettivamente minare la retorica dell’IS fermando gli attentanti in Europa, perché la chiamata alla jihad si svolge sull’aleatorio mondo di internet che si può controllare ma non arginare.
Se siamo davanti ad una possibile nuova strategia alternata tra attacchi organizzati e cani sciolti questo non è dato sapere ma da un punto di vista analitico il ritorno ad una dottrina delle origini farebbe ripiombare l’Europa nel caos di fine 2015.

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