venerdì, Dicembre 13

Londra offshore: la capitale britannica centro del riciclaggio internazionale Intervista a Ben Cowdock, Research leader di Transparency International UK, e Maurizio Carta, giornalista e corrispondente da Londra del The Post Internazionale

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Non solo le luci di Oxford Circus, le vetrate dei grattacieli della City, o le architetture delle case di Kensington and Chelsea. Londra è anche altro. Una lavatrice del riciclaggio mondiale dove investimenti miliardari di dubbia provenienza, si mescolano con capitali puliti. Una capitale, e uno dei centri finanziari più grandi del mondo, che nasconde, dietro le sue facciate, centinaia di migliaia di transazioni di denaro proveniente da tutte le parti del mondo. Denaro che viene poi investito, legalmente, nei più importanti settori finanziari. Quali? Principalmente il settore bancario, attraverso la creazione di società offshore nei territori a tassazione zero sotto il controllo legislativo britannico; e il mercato edilizio, uno dei più alti del mondo. Inoltre, in termini di sicurezza finanziaria, la Brexit giocherà un ruolo importante per il futuro di Londra, in quanto dovranno essere rinegoziati gli accordi bilaterali con l’obiettivo di non rendere vani gli strumenti di cooperazione giudiziaria.

Per dare un’idea dell’importanza della City nel contesto finanziario internazionale, basta leggere il rapporto di TheCityUK, l’organizzazione che monitora l’attività industriale e finanziaria nella città. Londra, e in generale il Regno Unito, rappresenta il terzo maggior centro bancario del mondo dove operano più banche straniere di qualsiasi altra capitale, circa 250. Dato, questo, che permette che il 17% dei prestiti bancari passi dal Regno Unito e che circa la metà delle attività bancarie europee venga condotta qui. In termini di servizi finanziari poi, l’isola britannica detiene il primato mondiale per esportazione; il suo surplus commerciale ha superato i 97 miliardi di sterline nel 2015, il doppio degli Stati Uniti. Londra, inoltre, vale il 10% del mercato assicurativo mondiale e controlla il 37% degli scambi globali di ForExchange (valute estere).

A rendere conveniente il sistema fiscale britannico, però, non è solo l’importanza economica della città, ma è soprattutto la facilità con le quali si possono registrare società e attività anche dall’estero. Il Regno Unito, infatti, è uno dei Paesi con una tassazione fiscale significativamente bassa, e dove la ‘corporate tax’ – l’imposta per le imprese – è la più bassa in Europa, pari al 19%. A questo, si aggiunge la perfetta legalità con la quale si possono registrare società dall’estero con fondi di provenienza non chiara e avere delle agevolazioni fiscali ancora maggiori. Se si è un ‘residente non domiciliato’ in Regno Unito, infatti, non si viene tassati sui redditi prodotti all’estero ma soltanto su quelli realizzati o importati in territorio britannico. In altre parole, aprire una società offshore in territori britannici a tassazione zero, nei cosiddetti ‘paradisi fiscali’, oltre ad essere perfettamente legale, permette all’interessato di non pagare le imposte sia nel paese d’origine, sia in territorio britannico. Inoltre, si può usufruire di un conto corrente legato a questo tipo di società senza che le autorità abbiano interesse a rintracciarlo.

La National Crime Agency ha più volte sottolineato come le attività di riciclaggio rappresentino un ‘serio rischio finanziario’ per l’economia britannica, che in termini di spesa statale costa 24 miliardi di sterline all’anno. Inoltre, queste attività sono per la maggior parte dovute alla creazione di società ad hoc dove confluiscono gli interessi delle organizzazioni criminali. In Gran Bretagna fondi e compagnie offshore possono essere create in meno di un’ora, e usate per nascondere l’identità del beneficiario del fondo. In questo modo, parti terze, agenti prestanome o associati vengono appunto ‘prestati’ per tenere ben nascosto sia l’origine del fondo, sia chi lo dovrebbe controllare. Nel report della Nra, si legge inoltre che ogni anno si stima vengano riciclati quasi 100 miliardi di euro, quasi il 5% del Prodotto Interno Lordo britannico, formato per l’80% da servizi finanziari (assicurazioni, fondi d’investimento e ForExchange). Si stima che dagli anni Settanta, siano transitati 133 miliardi di sterline provenienti da fondi illeciti ‘accertati’ nelle istituzioni londinesi.

 

I Distretti britannici

Registrare una società domiciliata nei paradisi fiscali sotto giurisdizione britannica è una delle vie preferenziali per il ‘lavaggio’ di denaro sporco. Sono 400 le società quotate nelle London Stock Exchange – la borsa londinese – che hanno domicilio in territori offshore; di queste, 129 sono nell’isola di Guernsey e 42 nelle Isole vergini britanniche. I distretti offshore si differenziano in due categorie, le tre Dipendenze della Corona (Jersey, Guernsey e l’Isola di Man) e i quattordici Territori d’Oltremare sotto giurisdizione britannica riconosciuti ufficialmente come ‘paradisi fiscali’ (per esempio: le Isole Falkland, Bermuda, Sant’Elena, le Isole vergini britanniche, le Isole Cayman e Gibilterra).

