sabato, Ottobre 24

Lotta alla tirannia È tornata la violenza in Medio Oriente, veicolata dall'oppressione religiosa e dal radicalismo

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Beirut – È tornata la violenza in Medio Oriente, veicolata dall’oppressione religiosa e dal radicalismo. Milioni di musulmani di tutto il mondo si sono riuniti per commemorare il mese sacro di Muharram, un mese che ha un grande significato religioso per le tre fedi abramitiche. L’Arabia Saudita ha inasprito i provvedimenti  contro tutti gli Sciiti, determinata a impedire a questa comunità religiosa di ricordare il sacrificio del suo Imam, Husayn ibn Ali, nipote del profeta Maometto e terzo imam dell’Islam.

Il 22 ottobre al-Araby al-Jadeed ha affermato: «L’Arabia Saudita, che nell’ultimo anno ha registrato il terzo numero più alto di esecuzioni, ne ha compiute altre poiché in un clima di disordine i procuratori hanno chiesto la pena di morte per 16 Shia».

Hasan Saleh, esperto in relazioni internazionali dell’Università yemenita di Sana’a, con un dottorato in Storia Islamica, ha dichiarato a ‘L’Indro’: “Gli sciiti in Arabia Saudita hanno rifiutato di abbandonare pacificamente i loro diritti, le loro libertà civili e il proposito di vivere con i valori difesi dal loro Imam: giustizia sociale, pluralismo e uguaglianza di fronte la legge. I reali di Al Saud hanno adottato misure restrittive sulla comunità sciita“.

E prosegue: “Il cosiddetto dissenso, le offese contro il re e le autorità saudite, vengono usati dalle autorità saudite come copertura della repressione, nascondono un teofascismo latente e un retro-imperialismo occidentale. Gli sciiti vengono presi di mira ovunque: in Yemen, Bahrain, Emirati Arabi Uniti, Libano, Iraq, Egitto, Sudan, ecc. Ovunque il denaro saudita comandi, gli sciiti sono il popolo maggiormente oppresso perché basano la loro fede sull’idea che la resistenza all’ingiustizia non sia un dovere bensì un obbligo religioso”.

Il mese di Muharram incarna questo concetto di resistenza, e per questo la violenza ha raggiunto il picco in Medio Oriente, deviando dal messaggio nascosto nelle nostre pagine di storia secondo cui la tirannia deve essere contrastata. Ma non è solo lo status degli sciiti a essere nell’occhio del ciclone: gli obiettivi finali della campagna coloniale segreta dell’Arabia Saudita nella regione sono gli attivisti, i difensori dei diritti umani, i politici e gli studiosi indipendenti, perché i loro appelli, le loro ideologie e i loro insegnamenti rispecchiano i principi incarnati dagli insegnamenti islamici. Apostasia è stata la parola chiave, la brutta etichetta che i wahhabiti hanno utilizzato per distorcere i fatti e ridurre il movimento a un’eresia religiosa.

Se il nome di Husayn e l’eredità religiosa hanno a lungo fatto rima con Islam -per la precisione Islam sciita- il suo messaggio e l’ideologia che portava con sé sono andati oltre i principi dell’Islam, fino a diventare un grido universale contro la tirannia. Il suo nome, la sua vita, e il suo sacrificio sono serviti da ispirazione per tutti quegli uomini e donne che hanno sempre rifiutato di piegarsi alle ingiustizie, quando sapevano che potevano essere liberi – siano essi musulmani, ebrei, cristiani, buddisti o atei. Il coraggio infatti non ha bisogno di etichette: il coraggio del cuore e le opere non hanno bisogno di definizione.

Dato che il coraggio è universale come il concetto di libertà, il mese islamico di Muharram e il sacrificio dell’Imam Husayn a Karbala (Iraq) nel giorno dell’Ashura continua a ispirare generazioni di uomini e donne, a prescindere dalle loro credenze e al di là di tutte le divisioni.

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