martedì, Marzo 26

L’ondata populista travolge anche El Salvador: Nayib Bukele Presidente Con il 53% dei voti l’outsider Bukele diventa Presidente ed evita addirittura il ballottaggio

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Domenica 4 febbraio si sono svolte nello Stato di El Salvador le elezioni presidenziali, che, finito lo spoglio, hanno decretato la netta vittoria di Nayib Bukele, da molti sondaggisti ed esperti dato come vero e proprio outsider.

Con oltre il 53% dei consensi (circa 1,3 milioni di voti) Bukele ha sbaragliato la concorrenza rappresentata dai due maggiori partiti del Paese che sin dalla fine della guerra civile – terminata nel 1992 dopo 12 anni di lotte intestine – si sono contesi la scena politica salvadoregna. Il partito di destra ARENA (Alianza Republicana Nacionalista), guidato da Carlos Calleja, magnate di una catena di supermercati, si è infatti attestato al 31,7%; il partito di sinistra, nonché del Presidente uscente, Salvador Sánchez Cerén, FMLN (Frente Farabundo Martí para la Liberación Nacional), invece, si è presentato alle urne con l’ex Ministro degli Esteri, Hugo Martínez, come principale candidato, ma si è fermato al 14,4%.

Nayib Bukele con i suoi 37 anni, dunque, è il volto nuovo della politica nazionale salvadoregna. Rampollo di un’importante famiglia d’affari di origine palestinese, il nuovo Presidente ha costruito il suo consenso attraverso i social media attirando, soprattutto, l’attenzione delle generazioni più giovani. La sua pagina Facebook, infatti, conta oltre 1,4 milioni di iscritti, mentre il suo account Twitter è seguito da più di 526.000 follower: numeri destinati inevitabilmente a crescere ora che sarà esposto a maggiore visibilità.

Costruendo e conducendo la sua campagna elettorale sulla rete, Bukele ha sistematicamente evitato scomodi confronti in diretta televisiva con i suoi avversari, che sono rimasti ancorati ai mezzi tradizionali di comunicazione. Un aspetto, questo, che lo avvicina molto alla prima fase politico-istituzionale del nostrano Movimento 5 Stelle.

Bukele, però, seppur giovane, non è alle prime armi dato che in passato è stato sindaco della capitale San Salvador (2015-2018) e, prima ancora, di Nuevo Cuscatlán (2012-2015), e in entrambe le città si è distinto per essersi fatto promotore di progetti di rinnovamento urbano – come la riqualificazione di alcune importanti piazze – per aumentare la sicurezza negli spazi pubblici: interventi che hanno avuto un riscontro largamente positivo tra i cittadini. Bukele non ha risolto grandi problemi, ma si è dimostrato un sindaco capace di rendere la città più importante del Paese presentabile agli occhi del cittadino comune e del turista”, dice Maurizio Campisi, giornalista e scrittore da anni in Sud America, che abbiamo contattato per delineare meglio la figura del neo-Presidente salvadoregno.

Tradizionalmente di sinistra, Bukele, tuttavia, è stato eletto tra le fila del partito di destra GANA (Gran Alianza por la Unidad Nacional), un piccolo gruppo politico, nato nel 2010 a seguito di uno scisma all’interno di ARENA, che sostiene l’inasprimento della sicurezza carceraria, la pena di morte e il paramilitarismo per  combattere le bande armate che affliggono il Paese. Nel corso del 2017, infatti, Bukele è stato espulso da FMLN, i cui vertici lo ritenevano responsabile di varie scorrettezze che, però, lui ha sempre negato e respinto. Da ‘esule’ ha provato a riorganizzarsi e fondare un proprio partito indipendente, New Ideas, ma non è riuscito a farlo riconoscere ufficialmente in tempo per le elezioni: da qui la decisione di correre per le presidenziali sotto le insegne di GANA, dalle cui idee estremiste ha preso le distanze dichiarando di essersi candidato con tale gruppo perché non aveva altre alternative. Anzi, ha costretto il partito conservatore a cambiare colore del logo dall’arancione all’azzurro che contraddistingueva il movimento New Ideas.

