venerdì, Aprile 26

L'ONU nel XXI secolo: così necessaria, così fragile field_506ffbaa4a8d4

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Le prossime elezioni del segretario generale delle Nazioni Unite hanno riportato l’organizzazione intergovernativa più importante del mondo ai primi posti nelle discussioni in materia di relazioni internazionali, organismi sovrastatali e nuovi attori mondiali. Si tratta senza dubbio di un evento importante, non soltanto perché è l’elezione del titolare dell’ente intergovernativo più grande del globo, ma anche perché l’ente in questione è quello più strettamente legato al proposito più lodevole della comunità internazionale: il mantenimento della pace e della sicurezza internazionali, così come recita la stessa Carta delle Nazioni Unite. A meno che non sia un Paese che ha scelto il totale isolamento come tecnica di sopravvivenza e autoaiuto, nessuno Stato può contestare o ignorare, per dirla con Oran Young, l’imprescindibilità dell’ONU come ordinamento della comunità degli Stati, senza il quale non sarebbe possibile la vita internazionale sul pianeta.

Gli esperti sono soliti utilizzare l’immagine di una città senza semafori per spiegare come sarebbe un mondo senza questa dimensione politica, giuridica e di sicurezza che garantisce un ordine internazionale scongiurando il caos. Un ordine internazionale implica ovviamente l’esistenza di meccanismi che regolino le relazioni tra Stati e gestiscano soluzioni e orientamenti sulle questioni che riguardano le popolazioni, le quali sono, insieme agli Stati, i grandi attori della politica mondiale. Tutto ciò è consentito da quello che viene detto ‘il sistema ONU’, ossia la costellazione di enti e organismi autonomi, ciascuno con specializzazioni, programmi e risorse differenti, i quali fanno sì che le varie istanze – dalla salute pubblica al lavoro alla finanza, lo sviluppo, gli armamenti ecc. – possano essere  gestite sulla base di norme, accordi e impegni tra i vari Stati.

Parallelamente a questa attività o funzionamento, l’ONU affronta anche incombenze ritenute di routine nella politica internazionale, che rallentano (se non addirittura paralizzano) le sue possibilità di mantenere l’ordine internazionale e mondiale. Seguendo la categorizzazione del celebre politologo Hedley Bull, possiamo suddividerle in questioni tra Stati e questioni tra popolazioni.

Per quanto riguarda le questioni tra Stati, specie sono in gioco attori potenti, l’idea di Churchill secondo la quale nessun Paese forte permetterà mai che un’organizzazione internazionale prenda decisioni al suo posto si scontra innegabilmente con i fini ultimi dell’ONU. Basta seguire gli ultimi avvenimenti nelle tre principali aree geopolitiche del mondo – Asia-Pacifico, Medio Oriente  ed Europa centro-orientale – per vedere come in queste zone di tensione e frammentazione tra attori principali e attori minori la capacità delle organizzazione intergovernamentali di mediare affinché le parti in causa si orientino verso accordi che scongiurino eventuali derive belliche non sia soltanto ridotta: in conflitti tra Paesi potenti che ‘fanno ciò che devono’ , come teorizzava Tucidide differenziandoli da quelli che ‘accettano ciò che devono accettare’, le possibilità dell’ONU di avere una qualche influenza sono praticamente nulle.

Al di là di questi schieramenti rivali tra Paesi forti refrattari agli accordi intergovernativi, l’intervento di una coalizione di Stati di media importanza sotto la guida dell’ONU non significa necessariamente che detto intervento segua poi i parametri delle Nazioni Unite. Un esempio lampante è l’intervento in Libia del 2011; nonostante l’intenzione fosse quella di proteggere la popolazione (Risoluzione 1973), i Paesi membri della NATO hanno alterato questa finalità anteponendo ad essa i propri interessi, snaturando il principio della responsabilità di proteggere difeso e sostenuto dall’ONU.

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