domenica, Dicembre 8

L’oro del M23 tra Dubai e Roma field_506ffb1d3dbe2

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Generale Sultani Makenga


Goma
– Era dal gennaio 2014 che i giornalisti della Regione dei Grandi Laghi, sottoscritto compreso, erano a conoscenza del ‘bottino di guerraportato in Uganda dal Movimento ribelle congolese M23 dopo la decisione di ritirarsi dall’est del Congo ponendo fine ad una devastante guerra durata 20 mesi. Il ritiro fu ordinato dal Presidente ugandese Yoweri Museveni per evitare che uno scontro diretto tra la ribellione e la brigata di intervento della missione di pace ONU in Congo, MONUSCO, potesse compromettere il rafforzamento dell’asse Kampala-Pretoria teso a realizzare l’obiettivo di controllo geostrategico del Sudafrica e Uganda sull’Africa Orientale e l’Africa del Sud, ed aumentare le frizioni tra gli Stati membri della East African Community (EAC), già arrivate a pericolosi livelli causa la guerra diplomatica tra Tanzania e Rwanda in atto dal 2013. All’interno della brigata di intervento vi sono le truppe del Sud Africa e Tanzania.

Il bottino di guerra, composto da materiali preziosi, carbone,  legno pregiato e tasse di occupazione è valutato a 57 milioni di dollari, di cui il 23% composto dall’oro saccheggiato (13,5 milioni di dollari).
I principali beneficiari di questa manna insanguinata sono stati: l’alto comando militare del movimento ribelle congolese, in primis il Generale Sultani Makenga -attualmente in esilio in Uganda-, il Governo ugandese, alti ufficiali dell’Esercito congolese,  una importante raffineria a Dubai, e due multinazionali occidentali, una americana e una europea. La notizia e la ricca documentazione in possesso di alcuni giornalisti dell’area è stata, dagli stessi, autocensurata per motivi di sicurezza. Nessuno ha avuto il coraggio di pubblicare queste informazioni causa le prevedibili reazioni dei poteri forti regionali e occidentali. La notizia, in pratica, era diventata un ottimo scoop ma impubblicabile.

A rompere il silenzio è stato il settimanale regionaleThe East African‘ nella sua edizione del 28 giugno 2014. Un dossier di due pagine spiega il network tra M23, Uganda, Esercito congolese che ha reso possibile questo storico saccheggio che supera di gran misura il valore totale del saccheggio delle materie prime congolesi attuato dall’Uganda durante la seconda guerra panafricana (1998 – 2004): circa 10 milioni di dollari secondo le stime delle Nazioni Unite, che nel 2010 hanno imposto al Governo di Kampala il risarcimento del danno a Kinshasa. Decisione ampiamente ignorata dall’Uganda fino ad ora.

Rimangono ancora avvolte in una cappa di mistero e omertà le identità della raffineria di oro a Dubai e delle due multinazionali occidentali. In compenso si parla della pesante complicità del LMBA (London Bullion Market Assets), l’unica borsa al mondo a determinare i prezzi di compravendita dell’oro e la l’acquisto secondo le norme di tranciabilità per impedire che il mercato ufficiale sia inondato dall’oro provenienti dalle zone di conflitto. 
Il bottino di guerra riguardante il prezioso minerale ammonterebbe a 4 tonnellate, di cui la metà venduta a Dubai, dal 18 al 26 dicembre 2013, grazie ad una serie di transazioni commerciali lampo e ipersegrete, organizzate dal Governo ugandese in collaborazione con la raffineria di Dubai e le due multinazionali occidentali.
Copia dei documenti relativi a questa transazione in cui compaiono le identità dei partner-complici europei, americani e medio orientali, sarebbe in possesso di un giornalista keniota ma impubblicabili al momento per seri motivi di sicurezza. La reticenza, fortunatamente infranta da ‘The East African‘, era dovuta dalla consapevolezza dei giornalisti in possesso di prove, testimonianze e documentazione, dei rischi personali nel pubblicare in anteprima la notizia. Consapevolezza rafforzata dall’atteggiamento delle Nazioni Unite che, pur essendo a conoscenza del immenso traffico illecito, ha deciso di attuare un silenzio stampa con l’obiettivo di permettere il rafforzamento del monitoraggio del commercio di metalli preziosi, monitoraggio realmente in vigore.

La prima prova lampante di quanto raccontato nel reportage è rappresentata dalle statistiche sul andamento prezzi dell’oro presso il LMBA di Londra relative al mese di dicembre. Il prezzo internazionale per un kg d’oro registrato il 02 dicembre 2013 era di 30.221 dollari. Il 18 dicembre si registra una improvvisa caduta del 5%. Il trend negativo subirà un’ulteriore diminuzione del 5,8% il 20 dicembre. A fine mese il prezzo dell’oro sarà diminuito del 6,2% attestandosi a 28.345 dollari al chilo. Il considerevole crollo del prezzo internazionale coincide con le date delle operazioni ‘clandestine’ della vendita dell’oro saccheggiato nel Congo dal M23. Causa l’emissione in pochi giorni di 2 tonnellate di oro sul mercato internazionale il prezzo registrato il 02 dicembre 2013 sarà ripristinato solo il 26 febbraio 2014 quando un kg di oro verrà quotato 30.230 dollari.

