sabato, Ottobre 19

Mali: il Sahel brucia, l’Occidente chiude il rubinetto La guerra in Mali è tra etnie, tra Governo e jihadisti, tra popolo e interessi geopolitici ed economici, ne parliamo con Andrea de Georgio

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La normalità in Mali è la tragedia. Da 7 anni, nell’Africa Occidentale, il Sahel brucia tra fiammate di violenza e di spari. L’intera regione rischia di carbonizzarsi in un climax infernale di scontri militari ed etnici. Il Mali sopravvive ad una guerra civile che non vuole risolversi e che nessuno dei principali attori sembra voler risolvere. Intanto la popolazione cerca affannosamente di alzare la testa sopra il fumo delle armi, cercando di riprendere a respirare con la radio e la voce delle donne, ma le grandi potenze e i gruppi armati non sembrano cedere terreno.

I recenti scontri etnici nella regione di Mopti, sul confine nord con il Burkina Faso, «coinvolgono i civili, che già a fatica sopravvivono con agricoltura e allevamento», racconta il coordinatore medico a Bamako di Medici Senza Frontiere, Patrick Irenge, in un’intervista esclusiva ad Avvenire. «Molte comunità ora sono impossibilitate a spostarsi, temendo le strade minate e la presenza di gruppi armati», poi «cresce il numero di sfollati, senza protezione, acqua o rifugi. Gli aiuti umanitari non bastano, e inoltre è difficile la loro distribuzione nelle aree più remote».

Il conflitto etnico in Mali si intreccia con il caos istituzionale a livello statale e con gli interessi nazionali ed economici a livello internazionale. Il duro scontro tra il Governo maliano e le forze jihadiste del nord deteriora la solidità statale, mentre le potenze mondiali e i potentati economici non hanno ancora deciso di anteporre la pace nel Sahel ai benefici geopolitici e ai soldi. In questi termini, Andrea de Georgio, giornalista freelance, ci racconta il conflitto in Mali – un conflitto molto vicino a lui visto che vive da anni tra il Mali e il Senegal, ed è stato giornalista reporter durante l’operazione militare francese del 2013.

 

Il conflitto maliano sembra inarrestabile: da dove è nato?

Tutto inizia nel 2012, con la caduta del regime del Primo Ministro libico, Mu’ammar Gheddafi, e il rientro nei Paesi di origine di una parte dei combattenti tuareg che erano ospitati al soldo di Gheddafi come milizia privata. Il Mali non ha negoziato un loro rientro disarmato, come nel caso del Niger. I tuareg sono rientrati nel Mali armati fin sotto i denti con l’arsenale di Gheddafi, ovvero quei tanto discussi 30 mila missili russi e altrettante munizioni e armi.

Nel loro rientro da nord che situazione hanno trovato?

Nel nord del Mali, il MNLA (Movimento Nazionale di Liberazione dell’Azawad) lotta per l’indipendenza della regione settentrionale di Azawad. Con il rientro dei tuareg armati, il MNLA ha ripreso in mano le armi. Inoltre, il nord del Mali è al centro di traffici di cocaina dal Sudamerica all’Europa e di oppiacei dall’Asia all’Europa. In questa situazione già destabilizzata, la popolazione locale si sente abbandonata dal potere centrale. Proprio in questa situazione, il germe jihadista di Al-Qaeda ha trovato un terreno perfetto dove attecchire. 

Al-Qaeda, quindi, era già presente nella regione o si è sommato all’arrivo dei tuareg?

I gruppi jihadisti legati ad Al-Qaeda, che hanno occupato militarmente il nord del Mali a partire dal marzo 2012, sono guidati per lo più da algerini che vengono dall’ala jihadista e islamista della guerra civile algerina – ovvero, dal Fronte Islamico di Salvezza. Alla guida ci sono anche alcuni ex elementi dei servizi segreti algerini. I gruppi tuareg, che avevano permesso l’arrivo e il radicarsi dei gruppi jihadisti, hanno stretto un’alleanza con i jihadisti sperando di essere aiutati nel conseguire l’indipendenza. A quel punto, hanno occupato militarmente le tre città capoluogo del nord del Mali: Kidal, Gao e Timbuctu. A gennaio 2013 hanno cominciato un’offensiva spostandosi a sud, arrivando con le navi fino al porto di Mopti – a questo punto il Governo maliano ha richiesto l’intervento dell’Eliseo.

Il Mali è stata colonia francese fino al 1960, che cosa ha chiesto in cambio il Presidente francese?

