lunedì, Ottobre 26

L’Opec (e i sauditi in particolare) sotto scacco dei fracker Usa

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Si registra ormai da tempo un grande attivismo attorno al mercato del petrolio, specialmente da parte dell’Opec, impegnata nel tentativo di rialzare il prezzo del greggio attraverso una serie di tagli di produzione il cui effetto naturale rischia però di essere vanificato dalla straordinaria caparbietà dei fracker statunitensi, la cui inaspettata resilienza è fortemente suscettibile di determinare una nuova caduta della quotazione del greggio. Contrariamente alle stime della stessa Organizzazione che riunisce al suo interno buona parte dei Paesi produttori di petrolio, secondo le quali l’output di petrolio non convenzionale statunitense sarebbe dovuto declinare di oltre 160.000 barili al giorno nell’arco del 2017, i produttori Usa sono riusciti a estrarre greggio in quantità del tutto inaspettate, al punto da indurre l’Opec a rivedere radicalmente le aspettative a non meno di 600.000 barili al giorno di produzione aggiuntiva.

Ma la cifra potrebbe essere ulteriormente corretta al rialzo nel corso dell’anno corrente. Così, dopo un periodo assai difficile, «gli americani dello shale oil […]», riportaIl Sole 24 Ore‘, «il miracolo l’hanno fatto a colpi di efficienza, tecnologia e taglio dei costi. Nel settore, che col petrolio a 100 dollari riusciva a sopravvivere solo gonfiando a dismisura i debiti, oggi diverse compagnie esibiscono una crescita dei profitti a doppia cifra percentuale e qualcuna è addirittura vicina a coprire spese e dividendi con i flussi di cassa». Tale stupefacente ripresa è stata resa possibile dalla decisione presa dall’Opec nella riunione del novembre 2016, in occasione della quale l’Organizzazione ed alcuni grandi produttori esterni avevano decretato di comune accordo tagli alla produzione per far risalire la quotazione del greggio, così da permettere a ciascuno dei Paesi membri di raggiungere la soglia minima di remunerazione (breakeven); per il Kuwait, l’Iraq e l’Iran, tale soglia corrisponde a una quota compresa tra i 49 e i 55 dollari al barile, mentre per l’Arabia Saudita si parla di livelli molto più alti.

Quest’ultima si ritrovava a subire i pesantissimi contraccolpi della strategia dell’oil crash portata avanti a partire dal 2014 di comune accordo con gli Stati Uniti; per Riad si trattava di sbattere fuori dal mercato i fracker statunitensi privandoli di qualsiasi margine di guadagno e di assestare un duro colpo a un nemico fortemente dipendente dalle esportazioni petrolifere come l’Iran, mentre Washington puntava a ridurre pesantemente le entrate di un avversario geopolitico come la Russia, che pochi mesi prima aveva risposto al putsch di Kiev inglobando la Crimea. Il problema è che sia l’Iran che la Russia hanno saputo destreggiarsi in maniera piuttosto abile e disinvolta anche con il petrolio a quotazioni bassissime, ed anche i fracker statunitensi hanno tenuto duro, contando sull’appoggio delle banche per continuare ad estrarre anche in condizioni del tutto svantaggiose dal punto di vista economico.

L’Arabia Saudita, la cui economia dipende tra l’80 e il 90% dalla rendita petrolifera, ha invece finito per subire gli effetti più nefasti. La drastica contrazione delle entrate ha infatti reso sempre più insostenibili le spese folli della numerosissima famiglia reale e i costi crescenti della sciagurata aggressione allo Yemen, che sta tuttora assorbendo un vero e proprio fiume di denaro. Nell’agosto 2014, le riserve valutarie a disposizione di Riad ammontavano a 747 miliardi di dollari (cifra record), ma la crescita esponenziale delle uscite ha cominciato ad eroderle al ritmo di non meno di 12 miliardi al mese. Secondo un’accurata analisi realizzata dal Fondo Monetario Internazionale, la tendenza riduzione delle riserve valutarie saudite è andata consolidandosi al punto di divenire strutturale. Ragion per cui i sauditi hanno cominciato a tentare disperatamente di rialzare il prezzo del petrolio.

