giovedì, Agosto 13

L'universo invisibile dei padri separati field_506ffb1d3dbe2

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È un tema scottante quanto il femminicidio ma dei padri separati si parla poco e, quasi sempre, solo di fronte a gesti tragicamente eclatanti. Eppure il tema è più che mai attuale.
Se si prova a scrivere padri separati su un motore di ricerca quello che esce fuori è un elenco lunghissimo di associazioni che portano tutte nomi simili e hanno uno scopo comune: unire le forze e far sentire la propria voce. La voce di padri che non ce la fanno più economicamente e psicologicamente, perché con la separazione hanno perso tutto: figli, soldi, dignità. Una voce che alle volte è strozzata in gola, per poi tremare dalla rabbia fino a diventare un urlo di disperazione.

Roberto (nome di fantasia), racconta la sua “odissea”, come lui stesso la definisce. Un matrimonio, un figlio, un lavoro come soldato nell’esercito che decise di lasciare perché lo portava troppo spesso lontano dalla famiglia. Tutto sembrava perfetto finché non ha scoperto i tradimenti della moglie. La sua gelosia e l’ansia di tenerla d’occhio gli hanno fatto perdere il nuovo lavoro a Torino, come operaio in una nota fabbrica di pneumatici; si assentava spesso, anche senza dare preavviso, perché non si fidava più della moglie. Un giorno, tornato a casa, l’ha trovata vuota. La moglie era tornata dalla mamma portando con sé il figlio. Anche molti mobili e soprammobili erano spariti, “molti dei quali erano regali fatti da parenti e amici miei per il matrimonio”, specifica Roberto. Insieme ai mobili, “pure il conto in comune era stato prosciugato”. Senza più casa né soldi, Massimo cominciò a frequentare le mense della Caritas e a dormire in macchina, perché non volevo allontanarmi da mio figlio. “Un giorno andai da lei e pretesi di vederlo ma lei me lo negò e mi rigò la macchina. Continuare a vivere a Torino in quelle condizioni era impossibile, così tornai dai miei a Latina. Tempo dopo arrivarono i carabinieri a casa; così, venni a sapere che mia moglie mi aveva denunciato per molestie”. A dimostrazione di queste presunte violenze, il certificato medico. “Per fortuna poi venne appurata la falsità di quel referto e io venni scagionato”. A questo proposito, Fabio Canziani, neuropsichiatra infantile, sostiene che il 70% delle denunce di abuso sporte dalle donne nell’ambito di una separazione siano false e strumentali, finalizzate ad ottenere risultati processuali vantaggiosi, in particolare l’affidamento dei figli; un trend confermato dall’AMI (Associazione Matrimonialisti Italiani). Tuttavia, prima di arrivare a stabilirne l’infondatezza, denunce così gravi minano profondamente la psiche di chi è stato ingiustamente accusato e i suoi rapporti sociali.
Ora Roberto vive a casa dei genitori a Latina, mentre il figlio sta a Torino con la madre. Lontano e senza un lavoro, Roberto può vederlo solo di rado.

Ma la situazione spesso non cambia neanche se padre e figlia vivono nella stessa città. È il caso di Marcello, maresciallo dei carabinieri a Palermo. Vede la figlia di 10 anni due pomeriggi a settimana. “Io non mi sento più un padre, mi sento un baby sitter, dice Marcello. In quelle poche ore in cui può passare del tempo con sua figlia, Marcello non può portarla a giocare a casa sua, perché una casa non ce l’ha più. Solo momentaneamente vive nell’abitazione alla periferia di Palermo che aveva comprato prima del matrimonio e di cui continua a pagare il mutuo, pari a 600 euro al mese. “Il giudice l’ha assegnata a mia moglie. Per fortuna, a lei vivere in periferia non piace e preferisce stare a casa dalla mamma. In cambio del favore che mi fa per farmi abitare a casa mia” – continua, con tono ironico, Marcello –” vuole, però, una lauta contropartita: un ulteriore aumento dell’assegno di mantenimento, per il quale verso già 600 euro al mese. Se si sommano alla rata del mutuo, io rimango con meno di un terzo dello stipendio. Non posso darle altri soldi perché poi dovrei solo andare a vivere in macchina, e questo non lo farò mai”. Alle spese fisse che destina a mutuo e mantenimento, Marcello deve aggiungere quelle legali: “Mia moglie ha il patrocinio gratuito perché, almeno ufficialmente, risulta disoccupata, mentre io non ho nessun tipo di sconti”. La parola che più spesso ripete Marcello nel raccontare la propria storia è “dignità”, quella dignità che sente di aver perso per sempre. Ormai sento di aver perso anche il mio ruolo di padre. Mi accorgo che mia figlia mi considera un genitore di serie b, non ho più autorevolezza ai suoi occhi. D’altra parte è pure comprensibile: ci vediamo pochissimo e quando stiamo insieme non ho un posto dove portarla per trascorrere dei momenti in serenità con lei. Se il tempo lo permette facciamo una passeggiata per la città, la porto al parco. Altre volte devo accontentarmi di portarla in un centro commerciale”. La sensazione di Marcello è che i giudici, alle volte, non pongano la dovuta attenzione alle situazioni che si trovano ad esaminare. “Io capisco i casi in cui ci sono dei padri violenti ma quando c’è una situazione come la mia, che sono un padre normalissimo, perché questo accanimento da parte della giustizia? Non si rendono conto che così firmano delle vere e proprie condanne a morte?”. La voce di Marcello viene rotta dall’emozione. È per aver detto una frase del genere alla moglie, durante una lite, che questa lo ha denunciato per procurato allarme (in pratica perché avrebbe minacciato il suicidio, n.d.r.) e oggi si trova ad essere sospeso dal lavoro fino a febbraio: “Mi hanno ritirato l’arma d’ordinanza e messo in licenza straordinaria di convalescenza. Fra due mesi dovrò presentarmi davanti a una commissione che valuterà se reintegrarmi oppure no”.

