venerdì, Novembre 15

Malaysia: proteste in piazza per una Convenzione ONU contro la discriminazione razziale Imponenti manifestazioni di dissenso contro una Convenzione ONU che si pone avverso ogni forma di discriminazione etnica, si teme possa limitare la posizione prevalente della maggioranza Malay musulmana del Paese

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Il Primo Ministro Mahathir Mohamad si ritrova a sfidare la più grande ondata di manifestazioni di protesta da quando si è insediato nel suo ruolo di guida del Paese, ruolo assunto lo scorso mese di Maggio. Le rappresentanze politiche d’opposizione si son ritrovate tutte insieme, in strada, per protestare, in specie nella Capitale malese, Kuala Lumpur, avendo come oggetto della protesta una recente espressione delle Nazioni Unite contro ogni forma di discriminazione razziale.

Messa così la cosa sembrerebbe alquanto balzana: una risoluzione contro la discriminazione etnica e razziale dovrebbe vedere, così sulla carta, un po’ tutti d’accordo in ogni angolo del Pianeta, sebbene questo tipo di tematiche potrebbero anche ottenere un accordo solo di facciata ma non necessariamente reale. D’altro canto, l’inclusione sociale e l’apertura verso i movimenti dei popoli sono temi sui quali si dibatte aspramente anche in altre zone del Mondo, se si vuol far caso circa quel che accade tra Palestina e Israele, tra Stati Uniti e Messico e così via. In Malaysia no, si scende in strada in gran massa per protestare contro, si ritiene sia una misura imperativa, male accettata e considerata un vero e proprio attacco alla identità nazionale.

La Capitale è stata letteralmente invasa da gente in protesta vestita di bianco, sabato pomeriggio è stato un tale assembramento da vedere intere carovane di autobus giungere da ogni parte del Paese, La United Malays National Organization, che ha perso il suo ruolo di potere guida nazionale nell’ultima tornata elettorale dopo sei decenni consecutivi, ha proclamato di esser stata capace di aggregare 200.000 sostenitori e l’organizzazione che ha cooperato alla manifestazione nazionalePAS formazione nella struttura di partito islamista, ha mobilizzato per conto suo altre 300.000 persone. Un vero fiume di persone in protesta, insomma.

La International Convention on the Elimination of all forms of Racial Discrimination (ICERD) è diventata il tema dominante sulla scena politica e culturale malese nell’ultimo mese. I partiti che compongono il quadro dell’opposizione nazionale e vari gruppi di pressione hanno indicato a viva voce i timori relativi al fatto che la ICERD possa essere un vero e proprio attentato alla posizione islamica della Malaysia ed alla religione ufficiale nazionale e soprattutto rappresenti un tentativo di erosione delle posizioni di privilegio della componente etnica maggioritara del Paese, i Malay. «La manifestazione anti-ICERD ha avuto il significato di mostrare una prova di forza da parte dei partiti politici che costituiscono la seconda componente più grande del Paese», ha affermato Asrul Hadi Abdullah Sani, un analista che opera con BowerGroupAsia, facendo riferimento alle formazioni partitiche PAS e UMNO. «Ci sarà un gioco dei numeri e la misura dell’ampiezza della folla mostrerà la forza della partnership UMNO-PAS». Circa il 30 per cento dei votanti Malay hanno sostenuto il partito di governo Pakatan Harapan durante le elezioni generali, secondo una ricerca condotta dal noto istituto di ricerche Merdeka Center nello scorso mese di Giugno, sottolineando il supporto che Mahathir ha ricevuto dal più grande gruppo etnico del Paese. Le voci relative a preoccupazioni circa la identità Malay-Musulmana e la religione sono via via diventate sempre più pressanti dai tempi di quel sondaggio, come ha scritto a Settembre Serina Rahman, un ricercatore presso ISEAS-Yusof Ishak Institute.

Le proteste, le manifestazioni, i dibattiti accesi dopo la ricezione della risoluzione ONU ICERD, hanno scatenato un’ondata preoccupata ed indignata allo stesso tempo, tanto che il Governo malese -inizialmente propenso a ratificare la risoluzione ONU- ha rivisto completamente la propria posizione, motivo per il quale le manifestazioni -a loro volta- sono state ripensate e fatte slittare. L’Assemblea parlamentare, inizialmente ha fatto pressioni sul Governo affinché non ratificasse la risoluzione ONU e -secondo gli organizzatori- nulla vieta di pensare che le manifestazioni continueranno ancora col nuovo scopo di indurre il Governo a pensare di far abortire definitivamente la Convenzione ICERD. Il Governo non è stato d’accordo con le adunate e le proteste. Il Ministro per le Finanze, Lim Guan Eng ha affermato che lo sciopero era di fatto irrilevante. Anwar Ibrahim ha affermato che era inappropriato e Fahmi Fadzil personaggio leader del People’s Justice Party ha affermato che gli organizzatori delle manifestazioni avrebbero dovuto invece, portare la materia in Parlamento perché fosse dibattuta nei modi più adatti. Singapore venerdì scorso ha emesso un avviso ai viaggiatori dissuadendo coloro che avessero intenzione di viaggiare verso la Malaysia di fare attenzione causa rischio di scontri. Il Capo della Commissione Diritti Umani della Malaysia, Razali Ismail ha riferito che una seconda chiamata a raccolta in piazza circa i diritti umani era stata calendarizzata per sabato ed è stata poi rimandata proprio a causa del rischio di scontri.

La Malaysia da tempo vive la sua condizione di “Nazione-cerniera” con tutto quel che questo comporta, nel bene e nel male. Da una parte, vive lo sviluppo economico e culturale: nonostante certe componenti interne islamiche arroccatesi su posizioni retrive, il resto del Paese vive lo sviluppo economico e sociale, le scuole sono inclusive e aperte al dialogo, si guarda il Mondo luccicante dei fasti modernistici con sguardo alquanto sereno. Dall’altra parte, invece, vive una sua propria scissione dettata dal fatto che -in ogni caso- si intende non transigere in alcuna direzione quando si tratta di preservare la propria identità culturale che collima con quella di tipo religioso. Posta tra la Thailandia buddhista e l’Indonesia musulmana, la Malaysia ha sempre fatto appello ad una sua unitarietà di visione caratterizzata dalla Sharia, dove la struttura politica, sociale e identitaria, appunto, si identificano nel corpus islamico sul quale non si è disposti a discutere. Oggi, però, tutto questo scenario è attraversato da un differente tipo di solco, ovvero non proporsi alcuno spirito inclusivo verso componenti etniche che insistono sullo stesso territorio malese, se questo comporta una qualsiasi forma di detrimento nei confronti della maggioranza Malay.

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