venerdì, Maggio 24

Macron nel Corno d’Africa per ‘prendersi’ anche l’Etiopia Il Presidente francese ha visitato anche Gibuti e Kenya per rafforzare la partnership economica nella regione, ne parliamo con Luca Barana dello IAI

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Si è concluso ieri il viaggio di tre giorni nel Corno dAfrica del Presidente della Repubblica francese, Emmanuel Macron. Il leader transalpino, infatti, era partito il giorno 11 marzo in direzione Gibuti per poi spostarsi, nei due giorni successivi, prima in Etiopia e poi in Kenya, con l’obiettivo di rafforzare le partnership a livello economico, militare e culturale.

Inizialmente Gibuti non era una tappa prevista dal mini-tour presidenziale – prova del fatto che Macron abbia visitato il Paese solo per 15 ore circa – ed è stato inserito in ritardo nel programma rispetto alle altre due mete, già da tempo in agenda. Voci dall’Eliseo hanno fatto sapere, però, che Gibuti «è un partner storico della regione, sarebbe stato strano non andarci».

Gibuti, ospitando oltre 1.400 soldati transalpini, è la più grande base militare francese allestero. Gibuti, però, è anche il primo avamposto estero della Cina, che, nel 2017, ha scelto proprio il Paese del Corno d’Africa come base d’appoggio per il suo Esercito e ha costruito il proprio campo a Obock, a pochi chilometri da Camp Lemonnier, un’importante base militare statunitense. Attraverso la base militare a Gibuti, Pechino mescola gli interessi strategici con quelli economici e la costruzione del Porto Polivalente di Doraleh, a Balbala, un sobborgo meridionale della capitale gibutiana, va proprio in questa direzione. Gli investimenti infrastrutturali in Gibuti rientrano perfettamente nellambizioso progetto BRI (Belt&Road Iniziative), la Nuova Via della Seta – per cui anche l’Italia è in attesa di firmare il memorandum of understanding – e hanno respiro regionale. In questo senso devono essere intesi due progetti  finanziati e costruiti dai cinesi che legano Gibuti all’Etiopia: la ferrovia elettrica, completata un anno fa, costata 4 miliardi di dollari, e un sistema di condutture idriche per il trasporto di acqua potabile da 300 milioni di dollari. Investimenti militari ed infrastrutturali, dunque, fanno della Cina uno dei principali attori regionali.

E proprio il contrasto alla Cina nella regione è il motivo fondamentale che ha spinto Macron a partire per il Corno dAfrica. Il Presidente francese ha puntato pesantemente il dito contro l’indebitamento a cui vanno incontro i Paesi africani che intrecciano le loro economie con Pechino: quello di Gibuti nei confronti della Cina è superiore al 60%. «Quando lindebitamento è eccessivo, con una mancanza di visibilità sulle condizioni finanziarie, ciò che sembra buono a breve termine è spesso negativo a medio e lungo termine», ha detto Macron, che ha ribadito come serva «un quadro chiaro in modo che tali investimenti non riducano la sovranità degli Stati né indeboliscano la loro situazione economica».

Ma se quello in Gibuti è sembrato più un soggiorno ‘strategico’ – tanto da suscitare l’ironia di alcuni diplomatici gibutiani sull’aspetto commerciale della relazione bilaterale con Parigi – quello in Etiopia e in Kenya è stato maggiormente incentrato sulle relazioni economiche. Macron, infatti, non è partito da Parigi solamente accompagnato dal suo entourage, ma è stato coadiuvato da una delegazione economica, nella quale, tra gli altri, erano presenti il Presidente di GE (General Electric) in Francia, Corinne de Bilbao, l’Amministratore Delegato di Danone, Emmanuel Faber, il Direttore esecutivo di Engie, Isabelle Kocher, l’AD di Orange, Stephane Richard, e l’AD di EDF (Électricité de France), Jean-Bernard Levy.