Facendo sua una retorica populista e anti-estabilshment e scegliendo di non definirsi ideologicamente schierato, Bukele si è presentato come elemento nuovo nel panorama politico salvadoregno impantanato nel bipolarismo. Ha saputo catalizzare su di sé il malcontento popolare verso i partiti tradizionali, l’ha trasposto sui social media ed è stato abile a toccare temi delicati come la corruzione. Questo, infatti, uno degli argomenti cui l’opinione pubblica era maggiormente sensibile e per il quale Bukele ha potuto sfruttare ampiamente la sua immagine ed il suo ruolo di personaggio ‘nuovo’ e diverso. “L’elezione di Bukele rompe il paradigma tradizionale della politica salvadoregna”, spiega Campisi, “i salvadoregni, con il voto di domenica, hanno castigato la sinistra ritenuta incapace di risolvere i problemi strutturali della società premiando invece Bukele, il cui è discorso è pericolosamente superficiale. L’idea che un osservatore si fa, è quella che sia stata venduta l’idea di come deve essere un politico, ma non certo la sua credibilità o la sua capacità a rendere effettivi i cambiamenti di cui ha bisogno El Salvador”. 

El Salvador, secondo l’‘Indice di Percezione della Corruzione’ stilato da Trasparency  International, è 105esimo su 180 Paesi in graduatoria con un punteggio di 35 su 100, il che indica un livello molto alto di percezione. Non sorprende, quindi, che tre degli ultimi quattro Presidenti salvadoregni siano stati accusati di corruzione: Mauricio Funes, (Presidente dal 2009 al 2014) con MFLN, infatti, è accusato di appropriazione indebita di 351 milioni di dollari di fondi pubblici; Antonio Saca (2004-2009, ARENA), è attualmente in carcere per appropriazione indebita di 300 milioni di dollari; Francisco Flores (1999-2004, ARENA), deceduto nel 2016 a 56 anni, è stato accusato di essersi appropriato di oltre 15 milioni di dollari di fondi governativi per il suo partito e per uso personale. Con il voto di domenica, dunque, l’elettorato si è espresso a favore di un cambiamento in questo senso. Unindagine recente del quotidiano locale El Faro’, però, ha mostrato come anche alcuni politici di GANA abbiano ricevuto denaro dal Segretariato privato della Presidenza di Antonio Saca. Si tratta di fondi pubblici concessi a funzionari tra il 2004 ed il 2009, che non dovevano essere dichiarati al Tesoro e quindi esentasse. Tra i beneficiari di denaro pubblico menzionati nei documenti in possesso dei giornalisti di ‘El Faro’, spiccano i nomi di Andrés Rovira, presidente di GANA, e Herbert Saca Vides, architetto, finanziere e decisore dell’istituto politico che guidava la candidatura di Bukele. Il neo-eletto Presidente, però, ha preso nuovamente le distanze dal partito che ha nominato raramente durante i suoi interventi e ha promesso di creare una Commissione internazionale anti-corruzione. Inoltre, Bukele ha proposto la costruzione di un nuovo aeroporto e il rilancio di una linea ferroviaria abbandonata che attraversa il Paese.

Sebbene non approfonditamente, durante la sua campagna elettorale Bukele  ha anche menzionato la lotta alla violenza ed alla povertà: tre piaghe che affliggono El Salvador. Il Paese centroamericano, infatti, si contraddistingue per uno dei tassi di omicidi più alti al mondo derivante dalla violenza perpetrata delle due principali gang, MS13 e Barrio 18, in perenne lotta tra loro, ma anche risultato di una società rimasta sconvolta e militarizzata dopo la guerra civile protrattasi dal 1979 al ’92. Nonostante ciò, Bukele è stato poco chiaro sul piano dazione che intende attuare contro le bande armate, così come non ha affrontato minimamente la questione delle migrazioni che tra la fine dello scorso anno e l’inizio del 2019 sono diventate il tema principale di discussione non solo tra i vari Paesi dell’area, ma anche, e soprattutto, con gli Stati Uniti di Donald Trump, il quale più volte ha minacciato di interrompere gli aiuti finanziari per sfavorire il fenomeno migratorio e sollecitare l’intervento dei leader regionali. “In campagna elettorale, Bukele ha evitato di approfondire i temi rilevanti, primo fra tutti quello delle maras”, afferma Campisi, “si ha quindi l’impressione che tenda a nascondersi, visto anche il suo atteggiamento che è stato più attento a distruggere le proposte altrui piuttosto di promuovere le proprie. C’è poi da tener in conto che a dirigere il Congresso c’è Arena, ossia la destra intransigente. Bukele è quindi un Presidente senza maggioranza, che dovrà fare ricorso alle sue capacità di negoziatore per poter sostenere le proprie idee. Lo stesso partito con cui si è presentato alle elezioni, GANA, non è altro che una coalizione che riunisce elementi populisti, di centro e di destra e che, proprio per la sua eterogeneità, potrebbe sfasciarsi in qualsiasi momento

