venerdì, Settembre 18

Londra, Washington e i rischi di una ‘hard Brexit’ Le conseguenze delle nuove tensioni tra Gran Bretagna e UE

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Da qualche mese, le questioni connesse all’uscita della Gran Bretagna dall’UE (Brexit) sembravano essere passate sottotraccia, eclissate dalla più generale crisi di fiducia che ha colpito le istituzioni comuni. Recentemente, le cose sono cambiate. I problemi che le parti trovano nel trovare un accordo sui termini del divorzio hanno portato a una ripresa della tensione. Per Londra come per Bruxelles, la posta in gioco è notevole e investe, in larga misura, la loro credibilità. Gli Stati Uniti sono rimasti, sinora, alla finestra. Ciò, tuttavia, non significa che essi non seguano la vicenda con interesse. All’epoca della sua elezione, Donald Trump non ha nascosto un certo interesse per un rapporto ‘strutturato’ con la Gran Bretagna che aveva da poco votato l’uscita dall’UE. Poche settimane dopo, tuttavia, il primo incontro con Theresa May aveva raffreddato gli entusiasmi. Al di là di un generico richiamo alla tradizionale ‘relazione speciale’ anglo-americana, l’incontro si era, infatti, concluso senza particolari aperture da parte di Washington. E’ possibile che, oggi, invece, le nuove tensioni fra Londra e i quasi ex partner europei conducano, anche in questo campo, a qualche cambiamento?

I rapporti fra la Gran Bretagna, gli Stati Uniti e le istituzioni europee sono da sempre complessi. L’entrata di Londra nella Comunità Europea, nel 1973, era avvenuta dopo un lungo dibattito interno e in una fase di particolare difficoltà per il paese. Prima di allora, tuttavia, proprio il timore che Londra potesse costituire una sorta di ‘cavallo di Troia’ americano all’interno delle istituzioni comuni era stato un ostacolo importante sulla via dell’ammissione. Nel gennaio del 1963, il Presidente francese de Gaulle aveva posto un veto esplicito a tale possibilità giustificandolo, fra l’altro, proprio con il timore che il Regno Unito potesse rappresentare, a Bruxelles, una sorta di ‘cinghia di trasmissione’ degli interessi di Washington. Negli anni successivi, e nonostante il sincero europeismo di Edward Heath e dei suoi primi successori, le cose non sono mai davvero migliorate. Al contrario, con i primi anni Ottanta, dopo l’arrivo di Margaret Thatcher a Downing Street, si è assistito a un nuovo raffreddamento dei rapporti con l’Europa e a un rilancio del legame transatlantico, grazie anche alla convergenza di visione esistente fra il Primo Ministro e l’allora Presidente statunitense, Ronald Reagan.

Le vicende attuali s’inseriscono, quindi, in uno schema ‘pendolare’ già visto, nel quale l’avvicinamento all’Europa corrisponde, per Londra, a un allontanamento dagli USA e viceversa? Una lettura di questo tipo peccherebbe, forse, di eccessivo semplicismo. La ‘relazione speciale’ fra Gran Bretagna e Stati Uniti non ha mai significato l’appiattirsi delle posizioni della prima su quelle dei secondi, né, tantomeno, un sostegno certo di questi ultimi alle richieste del loro alleato. Se la crisi di Suez (1956) ha indubbiamente sancito il ruolo di ‘junior partner’ della Gran Bretagna all’interno di un’alleanza che da tempo aveva dimostrato il suo carattere ineguale, essa non ha annullato le sue ambizioni a svolgere un’azione autonoma in campo internazionale. In questa prospettiva, il legame con l’Europa è stato visto, in certi ambiti, come il contrappeso a una dipendenza troppo forte da Washington e, parallelamente, come una leva negoziale da usare nei rapporti con l’ingombrante alleato d’Oltreatlantico. E’ indubbio, infatti, che dagli anni Sessanta gran parte del valore della ‘relazione speciale’ sia dipeso, per gli USA, dal rapporto che Londra manteneva con l’Europa con le sue istituzioni.

Oggi, tuttavia, parecchie cose sono cambiate. Per la Casa Bianca, il ‘cavallo di Troia’ britannico è sempre meno importante, sia per la crescente distanza che separa le due sponde dell’Atlantico sia perché altri soggetti gli si sono affiancati, negli anni, in questo ruolo. Il sostegno di Trump a una ‘hard Brexit’ (per la quale si è speso affermando che soluzioni troppo ‘soft’ metterebbero a rischio la possibilità di un accordo commerciale con gli USA) è indicativo di questo stato di cose. D’altro canto, la posizione del premier britannico si presta male a prendere di soluzioni ‘estreme’, intrappolata com’è fra le richieste dei ‘falchi’ conservatori e quelle di un’UE dimostratasi, sinora, un negoziatore più agguerrito del previsto. Su questo sfondo, il rischio è che la crisi del Gabinetto May finisca per accentuare l’isolamento di Londra; isolamento che nemmeno un accordo con gli erratici Stati Uniti di Trump potrebbe davvero rompere. E’ una posizione pericolosa, che farebbe di Washington l’interlocutore privilegiato di una Gran Bretagna privata dal suo maggiore asset negoziale: la capacità di agire da ‘ponte’ fra i due mondi cui essa – seppure ambiguamente – appartiene.

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