giovedì, Ottobre 29

Ma il PD ha capito che deve fare politica e non tattica? I cittadini, grazie alle sardine, hanno votato. Bene. Ma la buona politica che chiedono non si vede. Tutto è già manovre, schieramenti, agguati, insomma tattica

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Non era difficile prevederlo e quindi non vanto nessun merito nell’avere detto che si sarebbero scatenate le voci, le trombe, gli urli dopo i risultati. Forse non avevo previsto il commento acido del solito Pietro Senaldi, che, pur di non riconoscere la sconfitta del suo protetto Matteo Salvini, ‘acideggia’ sulle immancabili difficoltà ora del Governo, alle prese con gli inaffidabili grillini. E fin qui tutto regolare. Quanto alla inaffidabilità dei grillini, nulla quaestio, ma non è che nella politica italiana in genere sia l’affidabilità il principale connotato.

Nemmeno, confesso, avevo interamente previsto il commento di un tale, che credo si chiami Max Bugani intervistato da Myrta Merlino, che, stellino di annata, aveva previsto tutto, e fin qui si può anche dargliene atto, ma che ora ritiene che l’unica salvezza per i grillini sia quella di tornare ai ‘grillini d’antan’ e abbandonare la via della frenetica costruzione di autostrade. Ora, al di là del ridicolo dell’affermazione, la proposta ha un sapore antico e sbagliato: tornare al ‘no’ sistematico (quello che faceva arrabbiare Salvini) al ‘no’ su tutto, al ‘no’ al progresso, insomma, beninteso né di destra né di sinistra.

Bene, facciano pure. Gli stellini, direi, sono finiti o quasi. Anzi certamente ‘quasi’: diventeranno l’ennesimo partitucolo buono per tutto e per tutti, che si barcamenerà per il potere. Con, però, un elemento in più: l’essere al governo, e l’essere una forza parlamentare molto forte, e quindi condizionante.

Ciò pone al PD, l’unico partito organizzato e con un minimo di ‘base’ vera, un bel problema, quello di trovare il modo di governare con gli stellini, o quello di andare alle elezioni. Quanto a quest’ultima ipotesi, francamente la troverei assurda e autolesionistica, perché oggi ancora vincere le elezioni è molto difficile. Benché sconfitta, la destra è ancora fortissima, e tendenzialmente maggioritaria.
Quanto al trovare il modo di governare con gli stellini, sarà una fatica che quella di Sisifo è uno scherzo.
Anche perché, immediatamente il dibattito è diventato tutto e solo di posizione: io mi alleo con quello, così frego quell’altro, e propongo questa soluzione che l’altro non potrà rifiutare, ecc. L’intera nottata delle elezioni, Enrico Mentana in testa, e l’intera giornata successiva e le giornate che ci attendono avranno questo leitmotiv.

L’impressione, parlo veramente della prima impressione, è che nel PD non abbiano minimamente capito nulla, e in particolare non abbiano compreso che lavittoriaindiscutibile sia in Emilia che in Calabria (vittoria di voti, intendo) è interamente, ma proprio del tutto, dovuta alle sardine (l’ho detto a caldo ieri), che hanno fatto una cosa fondamentale. Hanno mobilitato la gente, tutta la gente, per fargli capire che politica non è solo votare, ma anche votare, purché vi sia una ragionevole speranza che i votati poi sappiano fare buona politica. I cittadini hanno votato, ma se di buona politica vogliamo parlare, finora (certo è presto, ma si sa come vanno queste cose) non se ne vede alcuna.
Dalle dichiarazioni reboanti della quinta colonna renziana Andrea Marcucci, alle affermazioni incredibili del cosiddetto ‘sinistro’ Andrea Orlando. Del primo inutile parlare, è quello che è, e forse ha capito che ora il prossimo del quale si dovrà dichiarare la sconfitta potrebbe essere proprio Matteo Renzi, che tirandosi fuori dalla campagna elettorale ha dimostrato che la sua presenza mira solo a togliere voti al PD, ma non ci è riuscito. Ma il sinistro Orlano evidentemente deve avere bevuto troppo spumante dopo avere visto i risultati, perché se ne esce con frasi tipo «bisogna spostare l’asse del Governo» -frase criptica, ma tutta interna alla lotta da condominio in atto nel Governo- e «i grillini devono rinunciare al proprio armamentario».

Insomma, a quanto si vede: la politica delle manovre, degli schieramenti, degli agguati.

Per di più, sembra che nel PD stiano ripensando alla legge elettorale: ora non la vogliono più proporzionale. Al di là del fatto che questa discussione non ha molta presa sulle masse, per l’ennesima volta si gioca con le istituzioni nell’interesse di chi ha o spera di avere il comando.