Come un quantitativo così significativo di oro possa essere stato immesso sul mercato a Dubai da un Paese notoriamente coinvolto con l’instabilità del Congo, sfuggendo a tutti i controlli internazionali, rimane un mistero che fa intravvedere le complicità internazionali, e alimenta il sospetto di un coinvolgimento dell’alta finanza. Fattore determinante per rendere  possibile la vendita di una quantità simile di oro non certificato nonostante le restrizioni imposte dalla legge americana contro i minerali di guerra: la Dodd-Frank Act e della simile legge recentemente varata dal parlamento europeo. Il rimanente tesoro (altre 2 tonnellate di oro) custodite in varie località sicure protette dall’Esercito ugandese, è, allo stato attuale, invendibile. Le Nazioni Unite, in collaborazione con gli Stati Uniti, Unione Europea e i maggior istituti finanziari internazionali, sta attuando un severo monitoraggio di tutte le transazioni di oro della regione dei Grandi Laghi per intercettare il bottino di guerra del M23.

Questa unione di intenti internazionale ha costretto persino il Governo ugandese, principale autore del saccheggio, ad applicare scrupolosamente le attività di monitoraggio degli acquisti di oro. Una situazione paradossale e obbligata di un Paese che ha organizzato il saccheggio e nasconde il bottino nel suo territorio.
La aziende occidentali e asiatiche legalmente operanti nel mercato d’oro in Uganda si son ben guardate di comprare anche solo  parte di questo bottino, in quanto una tale operazione sarebbe facilmente rintracciata dai meccanismi di controllo ed equivalerebbe all’accusa di crimine internazionale per finanziamento di ribellioni e gruppi armati. La totale adesione all’embargo dell’oro del M23, attuata dalla aziende straniere operanti legalmente nel settore dei metalli preziosi nella regione di Grandi Laghi  -Burundi, Kenya, Rwanda, Tanzania e Uganda-, ha costretto i dirigenti del M23 e i loro soci all’interno dell’Esercito e Governo ugandese a tentare altre vie indirette.

La prima via è stata quella di attuare la vendita delle 2 tonnellate ancora custodite in zone militarmente protette all’interno dell’Uganda, attraverso il canale parallelo collegato alla mafia internazionale. Tentativo evidentemente non ancora andato in porto, in quanto nessuna fluttuazione del prezzo internazionale dell’oro di un certo rilievo è stata registra presso il LMBA di Londra dopo il ‘colpo grosso’ del dicembre 2013. Il tentativo di utilizzare il mercato nero avrebbe coinvolto anche circuiti finanziari ed imprenditoriali italiani.

Nel marzo 2014, sulla variopinta arena degli investitori internazionali in Uganda, che raggruppa un esercito composto da seri e responsabili investitori stranieri ma anche da avventurieri stile Far West americano, contrabbandieri, trafficanti di armi e di esseri umani e mafie internazionali,  compare un giovane connazionale con ingenti capitali a disposizione per l’acquisto di oro. Secondo le affermazioni imprudentemente fatte dallo stesso giovane italiano (sui 31 anni) durante avvenimenti mondani, i finanziamenti erano stati messi a disposizione di due noti imprenditori italiani di Roma di origine ebraica con stretti agganci con i poteri forti dell’Italia.  

Contando sull’appoggio di un noto individuo di cittadinanza italiana ed ex funzionario pubblico da vent’anni resiedente in Uganda, il ‘brokeritaliano avrebbe tentato di istallare un laboratorio per la verifica dell’autenticità dell’oro e una piccola raffineria presso una abitazione privata presa in affitto nel quartiere residenziale di Mwenga, dovo è ubicato il famoso e storico ristorante italiano, Caffé Roma.
Nessuna registrazione della ditta, nemmeno su mentite spoglie, è stata fatta da parte di questo ‘broker’ e dei suoi presunti finanziatori ebrei romani. Il loro emissario era in possesso di un semplice visto turistico con validità di tre mesi. I finanziamenti, circa 800.000 euro depositati su un conto valuta estera con possibilità di finanziamenti fino a 2 milioni di euro al mese, erano custoditi presso il famoso istituto finanziario egiziano in Uganda, International Cairo Bank. Noto istituto coinvolto in vari scandali finanziari nazionali, sospettato di riciclaggio di denaro proveniente dal mercato illecito dei minerali dal Congo e per aver ‘salvato’ il 14% dei depositi e beni appartenenti alla Famiglia Mubarak, al momento della caduta del regime durante la primavera egiziana.