Oltre alla presenza cinese, però, negli ultimi anni, il Corno dAfrica ha visto crescere ed espandersi la presenza dei Paesi del Golfo, in particolare dellArabia Saudita e degli Emirati Arabi Uniti. Questi, infatti, in seguito all’aumento dell’influenza dell’Iran in Siria e Iraq a partire dal 2010 e, soprattutto, all’accordo sul nucleare iraniano siglato da Teheran con i Paesi occidentali nel 2015 – dal quale gli Stati Uniti sono usciti nel 2018, riprendendo con le sanzioni – hanno rivisto i loro programmi di politica estera e di sicurezza. La guerra in Yemen, poi, ha rafforzato la loro presenza nell’area. Bisogna ricordare che nello stretto di Bab al-Mandab, solo una trentina di chilometri separano lo Yemen da Gibuti ed Eritrea.

Come spiega il centro di ricerca ‘Middle East Policy Council’, in cambio di aiuti finanziari, il Sudan, lEritrea, il Somaliland e Gibuti hanno sostenuto i sauditi nelloperazione Decisive Stormcontro gli Huthi yemeniti, alleati degli iraniani. Il Sudan, inoltre, ha schierato da 4.000 a 10.000 uomini nello Yemen per proteggere il porto di Aden: sforzo bellico premiato con un deposito da 1 miliardo di dollari versato direttamente dallArabia Saudita nella Banca centrale sudanese. L’Eritrea, invece, ha affittato il porto di Assab e le isole Hanish agli Emirati Arabi Uniti in cambio di finanziamenti e petrolio. Tra il 2015 ed il 2016, sempre gli emiratini, prima hanno spedito veicoli corazzati a Mogadiscio e poi hanno firmato un contratto rinnovabile di 25 anni per la creazione di una base aerea e navale a Berbera, sulla costa del Somaliland.

Queste ed altre operazioni finanziarie e militari fanno capire quanto importante sia l’area per i Paesi del Golfo e quindi come, in questa regione, sia alta la concorrenza.

Ma non vi è solo il fronte orientale a sollecitare le preoccupazioni e le impellenze diplomatiche della Francia e dellEuropa in generale. Sul versante settentrionale del continente nero, infatti, c’è lAlgeria che sta vivendo giorni drammatici per quanto riguarda il rinnovamento dellassetto politico. Le forti proteste della popolazione, degli studenti in particolare, scesi in piazza per manifestare contro il Presidente Abdelaziz Bouteflika, hanno convinto – e costretto – questultimo a ritirare la candidatura  alle elezioni presidenziali di aprile, che avrebbero permesso al leader algerino – 82enne e malato gravemente ormai da tempo – di correre per il quinto mandato consecutivo. Ritirando la sua candidatura, però, Bouteflika ha contemporaneamente rinviato le urne a data da destinarsi. Presa di posizione che ha fatto scaturire il caos all’interno dell’Esecutivo con le dimissioni del Primo Ministro, Ahmed Ouyahia, sostituito ad interim da Noureddine Bedoui: cambiamenti manovrati e voluti dallo stesso Bouteflika. Ieri, inoltre, il neo vice premier, nonché Ministro degli Esteri, Ramtane Lamamra, ha confermato che il Parlamento non sarà sciolto e che tutte le istituzioni continueranno a funzionare fino all’elezione del nuovo Presidente. Queste decisioni hanno, ovviamente, fatto riemergere le proteste. La situazione, dunque, lungi dall’essere risolta si è complicata ulteriormente. Macron non si è esposto molto sull’argomento e ha rotto il silenzio riguardo lo scenario algerino accogliendo favorevolmente la decisione di Bouteflika di non ricandidarsi e chiedendo una transizione politica di «ragionevole durata».

Per capire meglio le motivazioni che hanno portato Macron nel Corno d’Africa, quali sono gli interessi francesi nella regione e le mosse dell’Eliseo in Algeria, abbiamo contattato Luca Barana, ricercatore presso lo IAI (Istituto Affari Internazionali), nell’ambito del programma ‘UE, politica e istituzioni’, ed esperto di relazioni esterne dell’Unione Europea, in particolare dei rapporti con l’Africa.

 

Il contrasto della Cina è stato indicato come uno dei motivi del viaggio di Macron nel Corno dAfrica, ma quali sono gli altri significati e obiettivi di questo tour?

