martedì, Luglio 16

Luna, Marte: a Trump interessa scienza e armamenti! L’intenzione di Trump di rimodulare al rialzo la spesa militare, paventando pericolosi nemici in grado di aggredire fisicamente o virtualmente la sovranità degli Stati Unito d’America

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Nel 2016 l’industria dello spazio ha realizzato vendite in Europa per un totale di 8,24 miliardi di euro, di cui quasi il 60% verso l’Agenzia Spaziale Europea e le agenzie nazionali, impiegando oltre 40mila addetti.
Nei giorni scorsi abbiamo riportato le dichiarazioni del direttore di Gsa (Global navigation Satellite systems Agency) secondo cui alla costellazione Galileo fanno capo un miliardo di utenze. Il prossimo anno la tecnologia europea sbarcherà su Marte, con un laboratorio avanzato, studiato da anni, che permetterà di far luce su un pianeta vicino al nostro, simile probabilmente per molte caratteristiche e pur tuttavia così diverso da poter rappresentare un banco di studi per la ricerca di nuovi materiali, e forse anche di una nuova vita.

Complicato pensare che le future popolazioni del pianeta Terra non debbano attingere a queste tecnologie, che appariranno loro primordiali, per poter condurre una vita più compatibile a nuovi standard che si stanno presentando, con nuovi materiali, maggiori richieste di energia e un’espansione della popolazione mondiale che non ha precedenti nella storia. Ma più ancora, un bisogno di nuovi investimenti.

Al momento, chi scrive si è mostrato sempre più entusiasta dell’esplorazione robotica rispetto a quella umana, nella convinzione che le tecnologie utilizzabili per le ricerche che si devono effettuare al di fuori dell’atmosfera terrestre costituiscono ancora un rischio per l’incolumità della nostra razza, mentre gli strumenti automatici sono una fondamentale alternativa, limitando anche i costi generali.

Di idea diversa sono gli americani, che hanno sempre sbandierato la presenza umana nello spazio come un segnale di visibilità di una tecnologia e di una superiorità nazionale nelle più avanzate manifestazioni industriali. Ci sono, però, delle novità nel voler apparire al mondo come i più bravi e i supremi della scienza futura.

Tralasciamo la incomprensibile polemica che ha governato la rete in questi giorni e ci soffermiamo sulle dichiarazioni che il Presidente Donald Trump ha rilasciato in un twitter, il più approssimativo e incompleto sistema di comunicazione che i politici hanno con l’esterno delle proprie fortezze: «Per tutti i soldi che spendiamo, la Nasa non dovrebbe parlare di andare sulla Luna, lo abbiamo fatto 50 anni fa». Così si è espresso il tycoon, nei suo virtuosismi telematici. E dopo quella che qualcuno ha definito una gaffe: «La Nasa dovrebbe concentrarsi su cose più grandi, incluso Marte di cui la Luna è parte», frase evidentemente comprensibile come matrice di programmi sequenziali, il capo della Casa Bianca ha pronunciato due parole: «difesa e scienza». Una fine discorso poco recepita, a sfoggio che ormai il Lettore medio fa uso del proprio cervello come un accessorio del tutto marginale.

Noi in queste parole intendiamo invece un monito molto preciso a un’agenzia che ha succhiato denari al pubblico erario americano senza dar conto dei suoi obiettivi e dei suoi risultati. Al di là del nobile interesse scientifico, che poi si converte in una consistente remunerazione dei brevetti registrati, noi nelle parole dell’imprenditore platinato rileviamo una precisa intenzione di voler rimodulare al rialzo la spesa militare, paventando pericolosi nemici in grado di aggredire fisicamente o virtualmente la sovranità degli Stati Unito d’America: ipotesi vera o falsa che sia, sicuramente in mano agli strateghi del pentagono e ai guru della comunicazione presidenziale.
Ma non possiamo tralasciare che in questi due termini si intravede una ripresa energica del settore spaziale, che, pur nella chiusura di un sovranismo imperante, non potrà fare a meno di una interlocuzione con gli alleati occidentali, sia per un ancoraggio del mercato che per una ripartizione degli investimenti da effettuare, che sono senza alcun dubbio stratosferici.

Farebbero bene i grandi gruppi europei a sfottere meno Trump e iniziare sinceramente a temere un’aggressione commerciale senza precedenti.
Dovrebbero a questo punto essere più attenti i Paesi piccoli, quelli schiacciati dai grandi raggruppamenti, a trovare accordi bilaterali per evitare di essere travolti da chi propone tecnologia di qualità a costi sostanzialmente più competitivi. Sarebbe offensivo per i nostri Lettori elencare gli esempi, no?

Oggi Trump sta puntando su argomenti forti: al di là delle simpatie discutibili per un personaggio che non ha fatto nulla per conquistarsi il consenso delle diplomazie, riteniamo che un rafforzamento scientifico e un potenziamento delle strategie militari possano essere grandi argomenti per vivacizzare la fiacca di un continente, quello europeo, che non sta brillando né per prodotti concretamente innovativi e men che meno per una capacità manageriale che vede le migliori industrie languire nell’attendismo e nell’inefficienza.

Ma chi deve muovere le leve contrattuali e realizzare la costruzione di accordi favorevoli ha la dimensione cerebrale di comprendere quali messaggi arrivano dall’altro lato dell’Atlantico? «Ai posteri l’ardua sentenza», avrebbe sentenziato un vecchietto dai capelli bianchi -un gran milanese, lui- se fosse vissuto ai tempi di oggi!

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