lunedì, Aprile 6

L’Uganda ritira le truppe dal Sud Sudan

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Kampala – L’avventura militare ugandese in Sud Sudan termina improvvisamente. Il Presidente Yoweri Museveni ha dato l’ordine di ritiro completo dei soldati del UPDF (Esercito ugandese) dal Sud Sudan. Le tremila unità impiegate sui vari fronti sono ora in fase di smobilitazione. Le attività di passaggio delle consegne delle postazioni difensive tra il UPDF e l’Esercito regolare sud sudanese sono gestite dal Brigadiere Generale Muhoozi Kainerugaba, il figlio del Presidente che ha coordinato fino ad ora la campagna militare nella più giovane Nazione africana. La notizia è stata diramata ai media ugandesi dal Generale Katumba Wamala. Ora il compito di mantenere la pace nel Paese è affidato all’Esercito regolare sud sudanese e ai Caschi Blu delle Nazioni Unite. Nessuna missione militare della Unione Africana sembra essere all’orizzonte.

Secondo la versione ufficiale, la decisione di ritirare le truppe è stata presa in concerto con le Nazioni Unite e l’Unione Africana al fine di favorire la piena applicazione degli accordi di pace firmati tra il Presidente Salva Kiir e il ex vice Presidente Rieck Machar, capo della ribellione. Lo Stato Maggiore e il Governo ugandesi fanno notare ai media che l’intervento del UPDF ha fermato i massacri etnici, salvando centinaia di migliaia di vite umane. Affermazione che non sembra corrispondere alla realtà.

Il 20 dicembre 2013 l’Esercito ugandese diventa parte attiva nel conflitto sud sudanese. Divisioni carrozzate, fanteria e artiglieria pesante oltrepassano la frontiera per congiungersi ai reparti ugandesi già presenti da anni presso la base militare di Yambio, nello Stato del Western Equatoria. In poche ore i soldati ugandesi prendono il controllo dell’aeroporto internazionale e della capitale Juba, Ub blitz preceduto dall’evacuazione degli occidentali coordinata dai marines americani.  Le ragioni ufficiali dell’intervento ugandese erano quelle di impedire una guerra etnica che poteva destabilizzare la regione. In realtà l’intervento fu dettato dalla difesa degli interessi economici degli imprenditori ugandesi in Sud Sudan e con l’obiettivo (occultato all’opinione pubblica) di assicurarsi parte del greggio sud sudanese per lavorarlo presso la raffineria di Hoima, Uganda. Dopo un iniziale supporto alla ribellione di Rieck Machar, il Presidente Museveni decide di supportare Salva Kiir, in quanto quest’ultimo meglio garantisce le ambizioni economiche ugandesi.

Dal 20 dicembre 2013 l’Esercito ugandese per 22 mesi è stato sottoposto ad intensi combattimenti. Il UPDF è stata la sola forza militare in grado di fermare l’avanzata della ribellione e di salvare il Governo di Juba. Il contingente cinese, teoricamente sotto mandato ONU, ma con ampia libertà di manovra, lo ha supportato nelle maggiori battaglie dal settembre 2014 in poi, data dell’invio di 700 soldati d’élite deciso da Pechino. Il primo intervento militare cinese in Africa.

Per un anno e mezzo di conflitto l’Esercito ugandese non ha registrato grandi successi militari e gli atavici odi tra Dinka e Nuer sono state le principali ragioni dei vari negoziati di pace falliti. L’intervento ugandese non ha certamente impedito i pogrom etnici compiuti regolarmente da entrambe le parti belligeranti. La storia obbliga ad essere obiettivi. L’intervento ugandese non ha mitigato la guerra etnica e le centinaia di migliaia di morti, l’ha anzi aggravata. Senza l’invasione ugandese le forze ribelli di Rieck Machar avrebbero conquistato la capitale Juba e spazzato via ogni resistenza delle forze lealiste a Salva Kiir entro la fine del dicembre 2013, risparmiando al Paese 22 mesi di lutti e distruzione. Il ritiro improvviso delle truppe ugandesi rischia di compromettere la strategia di controllo geo strategico del Sud Sudan ideata da Cina, Sudan e Uganda lo scorso settembre.

Dinnanzi a questa decisione gli esperti regionali stanno tentando di individuare i reali motivi. Uno di essi risederebbe nelle difficoltà militari riscontrate dal UPDF dallo scorso maggio quando la potente milizia Chollo, sotto il comando del Generale Johnson Olony, si alleò con la ribellione, provocando la caduta della città di Malakal e di gran parte dei territori del Upper Nile. Il tradimento del Generale Olony (precedentemente alleato di Salva Kiir) suggellò l’alleanza tra la seconda e la terza tribù del Paese (Nuer e Shilluk) isolando l’etnia Dinka, già al suo interno divisa nel sostenere o meno il Presidente Salva Kiir. Senza che giungessero notizie ai media, in questi ultimi mesi l’esercito ugandese è stato costretto alla difensiva e attaccato anche nelle posizioni che teneva saldamente nel Estern Equatoria. Le incursioni militari dei Shilluk, e della ribellione di Rieck Machar oltre i confini, in pieno territorio ugandese, stavano mettendo a rischio la stabilità delle Province nord dell’Uganda.

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