sabato, Agosto 8

Mancanza di idee, di linguaggio di estetiche?

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E’ esperienza comune, che della lettura di un libro, della visione di un film o di uno spettacolo teatrale, al ‘fruitore’, come andava di moda dire un tempo, talvolta non rimane niente. Un nulla che va a sedimentarsi sui tanti niente dell’offerta generale di arte e cultura, o quanto meno di ciò che si presenta in tale guisa.
Non alludo al gradimento personale che può riscontrare o meno il singolo evento. Penso che tanto di quello che ci capita sotto gli occhi, stia sempre in bilico sul precipizio del vuoto. Di senso, di codice espressivo, in alcuni casi di incomprensibilità delle ragioni che hanno portato all’avvenimento.

Cosa ci si può, o dovrebbe aspettare da un evento culturale? ancor più da una rappresentazione artistica? Buttiamo lì, le più ordinarie e forse banali considerazioni che ci vengono in mente: che lo spettatore esca da quella esperienza con più consapevolezze, con maggiori sollecitazioni di pensiero, con accresciuta curiosità. Questo dato teorico, tratteggiato così essenzialmente, penso che sia universalmente condivisibile. Allora perché tante volte, troppe volte, queste legittime aspettative restano azzerate?

Alcuni operatori pensano che possa essere sufficiente per cavarsela, proporre quanto da loro prodotto immergendolo sullo sfondo di una mera cronaca di informazione di fatti. Talvolta di apprezzabile denuncia. Limitandoci al teatro, è sovrastante in questi anni l’idea che la funzione di questa forma di espressione artistica, sia confinata alla denuncia delle talvolta devastanti contraddizioni sociali, offerte dalla cronaca, o a corifeo delle sempre più variabili geometrie affettive e relazioli. E’ tutto qui? E’ solo questo quello che ci è arrivato dalla enorme forza di coinvolgimento ad esempio dei meccanismi della tragedia?

Penso di poter dire che l’ultimo spettacolo che ho visto e che ha suscitato in me riflessioni, rispondente quindi a l’aspettativa di uno spettatore medio, è stato ‘Il prezzo‘ di Arthur Miller, con la regia di Massimo Popolizio, e un Umberto Orsini quanto meno in stato di Grazia. Ne parlai al tempo.  Ovviamente per giungere a dire questo, ne ho visti molti altri.
Mi sorge spontaneamente l’interogativo, perché sono rimasto colpito particolarmente proprio da questo? Bella forza, potrebbe dire qualcuno. In quell’occasione a comiciare dall’autore e da Umberto Orsini era stato calato un bel pocker d’assi. Sicuramente l’esito felice è dato anche dalla realizzazione di ciò che si vuole fare. Ma non è solo questo, la scrittura scenica, era molto curata nella sua ‘classicità’, per così dire. La mia impressione, è che la forza stava nella tematica affrontata, e alla sua intramontabile attualità, e tutte le implicazion gravitanti intorno al titolo ‘Il prezzo‘. Concetto che può essere declinato in ogni epoca, in ogni categoria sociale. La storia dell’uomo è ‘storia di prezzi’. Le potenzialità sono già quindi in cosa si sceglie di fare.
Pare che si viva in un epoca unidimensionale, nella quale siano meritevoli di attenzione solo alcune tematiche. Quelle prodotte dall’oggi, dalla contemporaneità. Ed è poco, veramente poco, stucchevole. Il teatro non è, non può diventare solo un talk show, dal sapore giornalistico sulle disgrazie e le ingiustizie del mondo. E’ ineludibile il fatto che l’artista (quando c’è) operi vivendo il suo tempo. Ma la capacità, il dono, per chi ce l’ha o ce lo dovrebbe avere, consiste proprio nella capacità di sollevare dal crudo fatto di cronaca ciò che si rappresenta grazie, ad esempio, al linguaggio della bellezza, del sublime, della metafora. Di manifestare sintesi folgoranti che solo l’arte può raggiungere.

Dopo questa affermazione, già mi vedo davanti al plotone d’esecuzione, dei passatisti della contemporaneita e dei missionari delle varie denunce dei mali del mondo. Quello reale, concreto, da cronaca quotidiana per intenderci. Guai ad alzare lo sguardo da questo piatto di minestra avariato.
Quest’ anno ricorre il cinquantesimo anniversario della morte di Alberto Giacometti. Il grande pittore e scultore della svizzera italiana. Fra le tante pregevoli cose sullo scultore, dall”Uomo in marcia‘ in giù, e tutta la sua rilevantissima produzione, sono venuto a conoscenza di un episodio fino ad oggi privo del risalto che meriterebe. Giacometti, fu chiamato da Samuel Beckett a fare la scenografia di ‘Aspettando Godot‘. Scenografia che consisteva praticamente in un albero spoglio. Dalla collaborazione di questi due veri e propri ‘giganti’ del “900, si respira la vertigine che si prova costeggiando le rive del senso dell’esistenza. Tutto questo senza il minimo bisogno di trattare storie di corna declinate con maggore o minore fantasia, o di cronaca di poblematiche sociali.
C’è tanto, ma veramente tanto, di più su cosa interrogarsi. Basta trovare chi è in grado di dare certe sollecitazioni. E lo dice uno che vede almeno tre telegiornali al giorno. Se non si è ‘scorretti’ palando di argomenti di queste genere, saremmo gli enesimi normalizzatori della palude. Una cosa è certa lì, non potrà mai nascere quell’albero spoglio. Con buona pace di Alberto e Samuel.

 

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