domenica, Agosto 25

Londra e il rischio del terrorismo orientale

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Bangkok – La smentita circa l’identità dell’attentatore è solo un piccolo palliativo. L’angoscia scatenata dal rischio di attentati estremisti ha preso corpo ancora una volta e il triste corollario di morti e feriti giunge come sale sulle ferite non ancora sanate dell’estremismo terroristico. In realtà, al momento di scrivere, era già poco certo che l’attentatore di Londra fosse proprio Abu Izzadeen, nato Trevor Brooks, britannico di origine giamaicana, da 15 anni in testa alla lista degli uomini più pericolosi del Regno Unito. Per il suo avvocato è in carcere, e si sono attese, nell’arco della notte europea, le conferme del caso da parte dei Servizi di Sicurezza della Corona Britannica.
Nel caso in cui fosse stato davvero Abu Izzadeen bisogna aggiungere che egli appartiene al nocciolo duro del gruppo nato e cresciuto intorno alla moschea di Finsbury Park di Londra, quella a cui facevano riferimento gli attentatori di Londra del 2005:  un gruppo nato all’ombra di Omar Bakri e Anjem Choudar, che sono detenuti in un carcere libanese ed in uno britannico. Insomma, per Scotland Yard sarebbe stato uno smacco troppo vistoso. La ferita del 7 luglio 2005 è ancora nettamente presente nell’immaginario collettivo dei londinesi e dei sudditi della Gran Bretagna intera. Abu Izzadeen corrisponderebbe al prototipo perfetto di predicatore estremista, acceso nella sua violenza verbale e macchina di proselitismo in casa. La smentita, arrivata quasi subito dopo, hacalmieratogli incubi dei londinesi, ma lascia sul selciato del Ponte di Westminster, non solo cinque morti e una quarantina di feriti più o meno gravi, anche, e una volta di più, il multiculturalismo del quale la Gran Bretagna e soprattutto Londra sono stati e sono vessillo chiaro in tutto il mondo.
Il famosomelting pot‘ culturale del quale Londra è stata la casa più ricercata e abitata tra le case più colorate e multietniche del pianeta, oggi vive sotto pressione. Dopo il pronunciamento referendario connotato dalla Brexit, oggi la Gran Bretagna sembra essere più votata all’antico isolazionismo e a rinchiudersi sempre più su se stessa. Dall’altra parte dell’Oceano Atlantico, le scelte della nuova Presidenza USA di Donald Trump emettono segnali ancora più sciovinisti, basati su muri, decreti e leggi che impediscono il flusso dei popoli che pure negli Stati Uniti -nei decenni- sono tutti stati tratti dominanti della propria variegata ricchezza culturale e propositiva nel mondo. Tutto questo, oggi, brucia sull’altare del populismo e dei timori nei confronti del rischio fondamentalista. Le Torri Gemelle, Londra, ‘Charlie Hebdo‘, il Belgio, le immagini che oggi alimentano le angosce europee e statunitensi si popolano sempre più di nefasti ricordi e rinnovate ferite.

Le fattezze fisiche dell’uomo colpito dalle Forze di Sicurezza londinesi sono un altro elemento che ci fa riflette sulle stereotipie, sulle oleografie, sull’immaginario sedimentato a livello popolare per il quale un uomo di grande corporatura, capo rasato e barba sul mento sia l’idealtipo negativo del potenziale attentatore.

Infine, tutto ciò fa riflettere su un altro connotato sul quale sempre più gli osservatori attenti al fenomeno del terrorismo di matrice islamica vanno concentrandosi negli ultimi tempi: man mano che l’ISIS perde terreno tra Siria e Iraq, come era stato già ampiamente previsto, la potenziale espansione della minaccia di attentati in località terze (non solo in Occidente) sale esponenzialmente. Per abbassare la pressione militare nei territori dove l’ISIS sta opponendo fiera resistenza alla coalizione mondiale che sta attaccando da più lati, cellule dormienti, singoli soggetti variamente indottrinati o reclutati, persino personalità fragili o del tutto disturbate, possono diventare la nuova figura (piuttosto multiforme e indefinita) di attentatore o attentatore/suicida. E’ quello che Claudio Bertolotti ha definito come il ‘fenomeno Stato Islamico.

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