Quello che sembra mancare è una maggiore attenzione verso le persone che vivono sulla propria pelle le separazioni che, seppure in leggero calo rispetto agli ultimi anni, sono comunque molto numerose. Secondi i dati Istat pubblicati lo scorso 23 giugno, nel 2012 le separazioni sono state 88.288 e i divorzi 51.319. “I tribunali sono sommersi da cause di separazione. Di conseguenza, quando non sussistono vicende particolarmente problematiche, i giudici sono portati ad agire secondo formule che oserei definire pre-compilate”. A parlare è Maurizio Quilici, presidente dell’Istituto di studi sulla paternità. “Nel caso di una separazione per così dire standard, sappiamo già in anticipo che quasi sicuramente sarà la mamma il genitore collocatario, che resterà nella casa in cui abitavano prima tutti insieme e che il padre potrà vedere i figli qualche pomeriggio a settimana per poche ore e senza un programma a lungo termine che possa chiarire dove e con chi, ad esempio, il minore passerà le feste o le vacanze estive”. Probabilmente, ad influire sulle scelte dei giudici fa leva anche l’elemento psicologico; appare sempre più “naturale” che un bimbo continui a stare con la madre. A questa inclinazione si aggiunge poi il fatto che generalmente all’affido del minore segue, come diretta conseguenza, l’assegnazione della casa coniugale, sempre per cercare di tutelare al massimo la stabilità psicologica del minore dice Francesco Bruni, avvocato di Perugia.

Oggi in molte città la sensibilizzazione verso i problemi dei padri separati si è diffusa e si è spesso concretizzata. Roma, Milano, Rimini, sono solo alcune delle città in cui il Comune o la Provincia hanno messo a disposizione delle abitazioni a canone ridotto per i padri che, altrimenti, non riuscirebbero a far fronte a un normale affitto. A Torino, invece, è stata la Caritas a muoversi per prima. “Sempre più papà ci chiedevano aiuto, non sapevano dove andare con i propri bambini durante i loro incontri. Ci siamo guardati intorno e abbiamo visto che non c’erano strutture pronte ad accoglierli, così abbiamo deciso di aiutarli noi”, dice Pierluigi Dovis, direttore della Caritas Diocesana di Torino. Nel 2012 è stata inaugurata la Casa di nonno Mario, un appartamento in corso Mortara, nel capoluogo piemontese, che ha aperto le sue porte ai papà separati. È una casa pensata per brevi soggiorni a rotazione; ci si può fermare per poche ore fino a un massimo di quattro notti consecutive. Il prezzo è basso, 10 euro la prima notte, 2.50 euro se ci si ferma la seconda notte. “Perché proprio questo prezzo? Perché è quanto un papà spende, mediamente, per portare il proprio bambino a mangiare una pizza o durante un giro al centro commerciale” dice Emanuele Ferragatta, che lavora per la cooperativa che gestisce la Casa di nonno Mario. Da quando la casa ha aperto, ha ospitato 140 papà, quasi tutti italiani, con un reddito medio basso e provenienti da tutte le regioni d’Italia. Si tratta di persone che hanno i propri figli a Torino e provincia. Dovendo già affrontare le spese per il viaggio, pernottando in questa casa risparmiano almeno quelle dell’albergo. Sono per lo più visite lampo, i papà si fermano a Torino anche solo per poche ore. Tempo fa abbiamo avuto un papà che andava a prendere il figlio in Olanda, dove ora vive con la mamma, lo portava da noi, stavano due giorni qui e poi lo riaccompagnava in aereo. Tutto questo per stare insieme a lui 48 ore. Oggi, a distanza di neanche due anni, la Casa di nonno Mario è raddoppiata. Sono troppe le richieste – ci sono prenotazioni già per aprile 2015 – e la Caritas non vuole dire di no a nessuno. Così, fra qualche giorno ne verrà aperta un’altra nel quartiere Santa Rita, sempre a Torino, ed è già prenotata per Natale e Capodanno.

Anche Mario vi ha trascorso quattro giorni insieme alla sua bambina di cinque anni che oggi vive in provincia di Torino con la mamma. Da quando si è separato la scorsa estate, Mario ha visto la bambina solo una volta ad ottobre, proprio nella Casa di nonno Mario. Vive in Sardegna dove lavora per una catena di supermercati e non può permettersi frequenti viaggi a Torino. “Grazie a questa iniziativa ho potuto vivere per quattro giorni con mia figlia sentendoci a casa; mi sembrava impossibile trascorrere tutto quel tempo con lei, in un luogo accogliente”. Nella casa c’è un libro dove i papà possono lasciare un commento, un pensiero. “Sono pagine piene di emotività e sentimenti, ho fatto fatica a leggere quelle righe, troppo commoventi. Fino all’ultimo ero indeciso se lasciare una testimonianza anch’io, non volevo piangere davanti alla bambina… ma poi mi sono deciso: «Grazie per avermi fatto sentire il sole della mia Sardegna anche qui a Torino». Questo è quello che ho scritto”.

 

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