martedì, Aprile 7

L’oro del M23: saccheggio del Congo e convivenze internazionali field_506ffb1d3dbe2

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Bosco Ntaganda


Goma
– L’oro del M23 saccheggiato in Congo e protetto in Uganda in attesa di essere venduto, proviene dalla miniere di  Matili, est del Congo, poste sotto la giurisdizione del Generale Sultani Makenga nel 2009. A seguito degli accordi di pace del 23 marzo 2009 tra il Governo di Kinshasa e la ribellione Banyarwanda Congresso Nazionale in Difesa del Popolo (CNDP) guidata dal Generale Laurent Nkunda, il Presidente Joseph Kabila, integró Makenga all’interno dell’Esercito regolare (FARDC) con il grado di Colonnello, affidandogli la protezione territoriale del Nord Kivu, il compito di debellare i vari gruppi ribelli presenti all’est del Congo, e la difesa delle mine di Matili, che in pratica significa l’affidamento della gestione diretta. Makenga, a sua volta, affidò il compito ad un suo uomo di fiducia: il Colonnello Claude Macho detentore di ottimi rapporti con lo Stato Maggiore dell’esercito congolese.

«La priorità del Presidente Kabila era di porre fine alla ribellione del CNDP che stava seriamente compromettendo la tenuta del potere. Il CNDP aveva le capacità militari di conquistare l’intero Paese in pochi mesi. Il Governo fu salvato grazie a dei compromessi internazionali che prevedevano da parte congolese il congelamento delle facilitazioni offerte alla Cina per la penetrazione del mercato congolese ai danni delle multinazionali occidentali in cambio della pace con il CNDP e, la fine dell’appoggio di Gran Bretagna, Rwanda e Stati Uniti alla ribellione in cambio del controllo sul mercato dei minerali congolesi, compreso anche quello illecito», rivela un ufficiale dei servizi segreti congolesi al settimanale ‘The East African‘.

È in questa fase di passaggio tra le due ribellioni Banyarwanda, CNDP e M23, che Makenga e Bosco Ntaganda, entrano in possesso di importanti giacimenti, il primo della miniera d’oro di Matili e delle miniere di casserite a Nkunwa, Nyambembe e Lukoma, il secondo di importanti miniere d’oro e coltan nelle zone di Rutshuru e Ituri. Le informazioni riportate dall’ufficiale dei servizi segreti congolesi coincidono con quelle contenute all’interno del rapporto ONU del 2010 relativo al traffico illegale dei minerali congolesi e quelle relative alla  approfondita indagine del giornalista italiano Matteo Zola, pubblicata nel luglio 2012 sul mensile ‘Narcomafie‘.

Le concessioni minerarie offerte agli ex guerriglieri congolesi permisero di rafforzare le operazioni illecite sui minerali all’est del Congo e di creare una alleanza economica tra questi ex signori della guerra riabilitati e la Famiglia Kabila attraverso intermediari e presta nomi dell’Esercito congolese FARDC in cambio di un supporto militare agli eserciti ‘personali’ di Makenga e Ntaganda, prima della nascita del M23.
Secondo informazioni direttamente offerte dallo stesso generale Makenga durante una intervista al ‘The East African‘ pubblicata nel 2012, la FARDC, dal gennaio 2010 al gennaio 2011, avrebbe rifornito di moderne armi e munizioni le divisioni sotto il comando dei generali Banyarwanda all’est del Paese. Rifornimenti inerenti agli accordi commerciali tra il CNDP e la Famiglia Kabila. «Quando il Governo di Kinshasa comprava armi moderne, parti di esse finivano direttamente in dotazione ai miei reparti grazie agli accordi stipulati e ai contatti all’interno dello Stato Maggiore della FARDC. L’Esercito congolese è tra le forze armate piú corrotte, inefficienti e deboli al mondo», rivelò Makenga durante l’intervista rilasciata al settimanale africano.

Con il controllo di queste importanti miniere e ai rifornimenti di armi del Governo di Kinshasa, l’ala militare del CNDP presto si trasformò in un esercito all’interno dell’Esercito, con il compito di garantire gli immensi interessi detenuti dal network internazionale gravitante sui minerali del Congo di cui i principali attori sono: il Governo congolese, Angola, Burundi, Kenya, Rwanda, Uganda, multinazionali occidentali, cinesi, indiane, iraniane, israeliane, russe. Il tutto coperto da una inspiegabile assenza di volontá da parte della missione di pace ONU in Congo, MONUSCO, di distruggere i vari gruppi ribelli presenti al nord del Paese e direttamente coinvolti nel traffico dei minerali. È ormai di pubblico dominio che la MONUSCO conosce nei dettagli il network, le modalità di compra vendita dei minerali, l’ubicazione delle mine illegali e i posti fisici di contrabbando, senza però passare all’azione.

