sabato, Gennaio 25

Lotta alla plastica, treno che passa nella Ue Un'opportunità per il nostro Paese, a patto che si spendano bene i fondi. Intervista a Edoardo Puglisi, docente presso l’Università Cattolica di Milano

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La guerra dell’Europa alla plastica è iniziata: in sede di Commissione, infatti, il 16 gennaio è pervenuta la notizia della nuova strategia che prevede lo smaltimento totale degli imballaggi prodotti con tale materiale entro il 2030. Saranno inoltre messe al bando le microplastiche nei cosmetici e si interverrà con misure per ridurre l’utilizzo di prodotti sintetici usa e getta, come le stoviglie. Tale decisione deriva quindi dalla consapevolezza che, non potendo del tutto eliminare la plastica, come ha affermato il vicepresidente della Commissione Frans Timmersmans, «Se non cambiamo le nostre politiche, la plastica ci può anche uccidere».

Nel frattempo, in Italia, di tale misura, probabilmente, nell’immaginario della casalinga di Voghera passa soprattutto l’idea che, con l’avvento del 2018, si dovranno pagare i sacchetti per l’imballaggio di frutta e verdura prima gratuiti, ma questa è solo la punta dell’iceberg di un processo che, in un’ottica di sistema, potrà comportare dei vantaggi in ambito ecologico. Approfondendo infatti tale questione, emergono molti aspetti interessanti, non solo in tale ambito, ma anche per le potenziali ricadute positive per il nostro Paese in campo industriale, sia in termini di ricerca che di opportunità di innovazione e sviluppo. Ne parliamo con il prof. Edoardo Puglisi, docente presso l’Università Cattolica di Milano, microbiologo che si è sempre occupato di degradazione degli inquinanti e di impatto ambientale.

Quali effetti si potranno riscontrare sul sistema industriale a seguito dell’introduzione di tali misure?

Ci sono molti aspetti da considerare in relazione a ciò. Dal punto di vista del riciclo, ci vuole anzitutto una maggiore educazione civica e ambientale: certi oggetti usa e getta non potranno più essere di plastica. Dal punto di vista industriale, inoltre, ci si dovrà attrezzare per differenziare la produzione. Per certi materiali è opportuno infatti ricorrere al polietilene, per altri prodotti usa e getta si potrà invece ricorrere a materiali già esistenti, come il mater-bi ed anche altri, biodegradabili. Sempre più si deve far ricorso ad essi, o anche scoprirne di nuovi. Ci sono inoltre le plastiche prodotte dai batteri, accumulando nelle loro cellule dei polimeri del tutto analoghi a quelli prodotti dall’uomo; su questo processo, non si sa ancora molto. Piuttosto che di molecole singole, si tratta di vere e proprie famiglie delle stesse, che possono produrre materiali rispettivamente più rigidi o più molli. In merito a ciò, ritengo che portare avanti ricerche su tale dinamica possa fungere da grande stimolo per l’industria, ma anche per la popolazione e per la comunità scientifica.

L’Italia quale ruolo può giocare in questo processo?

Posso dire che a livello universitario esistono delle eccellenze, anche di ricerca industriale. Il fatto che il brevetto del mater bi sia italiano non è di poco conto: l’Italia, già negli anni ’60 – ’70 aveva ottenuto risultati di assoluto pregio nel campo della chimica. Possiamo fare molto e giocarcela: ci vuole un buon supporto alla ricerca; a Bruxelles, inoltre, bisogna essere ben rappresentati. Il discorso è anche quello di assicurare una buona remuneratività degli investimenti che si fanno in ricerca. L’Inghilterra per ogni sterlina che investe, ottiene un ritorno più positivo del nostro in ambito industriale. Da questo punto di vista, bisogna migliorare la capacità di fare sistema. Adesso sono usciti dei nuovi bandi PRIN per la ricerca che non si vedevano da diversi anni: sono parecchio sostanziosi. Qualche segnale positivo esiste, dato che i finanziamenti in gioco sono di quattro volte superiori rispetto al passato. Possiamo recuperare il passo rispetto ad una situazione svantaggiata.

L’ambiente è sempre più importante per la sopravvivenza del nostro sistema. Dagli anni ’60 ad oggi, il consumo di plastica è aumentato di 20 volte. Si interviene perché, secondo le stime, da qui al 2040 raddoppierà rispetto ad oggi. Quindi dal 2030 solo plastica riciclata…

Sarà difficile arrivare al 100% di riciclo, ma comunque è la direzione giusta verso cui muoversi, perché la produzione di polietilene continua a crescere in maniera esponenziale. Il problema principale che si genera a seguito di ciò è quello dell’accumulo. La gran parte dei materiali plastici è costituita da polietilene e polipropilene; l’Unione europea, con riferimento a ciò, afferma giustamente che non ha senso far ricorso a materiale usa e getta, perché è irragionevole utilizzare un materiale per pochi secondi e poi lasciarlo nell’ambiente per centinaia di anni. La plastica dovrebbe sempre di più essere progettata per il riciclo.

Ci può raccontare come si è svolta nei centri di ricerca dell’Università Cattolica tale attività di studio?

Certamente. Abbiamo isolato ceppi di batteri e funghi che avevano colonizzato dei sacchetti di plastica, in una discarica abbandonata dagli anni ’80, dove erano rimasti solo rifiuti per l’appunto di questo materiale. Abbiamo selezionato diverse decine di batteri e poi ne abbiamo isolato alcuni, che vivono mangiando plastica. Ci sono anche altri studi simili al nostro: il risultato a cui si arriva è che la degradazione finale della plastica operata dai batteri è solo di un 5-10%: quindi, non riescono a farla scomparire. A livello molecolare, stiamo cercando di comprendere perché si verifica ciò. Con una procedura di laboratorio, abbiamo selezionato i ceppi migliori di batteri e siamo certi che, alimentandoli di tutto ciò che gli serve, essi possono crescere utilizzando la plastica come fonte di nutrimento. Ciononostante, è bene non dare ai media risultati troppo positivi, su cui alimentare ottimismi fuori luogo. La situazione è quella di cui si è detto: la quantità di plastica che tali organismi mangiano è comunque minima. L’aspetto di interesse scientifico, in tale meccanismo, è che non si conoscono ancora i processi cellulari che utilizzano; stiamo cercando di capirlo, per poi forse aprire altre strade per la ricerca.

Discorso simile dicasi per la plastica nei mari: se da un lato alimenta i batteri, dall’altro è nociva per la fauna…

Il problema ambientale della plastica è legato al fatto che si pensava in un primo momento che fosse un materiale del tutto inerte, cioè che rimanendo nell’ambiente non creasse problemi, a differenza dei pesticidi. Questo è probabilmente vero solo in parte: per gli oceani, gli effetti sulla fauna sono evidenti. I pesci che rimangono bloccati in pezzi di plastica ne sono un esempio, inoltre si è constatato che la plastica non biodegradata si spezzetta sempre di più in microplastiche ed entra nella catena alimentare. Ciò vuol dire che entra nell’alimentazione nei pesci, nel fitoplancton. Su questo aspetto del problema, non ci sono ancora abbastanza dati, così come sono deficitarii quelli sulla tossicità della plastica, finora ritenuto materiale del tutto inerte. Inoltre, un ambiente in cui essa abbondi, non è adatto alla vita. Da qui, è giustamente maturata in sede europea la consapevolezza di non poter più andare avanti così e quindi la necessità di intervenire.

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