Evidentemente il PD non si rende conto che la legge elettorale proporzionale è la più democratica di tutte, salvo a gestirla come si deve. Ma, portare questi temi all’elettorato, ancora in grandissimo movimento (credo che nemmeno la Ghisleri si azzarderebbe a fare previsioni sul futuro), vuol dire non fare l’unica cosa da fare, e che, forse inutilmente, le sardine hanno cercato di fargli capire: politica.

Alla faccia del ‘risolvere problemi’ degli stellini e del loro ritorno all’origine, le sardine hanno indicato ai partiti politici italiani una via maestra da seguire, e hanno mostrato quanto possa funzionare: fare politica seria, indicare prospettive per il futuro, fare scelte culturali e ideali.
Da quello che si sente fin qui, il PD, forse con l’eccezione di Nicola Zingaretti, non si pone minimamente questa questione.

Non si pone il problema e invece dovrebbe. Ora sarebbe il momento di convocare per subito un congresso serio, discussione attenta, di progetto e di prospettiva, e infine è il momento di rimescolare a fondo la dirigenza del PD, e specialmente di chiudere definitivamente alle correnti.
Ora Zingaretti, se avesse quella spina dorsale e quella capacità di pensare il futuro che, mi pare, assolutamente non ha, dovrebbe battere i pugni e non solo sul tavolo, e pretendere ciò, azzittendo, se necessario imbavagliandoli, i fanfaroni canterini del PD.
Aprirsi a tutto, che non vuol dire prendere tutto alla rinfusa, ma digerire tutto, cioè analizzare, valutare, discutere e ridurre ad unità, ma anche capire che oggi vince ai Parioli e perde in periferia, dove invece deve tornare, e quindi tornare al partito diretto seriamente da una dirigenza piccola e coesa, chiara, e tanto peggio se somiglierà al PCI di una volta.

E, tanto per dimostrare, che non è questa l’idea del PD, la candidatura insulsa di Roberto Gualtieri al seggio di Roma la dice lunga. Ma le sardine ora lo hanno detto, seri come sono, ora basta. Cioè: se la sinistra non matura, loro hanno da fare, non sono politicanti a tempo pieno e senza arte né parte: pensateci!

E come se non bastasse, il signor pochette va da Lilli Gruber, mai come prima e come sempre solo pochette, che … non esclude di correre come Presidente della Repubblica, ma non dice nulla, non sa dire nulla nemmeno sulla figuraccia a Berlino; parla di Italia digitale, Italia verde, ma non sa dire che significhi. E che, infine, di fronte ad attacco di inusitata durezza di Massimo Cacciari, sa solo dire che lui, Cacciari, è un intellettuale, delegando la difesa ad un imbarazzato, perfino lui ora, Marco Travaglio. Mamma mia!

Quanto a Salvini e al suo partito, io credo che abbia avuto una sconfitta clamorosa. Non tanto per i voti e le elezioni (in fin dei conti ha indirettamente vinto in Calabria, ha molte città emiliane), quanto perché aveva posto in queste elezioni l’alternativa o con me o contro di me e l’elettorato ha risposto contro. Non credo che la cosa passerà inosservata ai suoi colleghi, specie del Nord, da Luca Zaia a Attilio Fontana all’infido furbo Roberto Maroni, che morde il freno; loro, penso, hanno capito benissimo che la Lega se non si è fermata è lì per farlo, e una volta ferma il ritorno indietro è solo questione di tempo.

Vedremo. Ma Salvini, fino all’ultimo non si smentisce. Fa una conferenza stampa a risultati ormai chiari, quasi ridanciana, ma su un palco sul quale c’è solo lui: ma la candidata della Lega non era una certa Lucia Borgonzoni? Ma allora è vero che era solo una figurina di secondo piano. Solo che, se mi permettete una previsione, mentre Salvini continuerà per un pezzo ad essere sul proscenio, la Borgonzoni ha probabilmente chiuso la propria carriera politica, quasi me ne dispiace.

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Sull'autore

Giancarlo Guarino, ordinario, fuori ruolo, di diritto internazionale nell’Università degli Studi di Napoli Federico II, è autore di numerose pubblicazioni su diverse tematiche chiave del diritto internazionale contemporaneo (autodeterminazione, terrorismo, diritti umani, ecc.) indagate partendo dal presupposto che l’Ordinamento internazionale sia un sistema normativo complesso e non una mera sovrastruttura di regimi giuridici gli uni scollegati dagli altri.