domenica, Agosto 25

Luciano De Crescenzo: filosofia e napoletanità L’ingegnere, scrittore e regista napoletano, scomparso all’età di 90 anni, lascia un bel ricordo di sé come umorista, spesso amaro, e divulgatore della nostra cultura letteraria, cinematografica e televisiva: «si comincia la Rivoluzione per cambiare il mondo, si finisce per cambiare canale»

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«Per raggiungere il Bene, ognuno di noi deve in primo luogo conoscere se stesso, e poi realizzarsi  in modo conforme alla propria natura….» amava i filosofi dell’antica Grecia ed era un convinto sostenitore di Voltaire e degli illuministi quando sosteneva che «Il dubbio  è apertura. E l’apertura è tolleranza». la filosofia era una delle grandi passioni di Luciano De Crescenzoingegnere elettronico prestato – e con straordinario successo! – all’attività di  scrittore, attore, regista sceneggiatore, fotografo, scomparso a Roma il 18 luglio all’età di 90 anni. In queste ore in tanti lo ricordano come un grande divulgatore della filosofia, dei Maestri del pensiero attraverso i secoli, grazie ai suoi programmi televisivi su Zeus, i miti degli Dei, Socrate, altri come un fine, inimitabile umorista, capace d’irridere sui guai dell’esistenza, ma i più come il cantore della ‘napoletanità’, di una Napoli diversa da quella cartolinesca a cui troppo spesso siamo stati abituati.  No, Napoli per lui «non è la città di Napoli,  ma solo una componente dell’animo umano che so di poter trovare in tutte le persone, napoletane e no».

Tutti sembrano concordi nel dire – stampa compresa –  che dopo Camilleri un altro ‘grande’ intellettuale lo ha seguito a ruota nell’aldilà. Con la differenza che Andrea Camilleri è stato in scena, rappresentando sé stesso ed il suo universo ideale, fino all’ultimo, Luciano De Crescenzo invece, afflitto da una rara forma neurodegenerativa, ha dovuto lasciare il campo di gioco prima del fischio finale. La metafora non è casuale: amava il calcio e soprattutto il suo Napoli, di cui ricordava, insieme al tempo dell’ s infanzia, la vittoria della sua squadra per uno a zero sull’Ambrosiana ( l’Inter si chiamava così). Tempi lontani, ma la memoria ( fin quando c’è) annulla le distanze. E in queste ore fa riemergere dal lungo sonno nel quale ci eravamo immersi, le tante cose che Luciano De Crescenzo ci ha regalato: sorrisi, risate, pensieri, immagini, parole, suoni, senso della vita, spalmati tra i suoi libri, primo fra tutti ‘Così parlò Bellavista, del 1984 ( 18 milioni di copie vendute e traduzioni in 25 paesi!), i suoi film, le sue interpretazioni cinematografiche (ha recitato anche con Sofia Loren), le sue fotografie: già perché, come scriveva nel suo libro ‘Napoli mia: «La scrittura non è stata la mia prima passione, nossignore. Prima di ricorrere alle parole, la Napoli dei quartieri, quella dei panni stesi al sole, dei numeri al Lotto, dei misteri l’ho raccontata con la macchina fotografica»

Nato a Napoli, a Santa Lucia, il 18 agosto 1928 da  genitori ‘antichi’ più che anziani, come diceva lui stesso, il padre negoziante di guanti, cresciuto in un palazzo insieme a Carlo Pedersoli ( il popolare Bud Spencer) scomparso anche lui, frequenta l’Università, dove subisce il fascino del grande matematico Renato Cacciapuoti (morto poi suicida, dramma portato sullo schermo da Mario Martone in ‘Morte di un matematico napoletano’), che in un esame gli darà un ’21 di scoraggiamento’. Conseguita la laurea in Ingegneria elettronica con il massimo dei voti, farà vari mestieri e troverà lavoro presso l’IBM, ma poi sceglierà tutt’altra strada. Quella della scrittura che lo porterà al successo, a seguito del quale non si è mai montato la testa, tanto da scrivere di fare altrettanto all’amico Roberto Benigni, dopo l’Oscar per ‘La vita è bella’. Chi è stato Luciano de Crescenzo lo hanno ricordato in queste ore gli amici più cari, innanzitutto Renzo Arbore, con cui strinse uno straordinario sodalizio: «Luciano» – ha detto – «è stato il rappresentante della Napoli migliore  del dopoguerra, da lui ho appreso l’umorismo elegante, la sua casa era il nostro punto  di riferimento: lì abbiamo inventato film e trasmissioni tv. È stato un grande divulgatore della cultura napoletana». Insieme hanno collaborato a famosi programmi televisivi  e alla sceneggiatura di vari film. Da qui la massima ‘filosofica’  autoironica di De Crescenzo: «La vita potrebbe essere divisa in tre fasi: Rivoluzione, Riflessione e Televisione. Si comincia con il voler cambiare il mondo si finisce per cambiare canale».

Dell’amico Renzo e della loro amicizia lui stesso scriveva nel suo libro ‘Sono stato fortunato’: «Due creatori quando sono in contatto non si sommano, ma si moltiplicano. Senza tali amici non sarei ciò che sono»Parole commosse anche  quelle di Marisa  Laurito e di tanti altri che han  espresso il loro dolore. Qualcuno ha scritto: «oscillava tra la Magna Grecia e la  Napoli contemporanea. E i suoi personaggi  sono diventati icone di un modo di essere». Quella Napoli contemporanea  che attraverso le generazioni successive ci ha dato  figure come i fratelli Bennato, la Nuova Compagnia di Canto Popolare, Troisi, De Caro, Pino Daniele, Carlo Cecchi e vari altri che tutti conosciamo e ammiriamo.  

