martedì, Luglio 23

Mali: complicità francese con i terroristi islamici Il declino dell’Impero francese in Africa: i soldati francesi dell’operazione Barkhane sarebbero complici dei gruppi armati salafisti

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Dal 2012 il Mali è sprofondato in una serie di guerre civili che stanno creando una forte instabilità regionale e flussi migratori nei Paesi vicini e in Europa.
Alla base di questa situazione vi sarebbe la complicità della Francia con Al-Qaeda e DAESH nella destabilizzazione di cinque Paesi africaniBurkina Faso, Ciad, Mali, Mauritania e Niger ex colonie francesi, che tentano di liberarsi del giogo coloniale.  Il motivo di fondo? Senza le ex colonie africane l’economia francese collasserebbe in meno di due anni.

Tutto inizia il 22 marzo 2012 quando uno sconosciuto capitano Amadou Haya Sanogo si pone alla guida dell’ammutinamento dell’esercito e destituisce il Presidente Amadou Toumani Touré (conosciuto come ‘ATT’).
Viene costituito un Comitato Nazionale per il Ripristino della Democrazia in Mali.  Le istituzioni vengono disciolte e la Costituzione sospesa. Causa le pressioni internazionali e alla inesperienza del capitano Sanogo, il Comitato Nazionale si soglie progressivamente. Nell’aprile 2012 la giunta militare nomina  Dioncounda Traoré Presidente a interim e Cheick Modibo Diarra Primo Ministro. I Ministeri della Difesa, Sicurezza interna e Amministrazione territoriale rimangono di competenza della giunta militare che ha compiuto il colpo di Stato.

Approfittando della caotica situazione politica, l’etnia tuareg si ribella attraverso il Movimento Nazionale di Liberazione dell’Azawad (MNLA), occupando vasti territori nel nord del Paese. Il MNLA, pur essendo laico, è costretto allearsi con la fazione salafista di Ansar Dine che aderisce al Gruppo Salafista per la Predicazione e il Combattimento, poi denominato Al-Qaeda nel Magreb Islamico che controlla la regione settentrionale del Azauad. L’Esercito maliano, indebolito dal golpe, non sufficientemente armato e comandato da generali corrotti, capitola dinnanzi al MNLA e Ansar Dine. Le principali città del Nord cadono, una dopo l’altra, vengono distrutte numerose reliquie della tradizione sufi e le tombe dei santi mussulmani, tra cui l’antico mausoleo dedicato ad Alpha Moya e le sepolture di Sidi Mahmud, Sidi el-Mukhtar, Sidi Elmety, Mahamane Elmety e Shaykh Sidi Amar. La famosa biblioteca di Timboctou viene data alle fiamme.

Il  gennaio 2013 il Presidente ad interim Dioncounda Traoré lancia un appello alla Francia affinché intervenga militarmente contro i ribelli nordisti. Parigi invia un contingente militare che combatterà al fianco della truppe africane della Ecowas, riconquistando gran parte del nord. Nell’agosto del 2013 Ibrahim Boubacar Keïta (denominato ‘IBK’), largamente sostenuto dalla parte sud del Paese, viene eletto Presidente con il 77,62% dei voti. Il nuovo Governo è protetto dalla Nazioni Unite che il 25 aprile 2013 vota la Risoluzione 2100 per l’invio di un contingente di caschi blu per la stabilizzazione del Mali, la MINUSMA (Missione multidimensionale Integrata delle Nazioni Unite per la Stabilizzazione del Mali). La MINUSMA giunge nel travagliato Paese africano un mese prima delle elezioni, mettendo in campo una forza di 11.000 uomini.

Nonostante l’impegno militare internazionale, la situazione in Mali rimane incerta e i ribelli tuareg, scacciati dalle principali città del nord, continuano la guerra civile e gli attentati terroristici. Parigi, con la scusa dell’instabilità, avvia l’Operazione Barkhane: una forza di 3.000 soldati con quartier generale a N’Djamena, la capitale del Ciad.
Barkhane ha il compito di contenere il terrorismo islamico e di stabilizzare le sue ex colonie Burkina Faso, Ciad, Mali, Mauritania e Niger. Il secondo obiettivo dichiarato è quello di contenere i flussi migratori clandestini verso l’Europa. Oltre alle forze dislocate a N’Djamena, Parigi schiera altri 1000 soldati presso la città di Gao (nord del Mali), una forza speciale a Ouagadougou (capitale della Burkina Faso) e una base di Intelligence a Niamey (capitale del Niger).
L’operazione Barkhane viene progressivamente supportata dagli eserciti inglese ed estone. L’Italia entrerà in scena nella regione nel 2017 con un teorico invio di 400 soldati in Niger per affiancare l’Esercito nazionale e i francesi nella lotta contro il terrorismo e i flussi migratori clandestini. La partecipazione italiana è tutt’ora contrastata, sia dalla Francia che dal Governo nigerino. Parigi considera l’iniziativa di Roma come una chiara interferenza negli affari interni alle sue colonie africane e un tentativo di contrastare ‘l’impero francese’ dopo la perdita subita dall’Italia della Libia, mentre la popolazione nigerina ha costretto il Governo di Niamey a virare contro l’intervento italiano nella regione saheliana.

Nonostante lo sforzo militare francese, il Mali e la regione saheliana non vengono stabilizzati. Il MNLA laico è sempre più debole, mentre prosperano i gruppi terroristici islamici legati ad Al-Qaeda e al DAESH. Parigi, dinnanzi alle prime sconfitte militari (le vittime tra i soldati francesi vengono accuratamente nascoste) e all’insopportabile sforzo economico dell’avventura d’Oltremare, ‘costringei governi delle sue colonie africane -Mali, Niger, Burkina Faso Ciad e Mauritania- a prestare risorse finanziarie e truppe di ascari per rafforzare il controllo francese sulla regione, ricca di minerali, idrocarburi e uranio.

Il 13 dicembre 2017, in occasione del summit presso il castello di Celle-Saint Cloud, vicino a Parigi, nasce la Coalizione per il Sahel, forte di 5.000 uomini, con il compito di combattere i vari gruppi terroristici islamici che operano nella regione. Affiancata alla lotta contro il terrorismo, sono state studiate iniziative per diminuire la pressione migratoria sull’Europa.

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