Alla base dell’intervento francese in Mali e nella regione c’era l’ottenimento della base militare di Tessalit, nella regione di Kidal, costruita dai francesi durante l’epoca coloniale e poi consegnata all’esercito maliano nel 1959. I diversi Presidenti maliani che si sono susseguiti dal 1959 in poi hanno sempre rifiutato le richieste di Francia e Stati Uniti, ma a seguito degli interventi del 2013 ci sono stati degli accordi militari per cui una contropartita del dispiegamento francese era, appunto, la base militare di Tessalit. Dopo l’operazione, Tessalit è tornata ad essere francese: questa base offre un posizionamento strategico e geopolitico molto importante, perché si trova non troppo lontano dal Mar Mediterraneo e dal Nord Africa, ma anche dal centro dell’Africa occidentale. Avere una base militare aerea, dalla quale dispiegare droni, garantisce alla Francia di mantenere una posizione di potenza egemone nella regione, e non solo all’interno del Mali. 

L’Operazione Serval della Francia, coadiuvata dai Paesi ECOWAS (Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale), che risultati ha ottenuto in Mali?

Il Presidente francese François Hollande, il 16 gennaio 2013, annuncia i bombardamenti francesi e l’intervento di terra – al quale ho partecipato come giornalista – che ha portato alla liberazione di Timbuctu e Gao. Kidal, invece, rimane in mano ai tuareg, che nel frattempo avevano rotto l’alleanza con i jihadisti perché avevano permesso la penetrazione e il recupero di importanti territori da parte delle forze franco-maliane. La Guerra in Mali viene definita vinta e finita dopo la liberazione (presunta) di queste città, senza contare che il deserto circostante fosse un importante terreno di rifugio e ripiegamento delle forze jihadiste.

La situazione è andata migliorando dall’intervento francese?

In estrema sintesi, la situazione è andata peggiorando, nonostante la missione MINUSMA (United Nations Multidimensional Integrated Stabilization Mission in Mali) e nonostante la trasformazione dell’Operazione Serval, nata come operazione di breve durata, nell’Operazione Barkhane, pensata per contrastare il regionalizzarsi dei gruppi jihadisti. Gli interventi internazionali hanno obbligato i jihadisti a cercare nuovi territori, e li hanno portati a compiere attacchi e proselitismo nei Paesi limitrofi, soprattutto nel Burkina Faso, ma anche in Mauritania, Nigeria, Costa d’Avorio e Senegal. Nel settembre 2015 è stato firmato un Accordo di pace ad Algeri che rappresenta il quadro dentro cui si inseriscono i negoziati di pace che, però, ad oggi hanno portato, essendoci tanti soldi dietro, alla creazione di guadagno e alla formazione di tante sigle nuove. 

Allora, chi è che combatte nella zona? Chi combatte per chi?

Il problema grosso è distinguere tra gruppi armati, indipendentisti, tuareg (firmatari degli Accordi di Algeri), i signori della guerra, narcotrafficanti e jihadisti. Il nord del Mali è un crogiolo di questo tipo di persone e spesso alcune figure hanno ‘più cappelli’. Inoltre, la penetrazione del jihadismo nel nord del Mali, dopo l’intervento armato francese, è cambiato molto. Dopo aver amministrato e gestito le zone del nord per nove mesi, i jihadisti hanno cambiato strategia: hanno capito che non possono controllare grandi porzioni di territorio e hanno cominciato una guerra simmetrica fatta di guerriglia mobile, attraversando confini porosi come quelli di Algeria, Mauritania, Mali e Niger. 

Gli scontri etnici al centro del Mali sono dovuti ai movimenti dei jihadisti?

I jihadisti si sono spostati negli anni verso il centro del Paese, dove oggi il conflitto si è ‘etnicizzato’ con lo scontro tra Dogon e pastori nomadi Fulani (Peul), che conoscono molto bene il territorio grazie alla pratica della pastorizia e della transumanza. Si sono armati per via di violenze perpetrate anche dall’esercito maliano durante e dopo l’intervento francese contro i Peul, che essendo di pelle chiara venivano visti come alleati o simpatizzanti dei jihadisti. Tutte queste violenze hanno causato la nascita di milizie di autodifesa su base etnica, che ha portato ad altri scontri sempre più etnici – o che appaiano etnici ma che, in realtà, hanno sempre riguardato la gestione e l’accesso a pozzi, corridoi di transumanza e terre coltivate. Una volta si sparavano con armi tradizionali o autoprodotte, adesso con la proliferazione e la circolazione indiscriminata di armi pesanti, le morti si moltiplicano. Questo continuo ciclo di rappresaglie fa il gioco dei jihadisti, che se prima erano solo nel nord, ora sono anche nel centro del Mali, e minacciano comunque la capitale Bamako – già colpita da diversi attacchi terroristici.