L’affidamento di parte delle miniere clandestine al CNDP garantì tra il 2009 e il 2012 ottimi affari che superarono di importanza quelli dell’altro traffico illegale gestito tra la Famiglia Kabila, il gruppo terroristico FDLR e alcune multinazionali franco-belghe, sempre all’est del Congo. Famosa è la truffa organizzata dal Generale Bosco Ntaganda e il fratello minore del Presidente congolese, Zoe Kabila, ai danni di investitori nigeriani e texani.

La gestione dei minerali fu una delle cause della ribellione del M23 nel aprile 2012. Una ribellione basata sull’esigenza di lottare contro la storica discriminazione delle etnie congolesi di origine ruandese, Banyarwanda e Banyamulenge, ma originata da pesanti  divergenze tra Makenga, Ntaganda e la Famiglia Kabila sulla quota dei profitti derivanti da questo traffico illecito.
Nel novembre 2011, il Presidente Kabila, interrompe la protezione politica offerta ai suoi soci all’est, Makenga e Ntaganda, accettando improvvisamente la richiesta inoltrata dalle Nazioni Unite agli inizi del 2010 di arrestare e processare i due ex signori della guerra per i crimini commessi durante il periodo 2002 – 2008 corrispondente alla seconda guerra panafricana e alla ribellione del CNDP. Richiesta fino all’ora ignorata dallo stesso Kabila.
Altri due i motivi della fine dell’associazione a delinquere tra Kabila, Makenga e Ntaganda.  Il primo risiede nelle pressioni ricevute da Parigi per favorire il canale illegale gestito dai terroristi ruandesi delle FDLR e dalle multinazionali franco-belghe. La seconda riguarda le informazioni di contro spionaggio del Governo congolese che rivelarono una serie di contatti tra alti esponenti dello Stato Maggiore dell’Esercito congolese, ambienti diplomatici americani e britannici, Makenga e Ntaganda, con l’obiettivo di assicurare un appoggio (mai concretizzato) alla ribellione del M23, incaricata di rovesciare il regime di Kabila.

Prima di questa ribellione, attuata tra il marzo e l’aprile 2012, il network malavitoso ha prosperato per quasi quattro anni, generando enormi profitti a depredamento della popolazione congolese grazie la fallimento delle Nazioni Unite nell’attivare un ente di controllo indipendente per monitorare la corretta applicazione degli accordi di pace. Il prezzo pagato dalla popolazione è drammatico: 24% di aumento della povertà estrema, 32% di aumento della mortalità dovuta dalla mancanza di cure mediche, arresto totale delle attività agricole nelle zone minerarie controllate dalla divisioni FARDC sotto il comando di Makenga e Ntaganda, trasformando il Nord Kivu da principale produttore di beni alimentari a livello regionale a principale importatore di alimentari provenienti da Kenya, Rwanda e Uganda. Nello stesso periodo, non un solo ospedale è stato riattivato, non una scuola costruita o una strada asfaltata, fatta eccezione per qualche opera edile di pessima qualità realizzata a beneficio del secondo business dell’area -dopo il traffico illegale di minerali in Congo-, quello degli aiuti umanitari.

La rottura della relazione d’affari tra Kabila, Makenga e Ntaganda, che portò alla nuova guerra all’est, fu preceduta da una guerra interna al CNDP che fu il preludio dello scontro all’interno del M23 tra le forze fedeli a Makenga e quelle fedeli a Ntaganda, avvenuto nel marzo 2013.
Tra il giugno 2011 e il febbraio 2012 (un mese prima della formazione del M23 e lo scoppio del conflitto) si registrò una catena di omicidi presso alti ufficiali congolesi di origine tutsi, tutti collegati nel traffico dei minerali. L’ondata di omicidi fu inaugurata dall’assassinio di Denis Ntare Semadwinga rispettato leader della comunità tutsi in Congo presso la sua abitazione a Gisenyi, Rwanda. Semadwinga fu assassinato in quanto si supponeva fosse in possesso di prove schiaccianti del network malavitoso creato. Il mandante fu Bosco Ntaganda, attualmente sotto processo presso la Corte Penale Internazionale all’Aia.
A questo omicidio seguì quello del Colonnello Antoine Balibuno, incaricato di gestire gli affari del traffico dei minerali per conto di Makenga. Anche in questa occasione il mandante fu Ntaganda. Altri due ufficiali di alto rango appartenenti alla fazione del CNDP di Ntaganda, furono assassinati dalla fazione opposta di Makenga. Questa serie di omicidi fu originata dal tentativo dei due ex signori della guerra di conquistare il monopolio del traffico che avrebbe favorito i rispettivi padrini: Uganda (legata a Makenga) e Rwanda (legata a Ntaganda).

