martedì, Agosto 4

Dopo Londra, cercasi Cooperazione d’Intelligence

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L’attacco di mercoledì 22 marzo ha scosso, ancora una volta, la capitale inglese. Londra torna ad essere, infatti, l’obiettivo di un’organizzazione terroristica che, ad oggi, sembra aver acuito le sue metodologie d’attacco. Il fenomeno dei Foreign Fighters e dei Lone Wolves, collegato allo Stato Islamico, presentano una nuova minaccia alle forze di sicurezza occidentali, costrette a trovare nuove strategie per poter prevenire e contenere un fenomeno, che stravolge, ancora una volta, l’Occidente.

E’ dal lontano 2001, ormai, con l’attacco alle torri gemelle, che il terrorismo è presente nelle agende di sicurezza della maggior parte, se non di tutti, i Paesi occidentali. La minaccia ha dimostrato di essere variabile, multidimensionale e di scarsa, se non impossibile, prevedibilità. La cooperazione internazionale tra le agenzie d’Intelligence risulta essere, ad oggi, un fattore chiave e necessario per poter far fronte al terrorismo. Il Daesh, con la sua propaganda online, assai attrattiva, e con la sua rete, difficile da individuare, in quanto ‘intangibile’, sta mettendo a dura prova le forze di sicurezza e le agenzie d’Intelligence, europee e non. E’ necessario uno sforzo ulteriore, che renda l’Intelligence capace di trovare nuove strategie e metodologie, per contrastare una minaccia così variabile e imprevedibile.

L’attentatore responsabile dell’attacco di Mercoledì a Westminster, Khalid Masood, era già noto alle forze dell’ordine per atti di criminalità che, forse, avrebbero dovuto accendere un campanello d’allarme, tra le forze di sicurezza e l’Intelligence britannica.

Ma quanto è responsabile l’Intelligence dell’attacco? E quali sono le strategie adatte per poter contenere un problema che da 16 anni, ormai, tormenta la sicurezza di tutti i Paesi occidentali? E’ davvero incontrastabile questo fenomeno che cambia, continuamente, natura e metodo d’attacco? Abbiamo intervistato Antonio Dìaz, autorevole esperto in studi di Intelligence, ricercatore nel Centro di Analisi di Sicurezza presso il King’s College di Londra, e professore nel Brunel Centre for Intelligence and Security Studies, sempre nella capitale britannica. E’ stato premiato nel 1997 e nel 2003 dal Ministero della Difesa spagnolo per il suo lavoro investigativo nel campo della sicurezza, ed è stato membro del gruppo di sicurezza interna nel Gruppo di Riflessione al Consiglio Europeo per il futuro dell’Unione Europea nel 2030. Attualmente coordina ‘Ágora de Seguridad UCA-SECURITAS‘ ed è il vice-direttore della cattedra diSicurezza Pubblica e Intelligence‘ presso l’Università di Cádiz.

L’attacco di ieri si può considerare un fallimento dell’intelligence britannica?

Secondo il mio parere, no. Con il concetto di fallimento d’intelligence si intendono quelle situazioni in cui l’Intelligence possiede sufficienti evidenze, ma è incapace di collegare tutti gli elementi a sua disposizione e di avvertire in tempo le Autorità. Nel caso di Londra, sono attacchi inevitabili.

La campagna ‘Counter Terrorism Policing’ , con lo slogan ‘don’t worry, don’t delay, just act’, invitava la popolazione londinese a segnalare alla Polizia tutti i fatti che potrebbero sembrare sospetti. Sappiamo, però, che più informazioni con significano un miglior lavoro d’Intelligence, né facilitano la prevenzione e l’individuazione di futuri attacchi sul territorio in considerazione. L’allarme dilagante di attacchi in territori europei, e non, insieme alla securitizzazione a livello globale del terrorismo islamico e le conseguenze sociali che ne comporta, possono influire negativamente sul lavoro d’intelligence?

