giovedì, Maggio 23

Mali: nuovo attacco, vecchio male che cresce

0

Un attacco presumibilmente jihadista è stato portato a termine ieri in un resort di lusso alla periferia di Bamako, la capitale del Mali. Il resort è Le Campement, un luogo esclusivo di circa dieci ettari, fondato dall’imprenditore francese Hervé Depardieu, un insieme di locali e strutture sportive dove la comunità straniera che risiede nel Paese africano si ritrova abitualmente, in particolare i militari della missione di pace Minusma dell’ONU.
Non ci sono rivendicazioni al momento, ma l’azione ha molte somiglianze con quelle dei precedenti attacchi da parte gruppi jihadisti in Mali e in tutta la regione del Sahel, in particolare contro luoghi frequentati da occidentali. Il Ministro per la Sicurezza, Salif Traore, ha dichiarato che «Si tratta di un’aggressione jihadista che ha costretto all’intervento le forze speciali».

Gli ultimi bilanci non ufficiali dell’agenzia ‘Efe’ che cita fonti della Polizia intervenute sul luogo dell’attentato, parlano di almeno sei morti; (altre fonti di tre), altresì sarebbero morti durante l’attacco quattro terroristi (secondo altre fonti i morti tra i terroristi sarebbero due e altri sarebbero in fuga);  venti ostaggi sono stati subito liberati dalle truppe speciali locali e francesi e degli uomini della forza di interposizione delle Nazioni Unite.
Facendo irruzione nel locale il commando avrebbe gridato ‘Allahu akhbar’. Stesso stile degli attacchi precedenti, in particolare quello del 2015 contro l’Hotel Radison Blu di Bamako, che provocò venti morti, e poi quelli del 2016 nel resto dello Sahel: nel mese di gennaio, due attacchi a Ouagadougou, capitale del Burkina Faso, che hanno provocato una trentina di morti, a marzo è stata la volta della Costa d’Avorio, con l’attacco alla spiaggia di Grand Bassam, che provocò la morte di 19 persone.

Già alcuni giorni fa la locale Ambasciata americana aveva messo in guardia contro «la possibilità di una maggiore minaccia contro obiettivi occidentali, incluse ambasciate luoghi di culto ed altro».
Sabato alcune fonti avevano diramato la notizia che almeno cinque persone erano morte dopo un attacco contro una postazione militare nel nord del Paese. Anche in questo caso nessuna rivendicazione.
I militari maliani e le forze armate Onu sono obiettivi frequenti degli estremisti islamici che una volta governavano le città del nord del Mali, estromessi ufficialmente nel 2013 da un’operazione militare guidata dalla Francia, continuano ad effettuare attacchi,
e recentemente la situazione è nuovamente precepitata.
La situazione è critica anche nella regione di Kidal, nel Mali orientale, dove la popolazione è preda delle incursioni di diversi gruppi armati indipendentisti che, nel 2015, avevano accettato l’autorità del Governo ma non avevano mai davvero rinunciato al controllo del territorio e che in qualche modo si erano alleati con gruppi fondamentalisti.
Torture, percosse, minacce, furti, rapimenti e addirittura ‘marchi a fuoco con ferri roventi’. Alghabass Ag Intalla, leader di uno di questi gruppi, il Movimento nazionale per la liberazione dell’Azawad (Mnla) -che ha siglato un accordo di pace con il Governo tre anni fa- si smarca da ogni responsabilià e diffonde un audio nel quale incita i suoi a «rompere il digiuno» del Ramadan e attivarsi «per proteggere la popolazione». ‘Radio France internationale‘ ha riferito di aver ricevuto conferma della veridicità dell’audio direttamente da Intalla, il quale però ha spiegato che, sebbene sia proprio lui a parlare, il messaggio è stato registrato circa un anno fa. Non sembra un caso, però, che sia tornato a circolare proprio ora.
Le violenze a Kidal hanno, infatti, raggiunto il culmine. Ma sebbene sembrano dettate da frizioni di carattere etnico, secondo fonti locali, potrebbero essere strumentalizzate per raggiungere interessi politici e militari.
Il Ministro degli Esteri del Mali, Abdoulaye Diop, venerdì aveva solletictato il Consiglio di sicurezza dell’Onu ad adottare in tempi rapidi una risoluzione che sostenga la creazione di una forza speciale africana per combattere il terrorismo nella regione del Sahel.
Il Ministro
aveva espresso la preoccupazione del Presidente, Ibrahim Boubacar Keita, per le difficoltà incontrate del Consiglio nell’adozione di questa risoluzione, invitando i 15 Paesi membri ad adottarla senza indugio. Il Mali è il presidente di turno del G5 Sahel che riunisce, oltre al Mali, Mauritaria, Niger, Ciad e Burkina Faso. L’organizzazione regionale ha annunciato lo scorso marzo l’intenzione di dare vita a una forza di 5.000 uomini per combattere i terroristi, ma punta ad avere il via libera Onu prima di attivarla. La nuova forza andrà a collaborare con la missione di peacekeeping Onu in Mali (Minusma). La discussione sul progetto di risoluzione presentato dalla Francia, che prevede sostegno politico e finanziario alla forza africana, ha fatto registrare reticenze da parte di Washington, secondo cui il mandato conferito alla forza del G5 mancherebbe di precisione e quindi non avrebbe bisogno di una risoluzione, bastando una semplice dichiarazione del Consiglio. Gli Stati Uniti, principali finanziatori delle operazioni di peacekeeping, vorrebbero anche ridimensionare il bilancio complessivo di queste missioni.

