sabato, Dicembre 14

Come mai il presidente Macron non parla di Spazio?

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Dal 14 maggio e cioè da ieri, il presidente della repubblica francese è Mr. Emmanuel Macron. E’ il capo di stato più giovane della storia di Francia, non ancora quarantenne e sia pur nella continuità nel suo mandato, «delle élites e di François Hollande» come lo ha definito Marine Le Pen -visto che è stato ministro dell’economia, dell’industria e del digitale dal 2014 al 2016 nel secondo governo di Manuel Valls– il neo presidente è stato il fondatore di En Marche!, un movimento che porta il nome di uno slogan della Repubblica di Vichy ma ora assicura di non essere di destra né di sinistra, benchè siano noti i suoi legami con personaggi illustri nella banca d’affari Rothschild & Co e con Dominique Strauss-Kahn, Élie Cohen, Philippe Aghion e Gilbert Cette. E non ultima,la collaborazione con Ismaël Emelien, il suo comunicatore e stratega, di appena 29 anni.

Ma c’è una cosa che hanno centrato gli osservatori attenti nella campagna elettorale tra due lati estremi di una politica lontana dagli schemi convenzionali. Né la candidata della droit radicale e nemmeno il giovane banchiere si sono espressi nei propositi di governo sui programmi relativi alle attività spaziali nel loro Paese. Ne hanno fatto cenno solo due concorrenti, il franco-argentino Jacques Cheminade e il radicale Jean Luc Melachon, poi l’unico ad aver visitato il Cnes, ovvero l’agenzia spaziale francese è stato François Fillon, il grande escluso dal duello finale. Perché ravvediamo segnali di inquietudine in queste disattenzioni?

Un bel po’ di tempo fa un gruppo di parlamentari francesi fece presente che la distruzione del satellite cinese effettuato nel maggio 2013 a titolo sperimentale per testare un intercettore cinetico, invocava l’allarme dell’Europa che non avrebbe dovuto rimanere a guardare senza intervenire per fronteggiare i rischi di nuovi domini dello spazio extra-atmosferico; per quanto poi l’esperto statunitense Brian Weeden avesse raffreddato gli animi ostili, si sono materializzate delle violazioni ai trattati internazionali che impediscono azioni di attacco nelle regioni sovrastanti l’atmosfera terrestre; una tra tutte, quella firmata il 27 gennaio 1967 e denominata “Outer Space Treaty” in cui si sottocriveva l’impegno delle nazioni a non militarizzare lo spazio, che sarebbe campo soltanto degli usi civili e della pura ricerca scientifica. Va su questo ammesso che comunque le cifre spese per gli investimenti militari in campo missilistico e spaziale sono in continuo aumento. Inoltre, quell’azione dimostrativa ha procurato tanto inquinamento di piccoli frammenti da mettere continuamente a rischio l’intera navigazione suborbitale. Fu un segnale assai forte di una rappresentanza politica che entrava a gamba tesa in argomentazioni tecniche. Ed è comprensibile, perché l’interesse francese è altamente strategico nel campo dello spazio.

Alla fine del secondo conflitto, quando l’Europa massacrata delle dittature continentali stava ricostruendo i propri confini e le proprie risorse, la Francia fu tra le prime nazioni a dotarsi della capacità nucleare e la necessità di solidificare la force de frappe adeguata impose una competenza in ambito missilistico in grado di veicolare i micidiali ordigni nucleari ben lontano dai propri territori. Una tale architettura di sistema fu possibile solo concentrando le risorse sotto un rigido schema di politica industriale che ha marcato il territorio non solo delle posizioni militari ma anche di tutta quella produzione del tempo di pace, con un’autorevolezza unica in Europa che ha connotato la ricerca spaziale come acceleratore della conoscenza scientifica e indipendenza da alleanze d’oltreoceano.

Ora la Francia con la Brexit è rimasta unica in Europa a disporre del deterrente nucleare e a poter esercitare il diritto di veto all’Onu ed è molto avanti nelle attività spaziali, specie nel campo della propulsione ed è sul territorio di dipendenza francese la base europea della Guyana, affacciata sull’Oceano Atlantico, fra Suriname e Brasile, un tempo colonia penale dalla madrepatria, da cui vengono immessi nello spazio i vettori europei e i Sojuz di fabbricazione russa. E a Parigi, tanto per ricordarlo, hanno sede i quartieri generali dell’Agenzia Spaziale Europea e dei lanciatori Ariane, pur trattandosi in ambedue i casi di organizzazioni europee: la concentrazione certo non casuale dà al mondo il segnale della localizzazione del settore. Si tratta indubbiamente della lettura di un’indipendenza spaziale del Vecchio Continente fortemente sbilanciata che ripone sempre più il baricentro sul lembo amico della Germania, ma comunque connesso con il nostro Paese, con cui la Francia condivide in modo diseguale molti interessi industriali; la quarta guglia spaziale europea, lo ricordiamo è in Gran Bretagna, che dopo aver subito un arretramento traumatico con l’amministrazione di Margaret Thatcher, sta ora riprendendo fiato in una corsa che si affanna al raggiungimento del potere spaziale delle altre superpotenze mondiali.

