giovedì, Dicembre 12

Luigi Di Maio: il morbo della dipendenza che ferisce l’Italia e uccide il M5S Nessuna meraviglia nel vedere la penosa metamorfosi con cui Luigi Di Maio è passato dalla recita dell’inamidato idealista intransigente, del bravo ragazzo della porta accanto, all’epifania dell’uomo di potere cinico e risoluto che, senza la poltrona, è disposto a fare correre al Paese proprio tutti quei pericoli che a parole dice di volere fargli schivare

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Una parlamentare europea, dalla militanza lunghissima e impalpabile, ammette sottovoce che la politica è una malattia e crea dipendenza

Un romano che di mestiere fa il tassista, mi dice, mentre mi accompagna in albergo, che i parlamentari del M5S sono esattamente come tutti gli altri. Lo stesso vale per i leghisti, che erano scesi a Roma, come i barbari, per rivoltare la capitale come un calzino, alla fine eccoli omologati e felici. 

La politica è un virus, ti ammala di una malattia impossibile da guarire, la dipendenza dal potere, e non serve a nulla sperare che un ricambio di sangue basti a superarla, come dimostra la stessa esperienza del M5S, nato, almeno in teoria, per cancellare queste distorsioni ma spiaggiatosi sugli stessi bassi fondali su cui era finito, prima di loro, il resto della politica. I molteplici cambiamenti di bordo del Movimento, rispetto alle solenni dichiarazioni iniziali, sono talmente imbarazzanti, che solo degli elettori ciechi o autolesionisti possono soprassedervi.

Dunque, nessuna meraviglia nel vedere la penosa metamorfosi con cui Luigi Di Maio è passato dalla recita dell’inamidato idealista intransigente, del bravo ragazzo della porta accanto, all’epifania dell’uomo di potere cinico e risoluto che, senza la poltrona, è disposto a fare correre al Paese proprio tutti quei pericoli che a parole dice di volere fargli schivare, a cominciare dall’aumento dell’Iva.  

Il suo stesso look, noioso e inappuntabile, come quello di un broker, dovrebbe insospettire, paravento, forse, di zoppie che si stanno manifestando con sempre maggiore evidenza. Dietro quella patina tranquilla c’è un uomo di potere tenace e, così mi pare, pregno di risentimento sociale represso, il focus dei suoi pensieri sembra la sua stessa persona, cosa che credo sia diventata chiara persino al suo mentore, il comico che ora fila con Pd come se fossero amici da sempre. Beppe Grillo forse comincia a rendersi conto che un partito, per quanto schifoso, possiede meccanismi interni di critica e di autoregolazione che alla fine costituiscono un limite alle degenerazioni, soprattutto se parliamo del Pd e non della Lega, che invece evoca suggestioni peroniste. 

Eppure, all’interno della vicenda Di Maio, così banale e scontata, come il personaggio che ne è protagonista, vi sono degli apprendimenti importanti

Il primo attiene dal punto di stazione da cui si guarda la politica, da dentro o da fuori. Quando si è fuori prevale una sorta disindrome del telecronista’, la persona che commenta le gare da una poltrona climatizzata e si dichiara certa di sapere cosa farebbe in ogni circostanza. Il telecronista la butterebbe dentro senza troppe storie o fermerebbe con facilità il fuoriclasse avversario. Che chi vuole! Il punto è che con un elettorato disposto a bersi di tutto, questo, e molto altro, è possibile.

Il secondo apprendimento è che la selezione del personale politico avviene in modo sempre più casuale, e dunque pericoloso, pescando in una platea individui che nella politica non vedono, come dovrebbe essere, un’occasione per servire i concittadini e, già che ci sono, la propria causa personale, ma si concentrano fortemente su quest’ultima, ragione per la quale il potere diventa un fortino da difendere nei modi più spregiudicati. La vicenda Di Maio, per questo e per altri motivi, è inquietante, la rapidità con sui si è legato all’albero maestro è da recordman. 

Non solo, i cooptati sono quasi sempre persone che nella competizione col prossimo, soprattutto sul versante professionale, risultano essere degli ex sfigati. Per molti di costoro, la politica è la seconda possibilità, essendo miseramente naufragati nella prima. Persone che, quasi sempre, persa la partita del talento e dell’intelligenza, vincono a mani basse quella della furbizia, mossi da desideri di rivalsa potenti, responsabili di fenomeni alla Di Maio.  

Fa specie vedere, lo dico col massimo rispetto, un potenziale venditore di automobili come il politico campano, amministrate un potere inaudito, che influenza l’esistenza di milioni di cittadini, così come fa specie che il possibile gestore di un autolavaggio, come il leader leghista, possa avere imperio sulla vita, parlo anche di quella biologica, di tante persone innocenti, come i migranti, cinicamente messi al servizio di un disegno di potere sfacciato e disumano.

Quando prendiamo un aereo, che al massimo può trasportare due o trecento persone, ci affidiamo a dei piloti che vengono costantemente sottoposti a severe batterie di test attitudinali, a incessanti prove di idoneità fisiche e psichiche, mentre la selezione del personale politico, che si occuperà di intere popolazioni, somiglia sempre più ai casting dei reality. Accettiamo e votiamo di tutto, basta che ci faccia ridere, che abbia il cuore in mano e racconti di volerci bene. 

Luigi Di Maio, come succede a troppi politici, si è infilato in un gioco più grande di lui. Il suo modestissimo cabotaggio culturale, la carenza di competenze e/o di maturità, la sua incapacità di fermarsi nell’interesse generale, stanno diventato una spada di Damocle sulle nostre teste

Forse il timore di cadere nell’anonimato della vita precedente, deve averlo terrorizzato, tuttavia se vi sono problemi di autostima, se è insidiati da sentimenti di inadeguatezza irrisolti, non c’è bisogno di buttarsi in politica, vi sono strade più comode ma infinitamente meno lesive dell’interesse del prossimo. 

Ma tutto questo non può essere solo colpa del diretto interessato, vi sono complicità dirette dell’elettorato che, come una persona nel deserto, assetata da giorni, è disposto a vedere chioschi di bibite fresche dietro ogni granello di sabbia.

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