Ma non è tutto. Come spiega il giornalista Fulvio Scaglione: «la pacchia è davvero finita, anche per l’Arabia Saudita […].Un taglio ai sussidi, una sforbiciata ai salari degli impiegati pubblici, nel 2015 la decisione (senza precedenti nella storia del regno) di prendere a prestito quasi 16 miliardi di dollari sul mercato finanziario internazionale […]. Qualcosa, anzi molto non ha funzionato. Tanto che nelle ultime settimane Mohammed Jadaan, ministro saudita delle Finanze, ha dovuto smentire un voce che si stava facendo ricorrente e ipotizzava l’incredibile: ovvero, l’introduzione nel regno di una tassa sul reddito sia per i sauditi sia per gli stranieri che nel regno lavorano. A tanto non si è arrivati, ma sono state prese misure che, per le abitudini saudite, sono quasi draconiane. I prezzi al consumo di acqua, gas, energia elettrica e carburanti smetteranno di essere sussidiati e il prezzo sarà periodicamente aggiornato in base all’andamento dei mercati internazionali, con un secco incremento dei costi per i cittadini. I quali, peraltro, dovranno anche affrontare un ulteriore aumento delle tasse municipali. Dopo aver già reso più salato il costo dei visti per i turisti e i viaggiatori d’affari, il governo si appresta a varare una tassa sugli stranieri che lavorano in Arabia Saudita e sui loro dipendenti, con l’unica esclusione delle lavoratrici e dei lavoratori domestici. Tassa progressiva, che arriverà a 213 dollari al mese per persona entro il 2020. A partire dalla seconda metà di quest’anno verrà imposta un’accisa del 100 per cento sui tabacchi e del 30 per cento sulle bibite zuccherate. E dal 2018, in Arabia Saudita, come negli altri Paesi che partecipano al Consiglio di Cooperazione del Golfo Persico (Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Oman e Qatar), sarà introdotta una specie di Iva, una tassa sulle transazioni commerciali».

Pur rispondendo quindi a ragioni di mera sopravvivenza, l’introduzione dei tagli alla produzione ha tuttavia rimesso in carreggiata i produttori statunitensi, i quali, incoraggiati dal rialzo dei prezzi del 20% circa, hanno immediatamente riattivato gli impianti di estrazione – a partire dai primi rialzi risalenti all’agosto 2016 per arrivare al maggio 2017, il numero di impianti in funzione è passato da circa 250 a oltre 700 – riportando la produzione Usa a livelli stratosferici. La ripresa dell’industria del petrolio non convenzionale Usa sembra pertanto destinata a rafforzarsi alla luce dell’esito del vertice di Vienna tenutosi lo scorso 25 maggio, in occasione del quale l’Opec ha deciso, di comune accordo con la Russia, il Turkmenistan ed altri grandi produttori esterni, di prorogare i tagli alla produzione per altri nove mesi nel tentativo di provocare un ulteriore rialzo del prezzo del petrolio, che in questi giorni sta conoscendo una vera e propria impennata a casa della rottura dei rapporti con il Qatar attuata da Arabia Saudita, Bahrain, Egitto ed Emirati Arabi Uniti dietro il pungolo di Riad. Una mossa che potrebbe essere dettata anche dall’esigenza di spingere verso l’alto il prezzo del petrolio, e non solo dalle manovre ambigue di Doha nei confronti dell’Iran. Un’eventuale invasione del piccolo Emirato guidato dalla famiglia al-Thani da parte delle truppe saudite – pronosticata da diversi addetti ai lavori – permetterebbe infatti a Riad di eliminare dal mercato petrolifero uno dei più ricchi e insidiosi concorrenti, e di provocare allo stesso tempo un brusco rialzo del prezzo del petrolio rimpinguando i forzieri sauditi.

Con ogni probabilità, ciò non si rivelerebbe comunque utile a marginalizzare il ruolo dei produttori statunitensi di idrocarburi non convenzionali, ormai certi di aver conquistato il proprio ‘posto al sole’.

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