giovedì, Ottobre 22

Mai più spose bambine

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Il 12 febbraio, il parlamento del Malawi ha approvato una nuova legge in materia di matrimonio, il Marriage, Divorce and Family Bill, che fissa l’età minima per contrarre il matrimonio a 18 anni. È una vittoria per niente scontata per gli attivisti a favore dell’uguaglianza di genere e dei diritti delle donne. È infatti dal 2001 che una Commissione Speciale studiava la riforma del diritto di famiglia, ma una serie di proposte di legge erano state bocciate perché vietavano, tra le altre cose, anche la poligamia.

La legislazione del Malawi era molto ambigua sull’età minima per contrarre matrimonio. Secondo la costituzione, infatti, l’età minima era fissata a 15 anni con il consenso dei genitori e a 18 anni senza consenso, aggiungendo che lo stato ha il dovere di ‘scoraggiare’ i matrimoni tra persone di età inferiore ai 15 anni. Allo stesso tempo, però, il Marriage Act, la legge in materia di diritto famigliare in vigore fino al mese scorso, stabiliva che l’età minima per i matrimoni fosse di 21 anni. Questa ambiguità rendeva molto difficile l’applicazione coerente della legge, anche perché molti matrimoni avvengono ad un’età anche inferiore a 15 anni, soprattutto nelle aree rurali. I dati dell’UNICEF parlano chiaro: il Malawi è al nono posto nella classifica dei paesi con la percentuale maggiore di spose bambine. I dati del 2014 dicono che il 50% delle donne tra i 20 e i 24 anni si è sposato prima del diciottesimo compleanno, mentre il 12% prima di compiere 15 anni.

Il fenomeno dei matrimoni infantili, particolarmente conosciuto nel sud-est asiatico dove le bambine vengono date in sposa spesso prima del decimo compleanno, è in realtà molto diffuso anche in Africa Sub-Sahariana, dove le percentuali di matrimoni infantili sono addirittura più alte se considerate in relazione alla popolazione totale.

Secondo i dati 2014 dell’UNICEF, più di 720 milioni di donne nel mondo hanno contratto matrimonio prima dei 18 anni. Di queste, una su tre si è sposata prima dei 15. Anche se a livello internazionale dagli anni ’80 ad oggi si è assistito ad una riduzione consistente del fenomeno, questo miglioramento ha interessato principalmente il Medio Oriente e il sud-est asiatico. In Africa, solo l’Etiopia ha registrato una riduzione nel numero dei matrimoni infantili, mentre in tutti gli altri paesi le percentuali sono rimaste invariate. Anzi, secondo Esbery Chimphonda, ostetrica dell’ospedale del Distretto di Nkhotakota in Malawi, intervistata da Human Rights Watch, il numero di ragazzine partorienti tra i 14 e i 15 anni è addirittura aumentato rispetto alla fine degli anni ‘90.

I matrimoni infantili sono spesso causati da situazioni di povertà estrema, in cui i genitori non sono in grado di provvedere per i figli. Nei paesi in cui è in uso il pagamento della dote da parte del marito, come in Malawi, spesso nelle aree rurali le figlie vengono date in sposa dalle famiglie per motivi economici. Nella regione settentrionale, inoltre, è diffusa la pratica di dare in moglie una figlia giovane come forma di restituzione di un debito. In alcuni casi sono le stesse bambine a scegliere di sposarsi per sottrarsi a situazioni di estrema povertà, nella speranza di un futuro migliore. In realtà, raramente le loro speranze si realizzano. Nella maggior parte dei casi, infatti, queste bambine sposano uomini molto più anziani, sono soggette ad abusi sessuali e violenza domestica, vulnerabili al contagio da HIV attraverso mariti poligami e sottoposte a notevoli rischi causati da gravidanze premature (l’UNICEF stima che ogni anno muoiano di parto circa 70.000 ragazze troppo giovani per poter sostenere una gravidanza). Soprattutto, le spose bambine non proseguono quasi mai gli studi: in Malawi, secondo una statistica della ONG Catholic Education Commission in Malawi (CECOM), almeno 27.000 bambine hanno lasciato la scuola primaria tra il 2010 e il 2013 per sposarsi. Matrimoni infantili e istruzione hanno anche un rapporto inverso: si stima infatti che la percentuale di matrimoni infantili che coinvolgono ragazzine che non sono mai andate a scuola in Africa Sub-Sahariana sia del 66%, molte volte superiore a quella delle ragazzine che hanno conseguito un’istruzione superiore, che invece si aggira intorno al 13%. «Nei paesi in cui non esiste nell’ordinamento interno alcuna norma che fissa un’età minima per il matrimonio, da un punto di vista giuridico di fatto questa prassi è lecita» spiega Marco Fasciglione, ricercatore all’Istituto Studi Giuridici Internazionali del CNR di Napoli.  

