sabato, Ottobre 24

Malaysia e l’indipendentismo field_506ffb1d3dbe2

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Bangkok – Le forze di sicurezza della Malaysia seguono strettamente da vicino le informazioni riguardanti un ulteriore tentativo di un leader della Comunità Sulu di fare ingresso nell’enclave di Sabah per incontrare figure politiche locali. Allo stesso tempo, hanno precisato che – qualora si tratti di contatti ufficiali e che gli incontri siano effettuati secondo le procedure previste – non vi sarebbe nulla di ostativo.

Ovviamente, se questo tipo di ingressi nel territorio di Sabah fossero effettuati in modalità che possano essere ritenute un pericolo per la sicurezza nazionale, le Forze di Polizia anticipano che potrebbero prendere tutte le misure del caso ed agire di conseguenza. Hanno praticamente affermato di voler chiudere un occhio sul tentativo singolo di un esponente anziano del Gruppo Sulu di introdursi nel territorio di Sabah per incontrare alcuni leader politici locali in territorio malese. D’altro canto – affermano le Forze di polizia malesi – non si può impedire l’accesso al suolo nazionale nei confronti di un individuo che entri legalmente nel territorio della Malaysia, una Nazione libera. Allo stesso tempo, però, sono state ulteriormente definite le operazioni di controllo soprattutto nei dintorni della località Taman Suria vicino Penampang già nella giornata di ieri. Il leader Sulu ha dichiarato che il suo gruppo non ha alcun tipo di connessione con l’altro guidato da Agbimuddin Kiram, il fratello dell’autoproclamatosi Sultano di Sulu Jamalul Kiram III, che si addentrò nel villaggio costiero di Tanduo lo scorso 12 Febbraio.

Come è facile presupporre, le forze appartenenti al Commando Sicurezza in Sabah Est ESSCOM sono sempre in stato di allerta, soprattutto in relazione a quelli che possono essere ritenuti atti di effrazione dei confini o tentativi di coordinare potenzialmente operazioni finalizzate ad attività terroristiche sul territorio della Malaysia. Sempre nel corso delle conferenze stampa tenute sul tema, le Forze di Polizia hanno confermato che i tentativi di fare ingresso illegalmente sul terrritorio malese, commessi da vari esponenti dei Gruppi affiliati a Sulu sono stati numerosi e nessuno è stato coronato – per loro – dal successo.

Agli inizi di febbraio, un ufficiale anziano delle Forze di Polizia della Malaysia raccontò di come fosse riuscito ad infiltrarsi in un villaggio occupato dal Gruppo ribelle Sulu travisandosi come un ufficiale di basso rango addetto al solo trasporto di cibo e vettovaglie. In quel modo è riuscito a mappare con precisione lo stato delle cose, in quanto a numero di persone che occupavano il villaggio e la situazione più in generale. Si tenga conto del fatto che recentemente è stata introdotta una nuova normativa nell’egida dell’Atto 2012 che ha sostituito il controverso Atto di Sicurezza Interna. Ora le pene previste per eventuali atti di sabotaggio o ai danni del Re sono la pena di morte oppure l’ergastolo, mentre per tutti gli altri reati connessi si prevede il solo ergastolo. Il mese di febbraio dello scorso anno, centinaia di uomi armati provenienti dalle Filippine sbarcarono sulle spiagge di Sabah per mezzo di una apposita flottiglia ed assalirono il villaggio di Tanduo mentre tutti dormivano, circa a un centinaio di chilometri da Lahad Datu nella sezione della locale costa Est. Occuparono quella fetta di territorio affermando ripetutamente che si trattasse di una zona facente parte delle Filippine.

Nel periodo di quattro mesi d’occupazione da febbraio a giugno dello scorso anno, si verificò uno dei momenti più difficili per la Malaysia, certamente il momento più delicato negli Anni Duemila tra i vari tipi di scontri a sfondo religioso, vi fu anche l’assalto ad un deposito di armi nella sede di Parak, terminato poi con due membri delle Forze di Polizia della Malaysia uccisi per colpi di arma da fuoco. Successivamente non andò meglio, dato che – nel corso di un’operazione militare finalizzata a cacciare gli occupanti – morirono più di cento persone, compresi 11 tra soldati e poliziotti malesi. Alla fine delle operazioni militari, ovvero nella parte finale del mese di Marzo, il Governo malese decise di istituire una zona di sicurezza intorno a Sabah, per tenere fuori emigranti che giungano senza i regolari permessi ma anche qualsiasi tentativo di addentrarsi illegalmente in territorio malese.

Si tratta di una fase delicata per le sorti di una fetta importante del Paese ma non è solo tema circoscritto localmente, come è facile intuire. I morti, gli assalti e gli scontri dello scorso fine settimana, lasciano sul terreno le polemiche che sicuramente popoleranno il linguaggio della campagna elettorale alle porte, ma i 27-28 morti di questi ultimi scontri sono anche la possibile miccia che può di nuovo riaccendere il fuoco che cova sotto la cenere da lungo tempo e finire col coinvolgere anche la Malaysia tutta e le Filippine. Oltretutto, adesso al gruppo che fa riferimento all’autoproclamato Sultano Jamalul Kiram III si sono sommati anche i ribelli del Fronte Nazionale di Liberazione Moro, il gruppo armato che ha come obbiettivo l’indipendenza della parte meridionale delle Filippine e col Governo centrale filippino ha sottoscritto un armistizio già dal 1996.

Gli osservatori di cose locali, ravvedono inoltre, un atteggiamento più duro – da parte del Governo di Kuala Lumpur – nei confronti di Sulu, rispetto al basso profilo mantenuto su un altro tema scottante, quello delle dispute territoriali con la Cina, dove la Malaysia ha scelto una via più attendista, più morbida, almeno apparentemente, rispetto al cipiglio più virulento adottato dal Vietnam e dalle Filippine, per citare due tra i casi più accesi di inimicizia territoriale con la Cina. Sempre secondo gli analisti locali, tra i Governi Centrali di Malaysia e Filippine risulta più conveniente – sia per questioni di rispettiva politica interna sia per le relazioni tra le due Nazioni – mantenere in essere un buon rapporto, anche in vista di una intesa tra i due Paesi finalizzata alla istituzione – entro il 2016 – di una regione autonoma dell’Isola di Mindanao. Il Fronte Nazionale di Liberazione Moro ha già fatto capire che si tratta di una soluzione assai sgradita. Tra incudine e martello, come al solito, si trovano i più deboli, stavolta si tratta dei circa 800mila filippini entrati nel Borneo, parecchi di loro irregolari e quindi sull’orlo di una potenziale espulsione.

 

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