A seguito dell’alquanto insolito comportamento del giovane broker italiano,  le attività clandestine di questa coppia improvvisata e al quanto folclorista di moderni cercatori d’oro italiani, hanno attirato l’attenzione di un giornalista keniota che ha intrapreso una finta trattativa spacciandosi per venditore di oro congolese. Secondo quanto riportato dal giornalista, nei due incontri avvenuti presso l’Hotel Sheraton a Kampala, il giovane italiano, assistito sempre dal connazionale risiedente a Kampala, avrebbe chiarito la piena disponibilità a comprare oro senza certificazione di origine, situazione ideale per piazzare l’oro del M23. Il giovane sostenne, secondo quanto riporta il giornalista, di non avere problemi per il trasporto in quanto già in possesso di finte autorizzazioni rilasciate dal governo ugandese e di una pista d’atterraggio preferenziale presso l’aeroporto di Ciampino, lontano da occhi indiscreti e controlli inattesi.

L’indagine giornalistica non è stata completata causa l’improvvisa chiusura delle attività e il ritorno del giovane broker in Italia. Secondo le informazioni disponibili, ma non confermate, gli ipotetici investitori ebraici della Roma che conta, avrebbero deciso di sospendere l’operazione causa il comportamento stravagante e completamente naif del loro uomo in Uganda. Secondo testimonianze raccolte anche presso note prostitute ugandesi di alto bordo, il giovane broker non avrebbe fatto mistero della sua missione e della metodologia da applicare, rendendosi ben presto un personaggio noto presso gli ambienti mondani di Kampala: Big Mike, The Babbles e il Cayenne, prestigioso ristorante discoteca gestito da un italiano per conto di una cordata di investitori ugandesi di origine indiana.
In meno di due mesi, le attività illecite del giovane broker erano diventate di dominio pubblico a Kampala, rendendo evidentemente impossibile attuare operazioni che necessitano di un adeguato clima di ‘discrezione e segretezza’, da qui la decisione dei finanziatori di richiamare in patria il loro rappresentante.

Noi non possiamo confermare quanto sostenuto dal Collega keniota, il quale sostiene di avere documentazione sufficiente per comprovare i risultati dell’inchiesta. Personalmente, posso confermare l’esistenza di questo personaggio italiano affiancato da un connazionaletuttofareche raccontava in giro una storia simile a quella proposta dal Collega. Che poi sia frutto di una mente malata rifugiatesi in Africa o la realtà … Un dato che abbiamo potuto verificare noi di ‘L’Indro‘ e confermare è che il giovane broker e il connazionale ‘tuttofare’ non sono attualmente presenti in Uganda. Il primo per ragioni d’affari e il secondo per una vacanza di due mesi…

La seconda via tentata per riciclare l’oro del M23 consiste nel tentativo di venderlo facendolo passare come oro proveniente dal Sud Sudan, attraverso la complicità di vari generali dell’Esercito sud sudanese (SPLA) ancora fedeli al Presidente Salva Kiir. Dal maggio scorso le ditte legali di acquisto metalli preziosi stanno ricevendo offerte provenienti da generali sud sudanesi relative alla vendita di oro in lotti da 150, 200 kg al mese. Il piano prevederebbe di frazionare la vendita delle 2 tonnellate di oro del M23 gelosamente protetto e custodito dal Governo ugandese tramite presta nomi (i generali del SPLA) e una serie di transazioni commerciali per un massimo di 200 kg mensili con l’obiettivo di esaurire lo stock in dieci mesi. L’operazione di riciclaggio dell’origine di questo oro sembra trovare serie difficoltà causa la reticenza delle ditte legali ad attuare gli acquisti di oro proveniente dal Sud Sudan che non siano accompagnati da chiari certificati di origine secondo le rigorose normative delle Nazioni Unite.

L’oro del M23 che attualmente è custodito nei nascondigli in Uganda e bloccato dalle difficoltà di vendita, servirebbe per risolvere tre necessità. La prima quella di finanziare il riarmo del gruppo ribelle congolese M23 per una sua eventuale e futura riattivazione nel tormentato scenario congolese. La seconda quella di assicurare ingenti profitti ai generali del UPDF coinvolti nell’operazione. La terza di risolvere il deficit del governo ugandese nel finanziamento delle guerre -guerre per procura, guerre segrete  e missioni di ‘pace’ in Somalia, Repubblica Centroafricana e Sud Sudan- combattute sulle aree che rientrano nel progetto di dominio imperialistico dell’Uganda sulla zona Sub Sahariana del continente.

Secondo i risultati delle indagini giornalistiche condotte di cui questo articolo rappresenta solo una anticipazione volutamente non dettagliata, nessuna ditta occidentale del mercato aurifero che opera legalmente nella regione è implicata nell’acquisto dell’oro del M23, destinato a languire ancora per molto tempo nelle località segrete in Uganda.
Dopo l’interruzione dell’autocensura decisa dal settimanale ‘The East African‘, i giornalisti africani in possesso delle  prove stanno valutando tempistica e modalità della pubblicazione di tali prove, destinate a creare uno tsunami all’interno del mondo finanziario internazionale.

 

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