Gli effetti negativi dei matrimoni infantili sulla vita di coloro che li contraggono e, spesso, su quella dei loro figli, hanno fatto sì che l’argomento fosse toccato, per quanto indirettamente, da numerosi strumenti di protezione dei diritti umani. «In primo luogo» spiega Fasciglione, «la Dichiarazione universale dei diritti umani stabilisce che il matrimonio può ‘essere concluso soltanto con il libero e pieno consenso dei futuri coniugi’. La Dichiarazione Universale però non è uno strumento vincolante: sta ai singoli stati decidere se uniformarsi o no alle sue indicazioni. La Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza del 1989, invece, fissa degli obblighi precisi per gli Stati firmatari e contiene alcune disposizioni che possono essere in conflitto con i matrimoni precoci», continua Fasciglione. «Mi riferisco in particolare al diritto, per ogni essere umano al di sotto dei 18 anni, ad esprimere liberamente la propria opinione (art. 12) e con il diritto a essere protetti da violenze e sfruttamento (art. 19)». Esistono poi degli strumenti di protezione specifici per i diritti delle donne: «La Convenzione sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione nei confronti della donna prevede il diritto di scegliere liberamente il coniuge e obbliga gli Stati non solo a non riconoscere matrimoni tra minori, ma anche ad adottare tutte le misure necessarie, comprese le disposizioni legislative, per stabilire un’età minima per il matrimonio».

Il Malawi ha firmato entrambe queste convenzioni, rispettivamente nel 1991 e nel 1987, e la nuova legge va dunque nella direzione di garantire una tutela maggiore dei diritti delle bambine e rientra in un programma più generale di sostegno all’uguaglianza di genere e all’istruzione femminile promosso dal Ministro per l’Uguaglianza di Genere, i bambini e il welfare sociale Patricia Kaliati. Il programma prevede l’istituzione di borse di studio per le studentesse, incentivi economici alle famiglie perché mandino le figlie a scuola e la costruzione di studentati femminili nei pressi delle scuole secondarie per cercare di aumentare il tasso di iscrizione delle bambine soprattutto nelle zone rurali, dove raggiunge appena il 5%. Il testo approvato dal parlamento prevede inoltre pene fino a 10 anni di reclusione per gli adulti coinvolti a qualsiasi titolo nell’organizzazione di matrimoni infantili.

Provvedimenti legislativi che cerchino di porre un limite al fenomeno dei matrimoni infantili sono dunque necessari per garantire il rispetto dei diritti basilari delle bambine, come quello all’istruzione e alla salute, e a rompere il circolo vizioso di povertà e ignoranza che rende statisticamente più probabile che donne che sono state spose bambine diano alla luce bambini meno sani e con meno probabilità di riuscire a migliorare la  propria condizione socio-economica.

Una legge è un primo passo necessario, ma l’organizzazione Girls not Brides ricorda che per avere un reale impatto sul fenomeno è necessario avviare programmi strutturali di cambiamento sociale che prevedano il coinvolgimento delle famiglie e delle comunità, l’erogazione di servizi e incentivi destinati in modo particolare alle bambine, e il controllo continuo e capillare sull’applicazione delle leggi esistenti.

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