domenica, Agosto 25

Londra: ‘Gran Bretagna globale’ sogno tramontato La politica estera del regno al tappeto, dall’Iran agli USA passando per Russia e Cina i rapporti sono compromessi; le ultime crisi con Iran e USA lo certificano

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Mentre molti degli osservatori di Bruxelles cominciano suggerire che la Gran Bretagna si appresta uscire dalla UE senza accordo, Londra vive l’ennesimo incubo derivato da Brexit: trovare il suo posto nel mondo, con una politica estera che sta andando a pezzi.

L’apice della crisi della politica estera britannica è di queste ore, è il ‘caso Darroch’. Kim Darroch, ambasciatore britannico di lungo corso a Washington, costretto alle dimissioni dopo gli attacchi di Donald Trump (che su Twitter lo ha definito  ‘very stupid’ e ‘wacky’), a seguito della diffusione di memo critici sulla figura e l’operato di Trump a firma dello stesso ambasciatore. Dispacci che dovevano restare top secret -e ora si è alla ricerca della talpa.  Fatto gravissimo, senza precedenti, che mette in risalto la crisi del Foreign Office.
Gli attacchi di Trump a Darroch sono definiti da ‘The Guardian «atti consapevoli, interventi deliberati, progettati per indebolire un Paese che pensa a se stesso, ed è ancora spesso visto a Washington, come alleato speciale dell’America», «una volontaria affermazione del potere sulla Gran Bretagna». A convincere definitivamente  Darroch alle dimissioni sarebbe stato però Boris Johnson   -il probabile successore di Teresa May alla guida dei conservatori, immagine del successo della politica populista in Gran Bretagna-  che, nel corso di un dibattito televisivo, ha rifiutato di esprimere la sua fiducia all’ambasciatore, a poche ore dagli attacchi del Presidente americano. E qui si inserisce l’altro elemento che ha contribuito a mettere in crisi la politica estera inglese: il sovranismo insito nella Brexit e i Brexiters. I Brexiters modello  Boris Johnson minerebbero non solo le radici della politica estera britannica, ma anche politica transatlantica di Londra, con  Johnson da un lato e Trump dall’altra che appiccano fuoco al ‘ponte’ GB. «In un mondo del genere, la Gran Bretagna rischia di diventare il vassallo di uno Stato unilateralista capriccioso», conclude  ‘The Guardian’.
Nel momento in cui il Paese sta definendo il suo divorzio dalla UE, scopre di essere in crisi con il suo partner privilegiato al di là dell’oceano; insomma la Gran Bretagna è sola. Non bastasse: si profila una guida dei conservatori e del Governo (almeno fino al prossimo voto) in mano al più duro dei Brexiters, al sovranista-populista sempre più vicino a Trump, quel Boris Johnson del quale gli analisti più accreditati affermano ‘il suo curriculum al Foreign Office è stato disastroso’, ispira poca fiducia nei corridoi delle principali cancellerie non solo europee.

Da considerare che il ‘caso Darroch’ fa seguito a considerazioni devastanti di Trump nei riguardi di Teresa May che, a singhiozzo, si sono susseguite nel corso del tempo, e nel bel mezzo dello scontro tra Londra e Teheran nel contesto della guerra delle petroliere.
Lo scorso 4 luglio, al largo della Rocca di Gibilterra (territorio britannico d’oltremare), uomini della Royal Marine salgono bordo e dirottano la petroliera Grace 1, in viaggio verso la Siria, che si sospetta trasporti petrolio iraniano verso la raffineria di Baniyas. La raffineria è soggetta alle sanzioni dell’Ue contro il regime di Damasco. Oggi la petroliera è ancora sotto sequestro nell’enclave britannica.
Poche ore fa, la risposta da parte iraniana: barchini dei Pasdaran iraniani hanno tentato di sequestrare la petroliera britannica British Heritage, che usciva dal Golfo Persico e navigava verso lo stretto di Hormuz, ma sono stati bloccati dalla fregata britannica Hms Montrose della Royal Navy che le scortava. Il Governo di Londra si è detto ‘preoccupato’ per l’accaduto e ha ripetuto l’appello alle autorità iraniane perchè attuino ‘una de-escalation’ nella regione,  i Pasdaran hanno smentito di aver impedito il passaggio della petroliera. Il Presidente iraniano Hassan Rohani aveva avvertito che ci sarebbero stateconseguenze’ dopo il blocco della sua petroliera a Gibilterra da parte del Regno Unito su richiesta di Washington. Così gli inviti alla de-escalation di Londra valgono meno di zero. Un incidente che scredita definitivamente la Gran Bretagna agli occhi dell’Iran,  Gran Bretagna che è tra i Paesi firmatari dell’accordo sul nucleare iraniano e che nell’attuale crisi avrebbe ancora potuto giocare un ruolo di ponte tra Iran, UE e dall’altra parte USA. In queste ore l’Iran ha alzato i toni: «E’ un gioco pericoloso e ha conseguenze», ha tuonato il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, Abbas Mousavi, intimando alla Gran Bretagna di rilasciare immediatamente la petroliera bloccata a Gibilterra, sostenendo che «il rilascio della petroliera è nell’interesse di tutti i Paesi». «Abbiamo detto alle autorità britanniche che la loro mossa aumenterà le tensioni ed è in linea con le politiche ostili degli Stati Uniti», e ha i annunciato che l’Iran ha «affidato il caso a un avvocato che sta attualmente seguendo procedure legali e giudiziarie». Ieri sera polizia di Gibilterra aveva arrestato il capitano ed il primo ufficiale della Grace 1. Gli arresti possano essere stati decisi in ritorsione al tentativo dei Pasdaran di sequestrare ieri la petroliera britannica. «Il forte establishment dell’Iran presto schiaffeggerà in faccia la Gran Bretagna per aver osato sequestrare la petroliera iraniana», ha dichiarato l’ayatollah Kazem Seddiqi, che oggi ha guidato la preghiera del venerdì a Teheran.
La crisi Londra-Tehran rischia di essere molto grave per le relazioni del regno con qul pezzo di mondo che sarà tra i protagonisti dei nuovi equilibri geopolitici.

