domenica, Luglio 21

Ma la Turchia da che parte sta? Con gli estremisti islamici o con gli occidentali?

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erdogan

L’atteggiamento altalenante, zig-zagante, ambiguo del Governo di Ankara nei confronti della lotta agli islamici ‘tagliagole’ fa pensare che il Presidente Recep Tayyip Erdoğan, nel voler giocare su troppi tavoli allo stesso tempo, stia rischiando di smarrire la rotta e soprattutto di far perdere alla Turchia la natura di Paese stabile e forte in una regione indebolita da crudeli guerre civili e conflitti inter-religiosi.  

Il puzzle turco è certo molto complicato, dovendo al suo interno riconciliare interessi variegati e spesso contradditori. Da una parte, in effetti, Erdogan si dice pronto a intervenire, anche con truppe di terra, contro gli estremisti dello Stato Islamico che si battono a ridosso del confine con la Siria contro i curdi siriani a Kobane, la terza città curda di Siria. Dall’altra, abbiamo visto le immagini ritrasmesse dalle televisioni di tutto il mondo dei carri armati turchi schierati lungo il confine…immobili e senza alcuna reale intenzione di passare all’azione per evitare la caduta della città nelle mani degli jihadisti.

Il Governo turco teme evidentemente di avvantaggiare la causa curda e vuole scongiurare a tutti i costi gli effetti che potrebbero derivarne sul territorio nazionale in favore  del nemico storico, il PKK, il principale partito dei curdi di Turchia che reclama la costituzione dello Stato indipendente del Kurdistan (nella prospettiva di riunire sotto una sola bandiera la popolazione curda attualmente sparpagliata e maltrattata in diversi paesi: Iraq, Siria, Turchia e Iran). 

Erdogan, d’altro alto, sembra per molti aspetti tentato di rispondere positivamente ai pressanti appelli degli occidentali, della NATO, degli Stati Uniti per un maggiore coinvolgimento nella lotta al Califfato. Ma non può farlo! Teme di ritrovarsi ‘alleato oggettivo’ del regime di Bashar Al-Assad, di cui invece ha giurato da sempre la distruzione. Un insanabile e antico contrasto in realtà esiste tra i due Paesi anche per motivazioni territoriali: i siriani reclamano alla Turchia una Provincia del sud del Paese (la Cilicia), ceduta a Ankara dalla Francia che, tra le due guerre mondiali, esercitava il mandato della Società della Nazioni sulla Siria (Trattato di Sèvres, 1920). Un contrasto che successivamente, ai tempi della guerra fredda, assunse contorni ideologici ben precisi: da un parte la Turchia, fedele alleata della NATO; dall’altra la Siria, pienamente sostenuta dall’Unione Sovietica.

Insomma, come si vede, nel corso degli anni la situazione si è particolarmente ingarbugliata, tra conflitti religiosi e etnici, tra rivendicazioni territoriali e rivalità regionali. Sarà allora utile ripercorrere brevemente il percorso politico di Erdogan, per caprine meglio le incertezze, le contraddizioni e i ‘fins de non-recevoir’ di questi giorni e per cercare di mettere al posto giusto i vari pezzi del difficile puzzle.

Arrivato al potere nel 2003 quale esponente di un islamismo moderato, Erdogan sembra all’inizio deciso a proiettare la Turchia verso l’adesione all’Unione Europea. Adotta, quindi, una serie di misure per adattare gli standard del suo Paese in vari settori a quelli europei. Approfitta, poi, della favorevole occasione per sbarazzarsi della tutela esercitata fino ad allora della casta militare, servendosi abilmente anche della Convezione europea sui diritti dell’uomo  e dei suoi principi democratici per togliere molte prerogative ai militari.

Ma le Forze Armate, pur avendo esercitato un ruolo eccessivamente ‘politico’,  erano pur sempre state garanti di quella ‘laicità dello Stato’ voluta e realizzata dal padre della Turchia moderna, Mustafa Kemal Ataturk. Di conseguenza l’allora Primo Ministro Erdogan ha buon gioco nel vuotare progressivamente di essenza il principio di laicità, rimettendo l’islam al centro della politica, presentandosi come difensore della religione e reintroducendo leggi dal sapore ‘confessionale’. Ha quindi modificato la Costituzione del suo Paese per conferire sostanziali poteri al Presidente della Repubblica, per poi essere eletto a tale carica nell’agosto del 2014.

