sabato, Ottobre 24

Mai più emigrati schiavizzati field_506ffb1d3dbe2

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Lavoratori indonesia

Bangkok – Trovare o cercare lavoro all’estero è una soluzione di vita sempre più diffusa, in epoca di crisi, non solo in Italia ma anche in varie parti d’Asia. Anzi, a ben vedere e coi numeri alla mano, l’Asia è spesso stata più avanti in tale ambito, si tratta di vere e proprie migrazioni di ampie fette di popolazione che caratterizzano vari contesti asiatici, tema sul quale molte Nazioni d’Asia hanno dovuto curare attentamente il proprio repertorio legale e giuridico, in alcuni casi anche più volte. E tutto questo già da tempo prima che la migrazione per motivi di lavoro caratterizzasse lo scenario attuale della crisi globale. Ovviamente qui non ci si riferisce alle ondate migratorie di altre epoche, ondate che hanno segnato la Storia del genere umano e cambiato i connotati alle varie culture di riferimento che sono via via sempre più diventate un melting pot, un meticciato culturale che oggi è alla base della cultura statunitense come di alcune Nazioni dell’Unione Europea rispetto a quanto non è accaduto in culture più ‘chiuse’ verso l’esterno.

L’Indonesia, ora, si trova ad essere uno spartiacque importante, da questo punto di vista: una delle principali economie emergenti-emerse a livello planetario, la più popolosa Nazione islamica del Mondo, si ritrova a fare i conti con la fame globale del lavoro a basso costo da una parte e l’erosione dei diritti dei lavoratori dall’altra. E su questo secondo punto non è più disposta a vedere la propria classe operaia e lavoratrice compressa al di sotto della soglia del rispetto del Diritto del Lavoro quando essa opera e lavora all’estero. Fattore che diventa particolarmente spinoso ed acido quando si tratta di donne indonesiane appaltate per lavorare in Nazioni diverse dall’Indonesia spesso ristrette in condizioni di vera e propria schiavitù. Attualmente vi sono circa 900.000 lavoratori e lavoratrici indonesiane che lavorano all’estero, tutti da considerare fonte di miliardi di Dollari USA in controvalore che vengono iniettati nelle vene dell’economia indonesiana e già il repertorio linguistico della politica indonesiana oggi si ripopola di parole che invocano la necessità di ideare forme che sostengano il ritorno della forza lavoro indonesiana in Patria, anche e soprattutto per recuperare spazi di dignità a favore delle donne-lavoratrici indonesiane.

Ora le istituzioni governative in Indonesia progettano di fermare questa fuoriuscita di propri lavoratori dai confini nazionali entro la data del 2017. Bisogna però verificare con circospezione quale sarà la risposta dell’apparato industriale e più latamente lavorativo indonesiano. Alcuni studiosi ed osservatori australiani suggeriscono di prefigurare piani migratori dopo aver analizzato e messe in atto delle forme di lavoro temporaneo per la manodopera indonesiana all’estero che, però, nel frattempo ha avuto modo di lavorare in Nazioni a sviluppo economico avanzato e quindi può approfondire e formarsi professionalmente portando con sé, al rientro, nozioni e avanzamenti professionali che possono tornare utili successivamente allo sviluppo economico della propria Madrepatria. E’ ormai chiaro a tutti che la materia del Diritto del Lavoro (negato) all’estero per la manodopera indonesiana sarà colonna portante del linguaggio di quella parte della scena politica indonesiana che parla il linguaggio della Destra e nazionalista del Paese in aperta consonanza coi sentimenti sempre più diffusi nella Nazione. Proprio con un occhio rivolto al vicino australiano, la Destra indonesiana annota che non solo le condizioni dei propri lavoratori all’estero sarà certamente parte del repertorio dell’agone politico indonesiano ma anche la non-dimenticata vicenda dello spionaggio attuato dai servizi australiani ne sarà parte consustanziale.