La ‘napolitudine’ è qualcosa che abbraccia  il passato e il presente. E’ un sentimento che hanno descritto lo stesso De Crescenzo e Alessandro Siani  in un libro che descrive la smania ‘e turnà che attanaglia  tutti coloro i quali, napoletani e non, sono costretti ad allontanarsi dalla tanto amata Napoli.   Una sorta di “nostalgia” inspiegabile – scrivono – che ti prende anche quando sei a Napoli, “ mentre passeggio – scrive de Crescenzo- tra le bancarelle di San Gregorio Armeno e sfioro i pastori creasti dai maestri artigiani, mi si arrampica sulle papille gustative stuzzicate dal profumo delle sfogliatelle appena sfornate, mi accompagna come l’ammuina dei vicoli, che ritrovo immutata nel tempo, o come il profilo del Vesuvio, un paesaggio unico al mondo…..” E la ritrova questa sorta di saudade  anche  in certi comportamenti dei suoi concittadini i quali,  tanto per dire, considerano il semaforo rosso “ non un divieto ma un consiglio”.   

Tra  chi soffre di ‘napolitudine’ c’è  anche Vincenzo de Caro, attore e regista teatrale che da anni ha scelto di vivere a Firenze, dove ha  fondato una compagnia teatrale tutta napoletana, per far conoscere il grande teatro napoletano: da Paola Riccora e dai De Filippo in giù. Un modo anche questo per esorcizzare  la lontananza e questo strano sentimento, di cui son  curioso di sapere che idea ne ha De Caro.  

Vincenzo de Caro, hai conosciuto De Crescenzo e, comunque, che cosa ti ha dato o dato alla vostra generazione? 

“Sì, l’ho conosciuto a Napoli, ci siamo incontrati tante volte, ma non ci fu amicizia,  perciò non ho mai lavorato con lui. Lui se n’andò a cercar fortuna a Roma, io scelsi Firenze, che con Napoli e la sua cultura ha un legame antico. Lui ha fatto una cosa molto importante: ha tirato fuori una Napoli che era stata messa da parte, che ci nascondevamo, l’ha fatto in modo piacevole, senza cadere nel macchiettismo, ha rappresentato la volgarità come mai era avvenuto in passato. Spiegandola, raccontandola, l’ha fatta diventare un cosa bella. Ha realizzato film chiari, meravigliosi, prima di lui c’era riuscito solo Totò. Ha fatto conoscere e amare  anche attraverso i suoi libri Napoli, aprendo una strada a tutti noi. Il suo omaggio alla napolitudine  risiede anche nella capacità di mostrare e far amare aspetti di Napoli nascosti o negati. Ricordo poi in tv le sue trasmissioni sulla filosofia e i suoi saggi, in particolare Panta rei ( tutto scorre), traducendo i frammenti di Eraclito  rimettendoli insieme e  creando un discorso compiuto. Per noi lettori ha reso chiaro il mistero. I tanti misteri della vita e  dell’animo umano, affrontando temi di sempre ( l’amore, la libertà, la stupidità, il cosmo, il tempo) e temi d’attualità.  Un genio, cui va tutta la nostra riconoscenza. Peccato sia uscito di scena anzitempo”.

Che Luciano de Crescenzo fosse uomo di grande fascino, lo ricorda anche la giornalista esperta di cinema, Elisangelica Ceccarelli, che da anni cura un programma dal titolo ‘Il grande cinema’ e che spesso vediamo da Gigi Marzullo nel suo programma RAI, ‘Cinematografo’.  

“Ricordo di averlo incontrato e intervistato alcuni anni fa durante il Festival di Venezia, io ero giovanissima e lui in gran forma. Bellissimo, occhi chiari, gentile, cortese, sapeva catturare l’attenzione sia del pubblico maschile ma soprattutto, femminile. Una figura carismatica, consapevole del proprio fascino. Sì, era garbatamente elegante. Durante l’intervista tv cui si sottopose di buon grado, ebbi l’impressone che delle donne apprezzasse sopratutto l’aspetto estetico e la gioventù…..Quanto al suo cinema, non era quello che più apprezzavo, ma non posso sottovalutare il fatto che  abbia avvicinato il grande pubblico a Napoli, alla sua gente, alla sua fantasia e umanità. Altro aspetto importante della sua figura di intellettuale, la capacità divulgativa della filosofia: non era un filosofo ma un grande divulgatore capace di semplificare, di far capire l ’incomprensibile. Sì, ne conservo un lontano e piacevole ricordo”.

Queste parole ci rimandano al rapporto di De Crescenzo verso l’universo femminile, per il quale – e tralasciamo gli aspetti di vita personale, familiare – ha sempre suscitato attenzione e la curiosità. All’ interesse verso le donne capaci di sentimenti d’amore e d’altruismo come di provocare amarezze e delusioni, tanto da indurre al suicidio, De Crescenzo dedicò alla fine degli anni ’90 un libro dal titolo ‘Le donne sono diverse‘,  che narra le vicende  tragiche e liete di tante donne della storia, che è anche una storia di uomini, esseri diversi. E che ad un certo punto lo portano  a considerare come una delle più belle frasi d’amore mai udite, quella che dice «Amo il tuo posto vuoto accanto al mio», che vuol dire di desiderare la lontananza della persona amata per poterla sognare con più libertà. Anche questo è Luciano De Crescenzo. 

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