Il risultato più significativo è dato dall’accordo di cooperazione militare che ha stretto con l’Etiopia: un accordo che prevede – anche se può sembrare strano per un Paese che non ha accesso sul mare, ma ha le sue ragioni – la costruzione di una flotta, la possibilità di operazioni militari congiunte  e di attività di addestramento e, eventualmente, acquisto di materiale militare dalla stessa Francia. È una grossa opportunità per l’apparato militare francese. La spiegazione della costruzione di questa flotta sta nella riappacificazione avvenuta nell’area tra Eritrea ed Etiopia che dà un nuovo sbocco sul mare ad Addis Abeba, la quale sta aumentando le proprie ambizioni. Per quanto riguarda la presenza della Cina, invece, è una situazione molto complessa. È stato lo stesso Macron a definire la presenza cinese nell’area come un pericolo per la sovranità dei Paesi. Il Presidente francese ha fatto riferimento ai rischi del debito che i Paesi della regione sono costretti a fare per ottenere investimenti infrastrutturali.

Gibuti è la più grande base militare francese allestero, ma i rapporti commerciali non sono in stato avanzato e, anzi, vi è stato un certo raffreddamento diplomatico negli ultimi anni. Dalle dichiarazioni dei diplomatici gibutiani emerge poi un certo rancore per questo atteggiamento indifferente della Francia. Dunque, linteresse di Gibuti, per la Francia, è solo ed esclusivamente militare ed in funzione antiterroristica?

Gibuti  ha un interesse strategico per tutti i principali attori che operano nella regione proprio per la sua collocazione geografica e per la presenza delle basi militari. La presenza militare non viene mai da sola, nel senso che, ad esempio, come denota l’accordo con l’Etiopia, può portare con sé possibilità di investimenti e di commesse per le industrie francesi. Quindi, certamente ci può essere un interesse economico. D’altro canto Gibuti, al momento, è molto legato alla Cina, sia per la questione del debito ed anche per gli ingenti investimenti che Pechino sta facendo nel Paese. Bisogna ricordare che Gibuti ospita la prima base militare all’estero della Cina: questo è stato un passaggio importante perché per molti anni Pechino non intendeva farsi coinvolgere in attività militari estere e, dunque, la base di Gibuti è stato un segnale molto importante ed è significativo che l’abbiano stabilita in questa regione strategica.

Quando arrivò al potere, Emmanuel Macron promise di portare la Francia fuori dalla sua zona di comfort nellAfrica francofona e di conquistare l’Africa anglofona. Dopo le visite in Ghana (2017) e Nigeria (2018), ora tocca allAfrica orientale. Quale ruolo può svolgere la Francia in Etiopia e Kenya?

La regione dell’Africa orientale è un po’ diversa da quella che è la comfort zone dell’Africa francofona che tendenzialmente identifichiamo come l’Africa occidentale. Quindi, questo viaggio di Macron è particolarmente significativo, la cui importanza va vista soprattutto in chiave anti-cinese, più che come un’espansione in un’area anglofona. È la Francia che nell’area francofona ha mantenuto forti legami, dovuti anche alla lingua, ed è difficile fare questo tipo di distinzione per l’Africa orientale. Per quanto riguarda il Kenya si tratta della prima visita di un Presidente francese nel Paese. Aggiungo che in occasione di questa visita Macron è stato invitato ad andare in Rwanda per il 25° anniversario del genocidio. C’è tutta una questione aperta tra questo Paese e la Francia legata, appunto, al genocidio del 1994, perché il Governo ruandese ha sempre accusato Parigi di sostenere la comunità hutu, ma l’Eliseo ha sempre negato questo tipo di coinvolgimento. Macron non ha risposto chiaramente, ha dato notizia di questo invito, ma non ha detto se accetterà o meno. Sarebbe solo il secondo Presidente francese che si reca in Rwanda, che è un Paese francofono, dopo il genocidio. Dunque, questa è una questione che rimane aperta.

LItalia ha ancora peso in Etiopia?

Definire in termini di ‘peso’ la presenza dei Paesi occidentali in Africa denota un mantenimento di una mentalità per cui questi Paesi lottano per l’influenza nella regione, ed è effettivamente così. Noi sappiamo che il premier Conte è stato in Etiopia in autunno, ma è inutile negare che la presenza francese in Africa è molto più consolidata, profonda e, quindi, molto più influente di quella italiana. Potrebbe anche essere che l’Italia possa percepire questa missione di Macron in quella che Roma ha sempre considerato come una regione, non proprio d influenza, ma di particolare interesse. Sicuramente fra le priorità della politica estera italiana in Africa, il Corno  d’Africa, sia per i vecchi legami coloniali, ma soprattutto come area strategica, è stata sempre tra le principali regioni a suscitare interesse.