Nella zona agisce Boko Haram ma non solo. Gli attacchi dal 2015 al 2016 sono stati rivendicati in alcuni casi da Al Qaeda nel Maghreb Islamico (AQIM) in altri casi dal gruppo Al Murabitun, guidata da Mokhtar Belmokhtar, algerino jihadista.
Il jihadismo è stato riorganizzato nella regione del Sahel, sotto l’autorità di Iyad Ag Ghali, del gruppo terrorista Ansar Dine, (operativo nel nord del Mali, ricercato senza sosta dai militari dell’operazione Barkhane), che a marzo è apparso alla testa di una nuova alleanza di quattro dei gruppi più attivi (tra cui AQIM e Al Murabitun), dichiarando di mettere la Francia in cima alla sua lista di nemici.

Durante una visita dello scorso maggio a Gao, la principale base militare francese nell’ambito dell’operazione Barkhane, il Presidente francese Emmanuel Macron si è impegnato a continuare gli sforzi per combattere il terrorismo nel Paese. E in effetti Macron sta dando priorità al Paese.
Macron ha ricevuto in eredità dal ex Presidente Francois Hollande la patata bollente dell’avventura militare in Mali, nata per imporre un regime filo francese attraverso la ribellione Tuareg nel nord, rapidamente sfuggita di mano e passata, dopo nemmeno sei mesi dal suo inizio, sotto l’influenza di vari gruppi terroristici coordinati da Al Qaeda.
L’Operazione Barkhane, attivata nel gennaio 2013 in sostituzione alla prima missione militare Operazione Serval, richia di essere la seconda sconfitta francese in Africa. Le truppe francesi in Mali sembrano non all’altezza di contenere i vari gruppi estremistici di matrice salafista che hanno recentemente fatto il salto di qualità. Se nel 2012 questi gruppi erano minoritari all’interno della ribellione Tuareg, impegnata nell’indipendenza del nord Mali, ora dominano la scena politica del nord, raggurpandosi in una potente coalizione guidata da Al Qaeda che ha permesso la ripresa delle ostilità.
L’Operazione Serval aveva raggiunto il suo obiettivo: garantire l’integrità del Mali dopo che la ribellione Tuareg era sfuggita dal controllo della FranceAfrique. Il nord era stato liberato dai gruppi dijadisti e salafisti. L’Operazione Barakane doveva rafforzare il controllo del territorio da parte  di Esercito e Governo maliani e prevenire il risorgere dei gruppi terroristici. Obiettivi falliti, visto che vaste zone al nord sfuggono tutt’oggi al controllo del governo di Bamako e i gruppi salafisti sono più forti che mai. La sicurezza è migliorata al nord, ma peggiorata nel centro del Paese, dove maggiori sono gli attacchi dei dijadisti.

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.

Sull'autore