E da ultimo concludiamo il panorama affermando che è parere di molti, proprio in Francia che sia necessaria tenere alta la barriera delle proprie difese, utilizzando sistemi di avvertimento orbitali e di intercettazione spaziale anche se il rischio di un attacco balistico contro il nostro vicino è remoto, almeno a quello che si è visto, dato che nella guerra asimmetrica che il mondo occidentale sta combattendo contro un nemico occulto, sia Parigi che Nizza e Lione sono state violate a costi molto bassi. Ma un’attenzione rialzata sicuramente non rischia di mettere in grave pericolo la base industriale del Paese. Orbene, lo spazio per la Francia è un valore assai prezioso, con industrie sistemistiche circondate da un altissimo numero di piccole e medie imprese che ne apportano continuamente le attività, ma poi l’intero territorio vive di distretti che assicurano ricerca, formazione e investimenti.

Non ci soffermiamo in queste righe sugli aspetti militari per evitare sterili polemiche e perché poi le cifre, spesso opache per quanto riguarda gli Stati Maggiori di tutte le forze difensive finirebbero per scostare l’attenzione da un’area che produce occupazione e ricchezza ma più di tutto, tecnologie abilitanti. E che, con le partecipazioni industriali in altre realtà produttive, interessa anche molte regioni mondiali. Prime tra queste l’Italia. Ed è evidente che le preoccupazioni per le distrazioni di Macron sono le nostre inquietudini, per un Paese che ha mosso i suoi primi passi grazie a persone dotate di genialità e di fantasia però assolutamente senza coordinamento e con l’abitudine di non condividere buona parte dei risultati raggiunti, con l’appoggio sporadico e senza entusiasmo delle principali istituzioni interessate.

Quanto sappiamo del giovane neo inquilino dell’Eliseo è che sia molto aperto all’esterno dei confini che governerà, ma la sua vocazione europeista ci è sembrata più di opposizione alla diretta rivale del ballottaggio che mossa da un atteggiamento ideologico, anche se ha affermato che pur «amando furiosamente» il Continente, ammette «che non funziona, che dobbiamo rifondarlo».

Giulio Sapelli –già intervistato in questo giornale- ha detto recentemente del presidente n. 8 della V repubblica francese che «alla fine della campagna elettorale anche i grandi poteri hanno cominciato ad avere dubbi su di lui». E’ comprensibile immaginare che qualora si trovasse in una posizione di debolezza, il suo primo pensiero sarebbe quello di disinteressarsi sempre più dell’Europa per restare sui propri spazi e nei recinti francofoni.

D’altro canto, secondo Romano Prodi «la tentazione dell’autoritarismo sta dilagando in tutto il mondo» così che sarebbe sempre più necessaria la messa a punto di un disegno di esercito europeo avendo per capisaldi Germania e Francia con l’Italia e la Spagna.

Si tratta, si comprende di frammenti e qualunque giudizio è prematuro, ma di certo si sa che la Francia ha un deficit superiore al limite del Trattato di Maastricht dal 2007 e che nelle intenzioni della nuova amministrazione vi sia il taglio della spesa statale con un programma quinquennale di investimenti pari a 50 miliardi di euro. Se però dovesse subentrare una posizione di trascinamento tendente al centro, potrebbero indebolirsi tutte le alleanze strette in questi anni di cooperazione e collaborazione.

Secondo Jean Pierre Darnis, direttore del Programma Sicurezza e Difesa dell’Istituto Affari Internazionale, Macron guiderà le politiche di sicurezza e difesa sulla linea della dissuasione nucleare e proteggerà la proiezione della forza militare francese, così come l’ha trovata. Una continuità con l’operato di François Hollande, ci domandiamo? E’ probabile. Dopo tutto Macron è cresciuto anche con lui.

In queste incertezze, che grado di libertà avranno le imprese dello spazio che cooperano per poter costruire un percorso che faccia prosperare un’economia più che deprimere i propri prodotti? E quale risposta sensata si darà a una euroburocrazia che sta depauperando molti posti di lavoro di valore elevato?

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