Come si muoverà, dunque, lItalia a livello diplomatico e strategico nei prossimi mesi?

La presenza italiana in Africa, dal punto di vista diplomatico, si sta consolidando in questi ultimi anni, con questo Governo e con quelli precedenti. Quindi, è un po’ difficile capire quali saranno le prossime mosse. Visto l’attivismo italiano con le varie missioni dei vari premier, da Renzi a Conte, potrebbe esserci un tipo di risposta. Io non so, però, se al momento l’Italia ha le risorse per fare le promesse di cooperazione militare che può fare la Francia, che ha anche stabilito un pacchetto di aiuti di 100 milioni nell’ultimo accordo. Potrebbe anche essere che l’Italia si muova a livello diplomatico, ma al momento è difficile da prevedere. Al momento, il Governo italiano ha come priorità la situazione in Libia.

Molte compagnie hanno seguito Macron nel suo ultimo tour africano. Quali i risvolti economici di questo viaggio?

Macron è soprattutto accompagnato da rappresentanti della compagnia di telecomunicazioni Orange. Questo non è casuale perché nel pacchetto di riforme che sta portando avanti il nuovo Primo Ministro etiope, Abiy Ahmed Ali, c’è la possibilità della privatizzazione del monopolio statale sulle telecomunicazioni. Il fatto che Macron porti una delle principali aziende francesi del settore con sé, è abbastanza significativo dell’interesse francese di investire in questo processo di privatizzazione se dovesse svilupparsi. Mentre, per quanto riguarda la presenza cinese, questa si è concentrata soprattutto sulle infrastrutture.

Oltre la Cina, quali i sono i concorrenti internazionali della Francia in questa regione? Quale in particolare il ruolo della Russia?

Io abbandonerei questa prospettiva eurocentrica parlando della Russia e mi concentrerei maggiormente sui Paesi del Golfo che hanno ingenti interessi e li stanno sviluppando, negli ultimi anni, soprattutto in Africa orientale. Gli Emirati Arabi Uniti sono particolarmente coinvolti in questa regione e hanno grossi investimenti nelle infrastrutture portuali sia in Eritrea che in Somalia, altri Paesi importanti della regione. La Cina, invece, sta investendo fortemente nel porto di Doraleh, in Gibuti, che, però, è stato nazionalizzato di recente dopo alcuni contrasti. Quindi, io vedo la competizione principalmente sulle infrastrutture portuali, ma non vedo la Russia in prima fila al momento, tanto che Mosca non ha neanche una base militare in Gibuti.

Restando in Africa, lAlgeria sta vivendo una situazione molto tesa, quale ruolo sta giocando lEliseo in questa partita al momento?

Per ora mi sembra un ruolo di attesa, nel senso che Macron ha apprezzato la decisione di  Bouteflika di non ricandidarsi. Sappiamo, però, che i legami tra la Francia e la sua ex colonia sono molto forti e per molti francesi l’Algeria, ancora oggi, fa parte dell’immaginario comune, dato che la guerra d’Algeria ha lasciato delle cicatrici. Al momento, secondo me, è la stabilità quello a cui mirano la Francia e gli altri Paesi europei. L’Europa non può permettersi, dopo la Libia ed a fianco a questa, un’altra crisi.

Considerando anche la lettera ai cittadini europei di Macron, qual è lidea del Presidente francese sul ruolo dellUnione Europa in Africa?

La Francia è stata sempre molto brava ed europeizzare i propri interessi nazionali. Per esempio, la Cooperazione allo Sviluppo europea è nata come una continuazione dei legami tra la Francia e l’Africa negli anni successivi della nascita dell’UE. Allo stesso tempo, al netto delle dichiarazioni di Macron su un’Europa più integrata, faccio presente come questo sia da solo in questa sua battaglia. La Francia, poi, si muove molto a livello bilaterale ed è molta attenta e brava a mantenere i suoi interessi bilaterali, proprio perché considera l’Africa la ragione per cui mantiene uno status di grande potenza.

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