L’obiettivo di queste campagne, o strategie, è quello di spingere i cittadini ad avvisare i servizi di sicurezza, quando notano un qualcosa che potrebbe essere di loro interesse. L’obiettivo non è arrivare all’ossessione, ma di rendere partecipi i cittadini alla loro sicurezza, attraverso la trasmissione di informazioni che, solamente tramite loro, possono arrivare alle agenzie .

Come si può garantire un’analisi d’informazioni qualitative, anziché quantitative, che, come abbiamo visto, non portano alcun risultato positivo?

Si sta lavorano molto per migliorare le tecniche di analisi, il miglioramento dei software è significativo. Nonostante ciò, l’intercambio e la cooperazione internazionale sono gli elementi principali ed essenziali, per poter migliorare la qualità dell’Intelligence che si produce.

Le nuove misure adottate dall’UE per meglio sinergizzare le informazioni delle diverse Intelligence europee sono sufficienti? Si deve fare altro? Se si, cosa?

Dopo decenni di diffidenza tra le agenzie d’Intelligence europee, i processi d’integrazione e cooperazione, per quanto riguarda l’Unione Europea, risultano alquanto recenti e non vanno oltre gli attentati di Madrid del 2004. Il dibattito principale in relazione all’Unione riguarda se il rafforzamento di questa cooperazione sia sufficiente, o se sarà necessario organizzare un servizio d’Intelligence proprio dell’Unione Europea, un obiettivo che, secondo me, risulta essere estremamente difficile, e lo sarà ancor di più, quando la Brexit arriverà al vertice del suo percorso.

Quanto può essere efficiente, secondo lei, la collaborazione tra le agenzie d’Intelligence europee ed extra-europee?

Quando si parla di questioni comuni, come il terrorismo, o il crimine organizzato, la collaborazione rappresenta sempre il livello massimo di efficienza. Questi fenomeni, transnazionali per natura, hanno dimostrato, tanto alle agenzie di Intelligence, quanto ai rispettivi Governi, che nessuno può uscire vincente dalla lotta a tali fenomeni, senza la massima cooperazione. Risulta, pertanto, indifferente se le agenzie sono europee o meno, l’importante è la cooperazione.

Populismo e nazionalismo, due ideologie che, sembra, stiano prendendo piede in Europa. Anche se dovremo aspettare i risultati delle elezioni, qualora dovessero vincere i partiti di destra, quanto può cambiare la realtà sociale in Europa e nelle sue periferie? Quanto, questo cambiamento, potrebbe acuire il processo di radicalizzazione musulmana?

I movimenti populisti e nazionalisti che stanno arrivando in Europa, sono presenti in molte altre società, e non solo nelle occidentali. L’origine di queste ideologie risiede in un processo di globalizzazione privo di controllo. Questo ha generato delle società diffidenti dei loro vicini, intimorite da tutto ciò che risulta essere straniero e contrarie alla competizione lavorativa. I movimenti nazionalisti e populisti si muovono su queste tre assi: torniamo alle nostre radici, dove abbiamo un’identità, sicurezza e prosperità economica. Poter analizzare e misurare le conseguenze dell’impatto di una vittoria di destra risulta essere alquanto complesso, in quanto implicherebbe molti fattori e non riguarderebbe solamente i musulmani, i giovani con difficoltà nel trovare un lavoro sono, anche loro, un terreno fertile per questi movimenti nazionalisti e populisti.

Quale sarà, adesso, la risposta del Governo britannico? Come, invece, reagirà l’Europa?

Le strategie di anti-terrorismo sono ben definite e costruite. Non si prevedono cambi importanti, ma si continuerà a rinforzare i meccanismi già esistenti. I grandi cambi in Europa avvennero dopo gli attentati di Madrid e di Londra. Possiamo contare su basi di dati interconnesse o su strumenti come il Mandato d’arresto Europeo e le Procedure di Consegna tra Stati membri, un procedimento che sarebbe stato impensabile alcuni anni fa.

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