Nella regione, quindi, Al-Qaeda ha il monopolio o combatte una guerra su più fronti?

La nascita nel Grande Sahara di gruppi legati allo Stato Islamico, antagonista del gruppo di Al-Qaeda nel Maghreb islamico, ha creato una situazione concorrenziale tra questi diversi gruppi. Questo confronto ha intensificato le operazione di rapimento di occidentali, come nel caso del padovano Luca Tacchetto o di padre Pier Luigi Maccalli, religioso della Società delle Missioni Africane. Dopo l’intervento franco-maliano, si sono ampliate le zone rosse, indicate dall’ambasciata francese, inglese, americana, e poi a catena da tutte le altre, compresa quella italiana. Ad esempio, in Burkina Faso è tutto zona rossa, eccetto la capitale, dove comunque ci sono stati tre attentati in tre anni, l’ultimo un anno fa. In questo modo si limita l’operato delle ONG, aumenta il senso di abbandono delle popolazioni locali che devono affrontare crisi umanitarie, crisi alimentari, sfollati interni, per via di scontri che appaiono come etnici, ma che in realtà sono fomentati, organizzati e strumentalizzati dai gruppi armati jihadisti che ormai sono una nebulosa difficile da definire.

Quali altri attori influenzano le sorti della regione?

L’Algeria è una potenza regionale ingente che osteggia la presenza francese. Inghilterra e Italia, invece, si sono da poco affacciate con nuove ambasciate per interessi minori, legati soprattutto al controllo dei flussi migratori e all’esternalizzazione dei confini europei. Gli americani sono dispiegati nella regione con due basi nel Niger, di cui una con droni armati per compiere raid contro i jihadisti in tutta l’Africa. Questa guerra globale al terrorismo, però, copre altri tipi di interessi molto più grezzi e meramente economici e geopolitici. La crisi locale del Mali passa per questioni globali che hanno a che fare con la globalizzazione e, ad esempio, con l’aumento della presenza cinese a livello commerciale e politico in Africa. I cinesi hanno partecipato alla missione ONU con più di 300 caschi blu – la prima volta che la Cina invia dei caschi blu in una missione di peacekeeping dell’ONU. Poi, c’è la Francia che si sente attaccata dalle mire delle nuove potenze regionali, come Cina, India, Brasile, Canada, Turchia, Sudafrica, che guardano alle ingenti risorse naturali, come oro, petrolio, uranio, diamanti.

Le multinazionali guardano a quelle risorse quando compiono affari nella regione?

La regione del Mali e del Sahel sono regioni che ingolosiscono anche per la presenza di acqua e terra: il ‘land-grabbing’ perpetrato dalle società multinazionali è una realtà. Anche entità economiche, grossi poteri finanziari e società private hanno grandi interessi economici in questi Stati. 

Eravamo presenti insieme alle Giornate Europee dello Sviluppo a Bruxelles, cosa possiamo dire della condotta dell’Unione Europea verso l’Africa?

Dal primo forum de La Valletta del novembre 2015, l’UE sta rivedendo il proprio rapporto sulla base della collaborazione: fondamentalmente offre aiuti umanitari allo sviluppo in cambio di un maggiore controllo e contenimento alle frontiere dei flussi migratori per esternalizzare le frontiere europee. 

La via intrapresa da Bruxelles allo sviluppo è la via giusta verso la pace?

Gli attori sono tanti, le poste in gioco sono alte, tutto questo non fa ben sperare né per il Paese né per la regione. Per arrivare ad una pace effettiva bisognerebbe mettere da parte quelle che sono le logiche commerciali ed economiche che sembrano ormai decidere qualsiasi cosa nel mondo, e invece mettere in pratica davvero una logica di pace nel lavoro di Nazioni Unite, Stati africani, Unione Africana e Unione Europea (sia a livello multilaterale che bilaterale). Però, nonostante i proclama e le versioni ufficiali di ONU, UE, delle potenze occidentali e africane coinvolte, arrivare ad una pace non interessa a nessuno. Se si volesse veramente la pace bisognerebbe invertire completamente questa logica e pensare all’interesse delle popolazioni e a quello di stabilizzare una regione che se continua così creerà ancora molti più problemi sia a livello regionale che ai Paesi occidentali come quelli europei. Il Sahel sta bruciando perché è nell’interesse delle maggiori potenze mondiali occidentali.

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