Forte, peraltro, di un buon consenso popolare, Erdogan non ha smesso di accrescere il suo potere e si è consolidata nel contempo la sua voglia di mettere sempre più sotto tutela i media contrari al regime. Secondo il Comitato per la Protezione dei Giornalisti, la Turchia è in testa ai Paesi che hanno il maggior numero di giornalisti incarcerati (39 si trovano dietro le sbarre e 153 sono stati feriti). Che Erdogan sia preda della droga che emana dal potere assoluto? Che sia affetto da quella che molti psichiatri definiscono ‘hubris’, la ‘patologia dei dittatori’? Il potere assoluto, cioè, porterebbe chi lo esercita inevitabilmente ad un progressivo distacco dalla realtà, alla graduale convinzione di svolgere una missione ‘superiore’, trascendente e dunque a credersi autorizzato a togliere di mezzo tutti coloro che vi si oppongono.

E’ certo che la maschera di moderato e di democratico, che Erdogan si era dato all’inizio del suo percorso politico, è oramai caduta. Il suo Paese è campione incontrastato delle violazioni della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, con 2561 condanne da parte della Corte di Strasburgo. L’atteggiamento del Presidente turco di fronte ai progressi dello Stato islamico  conferma la sua propensione non confessata a volersi, di fatto, accordare con i tagliagole a scapito degli odiati curdi. E’ arrivato addirittura a far bombardare nei giorni scorsi posizioni del PKK, il partito dei lavoratori del Kurdistan, mettendo fine in pratica a una tregua che durava da anni, e continua a interdire ai curdi ‘turchi’ di passare la frontiera per andare in soccorso dei ‘fratelli siriani’.

Quando la Turchia, quindici anni fa, aveva bussato alla porta dell’Europa, in molti avevano scommesso su un’integrazione che avrebbe aiutato il Paese a svilupparsi nella democrazia. Oggi questa posizione non ha più molto senso. Sui 35 capitoli che comporta il negoziato tra questo Paese e l’Unione Europea, appena 14 sono stati aperti e solo su uno l’accordo ha potuto essere raggiunto.

Insomma, si ha l’impressione che Erdogan si serva della prospettiva europea quando gli è utile per i suoi fini politici (sbarazzarsi del peso dei militari ‘laici’), ma la respinge nelle altre occasioni, mostrando tutta l’ambiguità, l’ambivalenza della sua posizione e smentendo anche la fama del suo Paese da sempre visto come tradizionale, fedele alleato della NATO. Il neo Presidente turco non solo non ha risposto agli appelli di Bruxelles per un maggior coinvolgimento diretto, ma ha anche vietato agli aerei americani di decollare, per bombardare le posizioni  degli islamisti, dalla base Nato di Incirlick, costringendo i piloti statunitensi a partire da basi molto più lontane, seguendo rotte più difficoltose.

Ma, è bene ricordarlo, quando la Turchia chiese aiuto, la NATO intervenne prontamente. Due anni fa, in effetti, Ankara era vittima di intensi tiri di granate dal territorio siriano e persino una aereo militare turco era stato abbattuto dall’Esercito siriano.  Bruxelles, accogliendo la domanda di aiuto di Ankara, aveva rapidamente inviato sei batterie di missili Patriot  a difesa della frontiera e delle popolazioni residenti nella regione. Cortesia che Erdogan non sembra ora voglia ricambiare…

Riteniamo, invece, che in determinate, eccezionali e drammatiche circostanze, sia difficile rimanere ‘immobili’, senza oggettivamente favorire una delle parti in conflitto. E, per come si comporta, si potrebbe dedurre che agli occhi e al cuore di Erdogan, la vittoria islamica sia preferibile a quella dei curdi. L’affermazione del Califfato sarebbe il male minore! Non hanno del resto gli estremisti delll’ISIS gli stessi nemici di Erdogan e cioè Assad e i curdi? Ufficialmente la Turchia condiziona il suo coinvolgimento nelle operazioni della coalizione occidentale alla creazione di una zona tampone nel nord della Siria, accompagnata da una vasta zona di esclusione aerea. Sempre nella prospettiva di limitare il ‘contagio curdo’… Continuano, così, incerti negoziati tra Ankara e Washington, tra annunci di intese raggiunte e successive, puntuali smentite, tanto da potersi legittimamente chiedere se si giungerà mai a una accordo significativo.

Nelle ultime ore la probabile svolta, con il ministro degli esteri turco Mevlut Cavusoglu che ha annunciato: «Aiutiamo le forze peshmerga curde ad attraversare il confine per raggiungere Kobane. Non abbiamo mai voluto che Kobane cada. La Turchia conduce diverse iniziative per impedirlo». Ed ha annunciato di aver preso misure per consentire a combattenti curdi iracheni di raggiungere Kobane attraverso il territorio turco. Ma, in definitiva, la Turchia da che parte sta? Con gli estremisti islamici o con gli occidentali? Non c’è più tempo per tergiversare. 

 

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