Il sistema globale di regole amministrate da istituzioni internazionali, afferma ‘The Wall Street Journal’, «su cui una volta potevano contare le potenze di medie dimensioni come la Gran Bretagna si sta erodendo», l’Amministrazione Trump privilegia il potere e ha debilitato le istituzioni internazionali. «La vulnerabilità del Regno Unito è enfatizzata dall’ambivalenza di Trump riguardo l’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico, il pilastro della strategia di difesa della Gran Bretagna».
Dal lato economico, l’accordo commerciale promesso da Trump a LondraUn grande accordo commerciale sarà possibile non appena il Regno Unito si sarà liberato dalle catene», ha dichiarato Trump nelle scorse settimane), apparso da subito problematico, potrebbe determinare ulteriore vassallaggio, obbligando Londra, che in questa trattativa non avrebbe certo la possibilità di alzare la voce più di tanto, ad accettare tutte le imposizioni americane.

La politica estera londinese dopo essersi alienata  i 27 Paesi UE, aver toccato il fondo con la Russia, aver fatto innervosire la Cina sul dossier Hong Kong, è in difficoltà anche con il resto dell’Asia.  Per quanto la cooperazione britannico-nipponica in termini politici e militari sia al momento buona e stabile, il Ministro degli Esteri giapponese, Taro Kono, nei giorni scorsi ha dichiarato che in caso di Brexit dura, ovvero l’uscita senza accordo dall’Unione europea, molte delle circa 1.000 società giapponesi con sede in Gran Bretagna, che impiegano 160.000 lavoratori britannici, potrebbero sentirsi obbligati a trasferire le loro operazioni in altre parti d’Europa. E’ appena il caso di ricordare che le aziende giapponesi producono circa la metà degli 800.000 veicoli prodotti annualmente in Gran Bretagna,  Honda ha già annunciato che chiuderà nel 2021 e Nissan ha, per intanto, in attesa di eventuali altre decisioni, cambiato i suoi piani di produzione.

Kono ha anche precisato che un futuro accordo commerciale bilaterale  Gran Bretagna – Giappone richiederà tempo, mesi e forse anni, e comunque molto di esso potrebbe dipendere da come si chiuderà la questione Brexit, se con o senza accordo. Accordo che comunque non potrà dare molto dal punto di vista di prestazioni economiche; le esportazioni britanniche verso il Giappone hanno rappresentato nel 2017 circa l’1,6% del suo commercio globale e il margine di espansione nel mercato giapponese non è definibile al momento, posto che i pochi possibili benefici derivanti da un accordo commerciale potrebbero essere annullati dalla perdita degli investimenti del Giappone in Gran Bretagna, che nel 2017 hanno valdo 152 miliardi di dollari, ovvero circa il 9,8% dell’intero portafoglio di IDE del Giappone.
Problemi economici che potrebbero fiaccare anche le relazioni politiche, in un momento in cui la diplomazia britannica è avvilita dalla crisi che sta vivendo e avvitata su se stessa e sulla Brexit, tanto da non avere la lucidità strategica per reimpostare il rapporto con il Giappone, tanto meno con gli altri partner asiatici.

Il Foreign Office si trova a combattere gli incendi sia a casa che nei rapporti con i Paesi che più ha bisogno di coltivare, sottolinea ‘The Economist’. 

I sogni diGran Bretagna globale’ dopo la ‘liberazione’ dai lacci UE, che l’avevano fatta sembrare molto dinamica in quasi tutto il globo, alla ricerca di nuovi accordi sia politici che commerciali, paiono molto lontani, la Gran Bretagna ora sembra al tappeto. Pochi sono disponibili a credere in una pronta ripresa.
Se, come al momento sembra, a guidare il regno sarà Boris Johnson, quasi certamente porterà avanti una politica commerciale indipendente, dunque spingerà per una Brexit no-deal, per poter perseguire accordi commerciali con qualsiasi Paese in totale indipendenza. Il che, in via teorica, potrebbe anche rifocillare il Paese sul piano internazionale, per quanto non sia affatto detto.  Johnson ha, in questo percorso di  ‘Gran Bretagna globale’, due ostacoli: la globalizzazione se non è morta si è quanto meno arrestata: quel che invece prospera è il sovranismo populista e, per eccellenza, ‘egoista’, che certo non è disponibile a spianare la strada ad accordi particolarmente convenienti per la controparte, peggio ancora se la controparte arriva al tavolo debole come al momento è Londra.

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