L’Indonesia aveva già preavvertito le Nazioni che si avvalgono di lavoratori indonesiani che avrebbe impedito la partenza di propri lavoratori nel caso in cui fossero state ritrovate nelle condizioni di mancato rispetto degli standard minimali dei diritti dei lavoratori, cosa che ha poi fatto nei confronti di cinque Paesi che usualmente appaltano lavoratori indonesiani sul proprio territorio negli ultimi anni. Malaysia, Arabia Saudita, Kuwait, Siria e Giordania sono state sottoposte a restrizioni legali da parte dell’Indonesia per non aver dato adeguata copertura nell’ambito del Diritto del Lavoro per i lavoratori indonesiani, a tratti è parso persino che l’Indonesia abbia pure concesso qualcosa in termini di scarso rispetto del diritti umani rispetto a quanto accaduto, invece, nel tema del rispetto della propria sovranità e dignità della propria configurazione di status nazionale. In buona sostanza, l’Indonesia non vuole essere considerata fonte di manodopera disponibile per esportazione a priori ma vuole porre in essere un sistema legale a protezione dei diritti dei propri lavoratori, per questo ha tenuto a bada soprattutto la Malaysia –inserita nella “black list” indonesiana per quattro anni- e vuole mettere in pratica un modus operandi giuridico già adottato, ad esempio, dalle Filippine. Il Capo dell’Agenzia per il Collocamento e la Protezione degli Indonesiani Migranti Lavoratori ha persino affermato che sarebbe meglio avere indonesiani in patria e in povere condizioni, piuttosto che vederli costretti in condizioni di schiavitù, chiarendo che gli abusi sui diritti sono considerati un colpo dato direttamente alla loro Nazione di provenienza, ovvero l’Indonesia stessa.

Le parole fanno seguito a diversi fatti di cronaca che hanno lasciato segni dolorosi in Indonesia, ad esempio, in Hong Kong una domestica indonesiana è stata posta agli arresti nello scorso mese di Settembre ed è stata torturata, Radio Australia ha condotto spesso servizi giornalistici sulle condizioni di puro e bieco schiavismo nelle quali sono obbligati i lavoratori indonesiani in Hong Kong. A novembre, l’Arabia Saudita ha posto termine alla moratoria sull’immigrazione illegale ed ha dato avvio ad una vera e propria spirale con centinaia di arresti di lavoratori stranieri condotti in carcere, il che sottolinea quanto si siano ristretti i margini per i lavoratori stranieri che intendano recarsi nel Regno Saudita per lavorarvi. Nello stesso periodo pure la Malaysia ha condannato una domestica alla pena di morte con l’accusa di omicidio, fatto che ha cementato immediatamente le destre nazionaliste indonesiane, in verità, nessuno ha voluto perdere l’occasione di cavalcare la tigre della rabbia popolare indonesiana, come ha fatto l’ex componente dei servizi militari speciali ed oggi politico della Destra indonesiana Prabowo Subianto.

Le Nazioni a sviluppo più avanzato se forse non raggiungono le condizioni di schiavismo vero e proprio che caratterizza molte Nazioni asiatiche dove i lavoratori indonesiani cercano lavoro, non sono esenti però dal rischio di traffico di esseri umani, così come non sono trascurabili i racconti di lavoratori indonesiani all’estero che non sono stati pagati e nemmeno mancano i casi di violenze sessuali perpetrate ai danni di lavoratrici e lavoratori indonesiani. In gran parte d’Asia dove i lavoratori indonesiani si recano per lavoro, per fare un esempio, le domestiche sono considerate con una certa naturalezza schiave anche e non solo in ambito sessuale. Tutto questo quadro spiega il perché l’Indonesia oggi voglia porre alte palizzate legali e giuridiche in difesa dei propri cittadini che vanno all’estero per cercare lavoro e contribuire al benessere delle proprie famiglie e della propria Madrepatria e non certo per essere imprigionati, torturati e impunemente equiparati a schiavi del Nuovo Millennio.

 

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