Secondo indagini giornalistiche, un’altra causa di questi omicidi fu il tentativo (pienamente riuscito) di bloccare la distruzione del gruppo terroristico ruandese FLDR, attraverso l’operazione Amami Leo, affidata al Colonnello Sultani Makenga con la collaborazione del Governo di Kinshasa e dell’Esercito ruandese. Il boicottaggio che fece fallire l’operazione militare a scapito di sicurezza e pace delle popolazioni frontaliere congolesi e ruandesi, fu generato da interessi commerciali comuni tra il Presidente Kabila e Bosco Ntaganda. Interessi infranti dalla successiva decisione presidenziale di arrestare Ntaganda, eliminando così la possibilità delle potenze anglofone di controllare il traffico illecito dei minerali congolesi a favore delle potenze francofone.
L’avvicinamento di Ntaganda ai nemici storici del Rwanda, ideatori del genocidio del 1994, fu l’origine del progressivo abbandono del supporto ruandese alla fazione Ntaganda all’interno del M23, attuato nel febbraio 2013 che portò all’arresto del noto criminale di guerra avvenuto a Kigali, nel marzo 2013 dopo la sua fuga dall’est del Congo a seguito della spaventosa sconfitta inferta dalle truppe M23 fedeli a Makenga durante la lotta intestina al movimento ribelle Banyarwanda.

Le autorità congolesi e le Nazioni Unite non attivarono mai serie indagini su questa ondata di omicidi. Scelta politica che sottolinea quanto il traffico internazionale dei minerali congolesi sia talmente potente e radicato da fermare tutte le iniziative giuridiche ed investigative internazionali e ponendo una seria minaccia per l’incolumità personale dei vari giornalisti investigativi sia africani che internazionali. Fino ad ora la maggioranza di questi giornalisti si sono limitati a denunce generiche della situazione, evitando nomi e dettagli, pur avendo a disposizione prove e copia della documentazione originale.

L’oro del M23 è la punta dell’iceberg del inaudito saccheggio compiuto da questo movimento ribelle durante i 20 mesi della ribellione.
Dei 57 milioni di dollari che compongono la valutazione del bottino di guerra del M23, 25 milioni provengono dal traffico illegale di carbone e legname pregiato ai danni del delicatissimo ecosistema del Parco Nazionale di Virunga   -creando un danno ecologico permanente: la perdita definitiva del 18% del patrimonio forestale del parco che ospita rare specie di primati, uccelli ed erbivori tra i quali i gorilla di montagna e il Okapi, un ibrido tra giraffa e zebra esistente solo nel parco e nelle zone di montagna tra il Ituri e Rutshuru-, 13,5 milioni dal saccheggio dell’oro, 4,8 milioni dalle tasse applicate nei territori occupati dalla ribellione  -tasse regolarmente pagate anche dalle multinazionali occidentali quale la Heineken (la birra che finanzia le guerre). I restanti 13,7 milioni sarebbero stati originati dalla vendita illegale di metalli rari quali la casserite e il coltan, estremamente ricercati dall’industria IT per la produzione di computer e telefonini portatili. Contrariamente ai luoghi comuni che imputano al Rwanda il primo ruolo di supporto al M23, è Kampala e non Kigali che ha beneficiato della maggioranza del bottino di guerra della ribellione congolese Banyarwanda.

Se il traffico illecito di minerali può essere assicurato con discrezione, passando inosservato, grazie all’alto valore che il mercato internazionale attribuisce ad un kg di questi metalli preziosi, quello del carbone e del legname pregiato (caratterizzato da un problema volumetrico che rendere obbligatorio l’utilizzo di camion a rimorchio per il trasporto) evidenzia la complicità internazionale compresa quella delle autorità congolesi e del Comando Militare della missione di pace MONUSCO. Come è possibile che convogli giornalieri di camion articolati trasportanti tonnellate di carbone e legname pregiato possano transitare sui principali tratti stradali del Nord Kivu che collegano la zona di produzione (il parco di Virunga) con Goma, Rwanda e Uganda, senza essere notati da nessuna entità di controllo, compresi i caschi blu o dalle rispettive autorità di dogana dei tre Paesi? Una domanda a cui fino ad ora nessuno ha potuto rispondere.

 

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