Da sempre, Londra utilizza questi territori come ‘retrobottega finanziari’ dove far affluire, al riparo dalle tassazioni, enormi capitali sotto forma di titoli, premi assicurativi e commissioni su operazioni finanziarie. Secondo uno studio governativo, l’ultimo commissionato dal Cancelliere dello Scacchiere – l’equivalente del Ministro per le Finanze – Londra invia flussi di denaro verso i paradisi fiscali da essa controllati per reinvestirli, con forti surplus, nelle banche britanniche. Nel 2009, anno in cui è stato riportato lo studio, i soldi prestati dalle banche britanniche alle entità bancarie e finanziarie domiciliate nelle nove giurisdizioni offshore erano pari a 413,8 miliardi di dollari; mentre i flussi che dai centri offshore erano confluiti verso la City ammontavano a 670,8 miliardi di dollari. L’afflusso netto di capitali dalla rete dei paradisi fiscali britannici verso la capitale è stato di 257 miliardi di dollari nel solo 2009.

Distinguere tra capitali illeciti e leciti all’interno di questi meccanismi finanziari fatti a scatole, è molte volte impossibile o comunque molto complesso. Gli ultimi scandali legati ai cosiddetti ‘Paradise Papers’ rivelano infatti la mescolanza di personalità che usufruiscono dei servizi in località offshore. Nelle precedenti amministrazioni di governo, le autorità britanniche hanno più volte sottolineato il problema e i rischi a cui tutto questo può portare. Nel 2013, il Governo Cameron aveva convocato a Londra i leader delle Dipendenze e dei Territori d’Oltremare, con l’obiettivo di stilare un programma di collaborazione per la lotta all’evasione fiscale. Tuttavia, alla richiesta di un registro degli azionisti per fare trasparenza sulle transazioni e sui movimenti delle società, non ci sono state riposte reali sul piano pratico, ma solo promesse di collaborazione.

Nel 2016, durante un summit contro la corruzione in Regno Unito, David Cameron ha annunciato l’apertura del registro delle società offshore che obbliga a riportare il vero nome dietro una società. L’ impegno è stato ripreso dall’attuale Governo guidato da Theresa May, ex Ministro degli Interni, ma si attende la messa in pratica dei provvedimenti.

 

Le proprietà immobiliari

Uno dei mercati più fiorenti della City è il settore edilizio, che garantisce la possibilità di investimenti sicuri e ad alto capitale. I prezzi per gli immobili infatti sono tra i più alti del mondo, e permettono dei fondi milionari per una singola proprietà, fatto, questo, che spinge molte organizzazioni criminali, e non, ad investire nel settore. Secondo una ricerca di Transparency Internazionational UK e Thomson Reuters, sono 44,022 le proprietà acquistate da 23,653 compagnie internazionali. Di queste società, il 91% sono registrate in paradisi fiscali sotto giurisdizione britannica, come le Isole Cayman o le Virgin. Il valore medio di una singola proprietà si aggira intorno ai 2 milioni di euro, con il valore più alto che supera gli 86 milioni. Più in generale, in tutto il Regno Unito sono più di 80 mila gli immobili con le stesse caratteristiche.

L’utilizzo di società offshore nel mercato non è sempre indicativo del riciclaggio di denaro”, ci spiega Ben Cowdock, Research Leader di Transparency International UK, “ma nella maggior parte dei casi i due fenomeni sono connessi e non ci stupiremmo se queste società venissero usate per mantenere la riservatezza sulla provenienza dei fondi. Molte di queste compagnie infatti sono registrate a Panama, alle Isole Vergini e in altri territori esenti da tassazioni, che rendono ancora più difficile risalire all’origine dei fondi, e a causa di questo non siamo riusciti a risalire all’origine di molte proprietà”. Sono 13 mila le società alle quali non è stato possibile attribuirne l’origine – circa il 54% del totale – e molte di esse, il 20%, hanno sede a Kensington and Chelsea, ad ovest di Londra, una delle zone più ricche della metropoli.

In generale, è nelle aree più rinomate che si concentrano gli immobili appartenenti a società internazionali. Nella City of Westminster e Camden, distretti che occupano una grande parte del centro urbano di Londra, convergono in totale il 36% di queste proprietà. Tuttavia, anche nelle aree meno urbanizzate e più lontane dal centro, il rischio di transazioni illecite è costantemente alto. Il prezzo medio di una casa nell’area metropolitana di Londra si aggira attorno ai 650 mila euro, una cifra attraente per chi possiede del denaro da ripulire. Inoltre, i continui cambiamenti urbanistici in zone tipicamente popolari – la cosiddetta ‘gentrificazione’ – non fanno altro che aumentare la possibilità di investimenti illeciti. “Il centro di Londra è sicuramente molto attrattivo, ma se si guardano i cambiamenti nelle aree meno ricche, se ne intuisce subito il potenziale” , afferma Ben Cowdock, “il valore economico degli immobili riconducibile ad entità offshore sale a 4.4 miliardi di sterline, solo a Londra il totale è di 4.2 miliardi e sono ben distribuiti in tutta la città”.

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