venerdì, Settembre 25

Mali: un golpe, una opportunità, ma non per la Francia La transizione dalla giunta militare al governo civile potrebbe durare 3 anni, secondo i negoziati appena avviati. Per la Francia l’ennesimo guaio in terra africana

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Una transizione di tre anni che conduca il Paese dall’attuale giunta militare al ripristino di ungoverno civile. E’ quanto sembra attendere il Mali dopo il colpo di Stato dello scorso 18 agosto. La notizia è di queste ore e attende l’ufficializzazione. Il tutto sarebbe il frutto dei colloqui tra i membri della Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (ECOWAS), guidati dall’ex Presidente nigeriano Goodluck Jonathan, e la giunta militare al potere, guidata dal colonnello Assimi Goita.

«Abbiamo raggiunto una serie di accordi, ma non abbiamo raggiunto un accordo su tutte le questioni», ha detto ai giornalisti Jonathan. Molti sarebbero ancora i particolari da definire, a partire dal futuro del deposto presidente Ibrahim Boubacar Keita e i dettagli della transizione del Mali al governo civile.

Secondo ‘RFI’ il Comitato nazionale per la salvezza del popolo (CNSP), composto dai militari che hanno preso il potere, dopo mesi di proteste contro il Presidente, ha proposto una transizione di tre anni guidata da un soldato e composta per lo più da soldati, garantendo a Keita la libertà nel Paese o fuori. I colloqui comunque proseguono in queste ore, con al centro delle discussioni anche le sanzioni e l’isolamento imposto al Mali da ECOWAS dopo il colpo di Stato.

Assente dal tavolo dei negoziati la Francia.
Parigi
proseguirà le sue operazioni militari in Mali contro i combattenti islamici -l’operazione Barkhane, autorizzata dal Consiglio di sicurezza dell’Onu- nonostante la cacciata del Presidente, ha dichiarato la scorsa settimana il Ministro delle forze armate francese, Florence Parly.
Nè Parigi sarà assente dal processo di transizione. Ex colonia francese, uno di quei Paesi in cui la cellula africana dell’Eliseo, France-Afrique, continua di fatto a condurre i giochi,l’Eliseo non era per nulla soddisfatto dell’operato di Keita, anzi, nelle scorse settimane Emmanuel Macron era ‘fortemente intervenuto’ chiedendo al Presidente di risolvere i problemi legati alla contestazione delle elezioni legislative, uno degli ultimi motivi alla base delle proteste della popolazione alle quali il colpo di Stato avrebbevoluto rispondere.
Gli osservatori francesi fanno, anzi, notare come il Mali per la Francia sia una sorta di Vietnam.Impegnate da sette anni nella lotta al terrorismo islamista nel Sahel, le truppe francesi stanno cercando di cedere il testimone alle forze locali, senza trovare le strutture del potere politico sufficientemente solide per farlo. Il tutto sottolineando l’incapacità del deposto Presidente -per altro fin dalla sua ascesa al potere considerato un ‘fantoccio’ dell’Eliseo- di «mantenere la rotta, di ricostruire uno Stato, di controllare la corruzione»in un Paese «che si è trasformato in una barca ubriaca».

La Francia immediatamente dopo il colpo di Stato di fatto praticamente giustificato da Parigi dall’inettitudine del Presidente ha chiesto il«ritorno al potere civile e allo Stato di diritto»,impegnandosi a promuovere il dialogo politico tra il Mali dei golpisti e i suoi partner saheliani per una soluzione civile e democratica, ma avvisando che tale soluzione non è per nulla a portata di mano. «L’impresa è ovviamente rischiosa, vista l’estrema debolezza del sistema politico maliano», sottolinea ‘Le Monde. «Èparticolarmente delicato per la Francia, che deve evitare di apparire come l’ex potenza coloniale che cerca ancora di tirare i fili, ma che soprattutto non vuole rischiare di compromettere, in questa volatile sequenza, i risultati di sette anni di lotta contro terrorismo». Risultati scarsi, per stessa ammissione francese. Da qui il tentativo della Francia di coinvolgere nella gestione della crisi l’Europa in primis, cercando di convincere Bruxelles che la crisi del Mali determina una destabilizzazione della regione che è un pericolo sia per l’Europa che per l’Africa, e l’ONU. Ma, avvisano gli analisti, Parigi «non potrà evitare di fare una lucida valutazione del proprio impegno militare e della propria strategia antiterrorismo che, negli anni, ha prodotto anche effetti politici perversi».

In effetti questa nuova crisi rischia non solo di indebolire ulteriormente la già poco efficace lotta ai gruppi estremisti islamici che prosegue da sette anni, ma quel che più preoccupa Parigi è il rischio di un suo ulteriore indebolimento in uno dei Paesi cuore del potere francese in Africa. Il ruolo di Parigi nel futuro di questa crisi dipenderà non solo da Parigi stessa, ma soprattutto dalla giunta militare e dai suoi alleati nell’area.

Il Paese, sottolineano gli analisti di Crisis Group, ha bisogno di una governance che favorisca riforme reali, in particolare il consolidamento delle finanze pubbliche e l’efficace ridistribuzione dei servizi statali in tutto il Paese. Il golpe militare «potrebbe essere un’opportunità per voltare pagina su uno status quo che ha gettato il Paese in una profonda crisi politica e di sicurezza», il golpe, se gestito bene, potrebbe essere un «cantiere per fornire una risposta duratura alle sfide politiche e di sicurezza che il Paese deve affrontare».

Il Sahel è un luogo molto più pericoloso nel 2020rispetto a otto anni fa, ai tempi del precedente colpo di Stato, e la transizione sembra tutt’altro che agevole, non ultimo causa la sfiducia della popolazione nella politica, la Francia e i Paesi ECOWAS potrebbero essere i veri motori di una risposta internazionale a questo colpo di Stato esoprattutto del come si evolverà.

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