Con la sua elezione, dunque, Bukele va ad inserirsi in quelluniverso di leader populisti che hanno preso il potere nellultimo anno in America Latina. Sebbene sia nettamente distinto sul piano politico e ideale da Jair Bolsonaro, Presidente del Brasile da ottobre, i due risultati elettorali si basano su assunti comuni: lo sfruttamento mediatico del malcontento popolare verso le classi politiche precedenti entrambe accusate di corruzione e il fatto di erigersi come unico cambiamento alle politiche passate. Non bisogna dimenticare, infatti, lo scandalo ‘Lava Jato’ in Brasile che ha fatto terra arsa del PT (Partido dos Trabalhadores) e del suo uomo più forte, Luiz Inácio Lula da Silva, ora in carcere.

La figura forse più simile a Bukele è sicuramente il nuovo Presidente messicano, Andrés Manuel López Obrador, etichettato come populista di sinistra: uno dei casi più eclatanti sulla scena politica internazionale dove il populismo è solitamente accumunato a movimenti e/o personaggi rientranti nelle emisfero destro dei vari Parlamenti nazionali come Trump, la Lega di Matteo Salvini o il Rassemblement Nacional di Marine Le Pen. Anche Obrador, come Bukele, è stato prima sindaco, e si è contraddistinto per il suo attivismo. Durante la campagna elettorale, Obrador ha criticato i  partiti messicani tradizionali e ha promesso maggiori posti di lavoro, proponendo una politica attiva volta a sfavorire l’immigrazione e di collaborazione con gli USA (con i quali ha firmato, insieme al Canada, il nuovo accordo commerciale USMCA, che ha sostituito il NAFTA).

Come la maggior parte dei populisti, però, è difficile decifrare la linea politica di Bukele prendendo solamente in considerazione i discorsi pre-elettorali e gli indizi sulle sue posizioni, specie in campo internazionale, provengono dai suoi tweet: come a voler confermare ancora una volta la stretta relazione che intercorre tra social media e populismo.

Il giorno dopo l’auto proclamazione di Juan Guaidó come Presidente ad interim del Venezuela – od oggi riconosciuto da Gruppo di Lima, USA e i maggiori Stati europei, tranne l’Italia – Bukele ha lasciato un chiaro messaggio che non lascia spazio ad interpretazioni: «Dittatori come Maduro in Venezuela, Ortega in Nicaragua e Juan Orlando in Honduras, non avranno mai alcuna legittimità, perché rimangono al potere con la forza e non rispettano la volontà del loro popolo». Una presa di posizione forte che, dopo la vittoria elettorale, traccia un solco nelle relazioni bilaterali tra El Salvador, Nicaragua e Venezuela. Il leader nicaraguense, Daniel Ortega, infatti, con l’elezione di Bukele, sembra perdere un alleato importante a livello regionale per far fronte alla crisi socio-politica che sta attraversando il Paese e dove ormai la sua Presidenza ha assunto caratteri dittatoriali. «Il nuovo mandato politico di maggioranza che il popolo salvadoregno consegna a Nayib Bukele lascia la dittatura di Ortega senza alleati in America centrale», ha scritto sempre su Twitter, a margine della vittoria di Bukele, il giornalista nicaraguense, Carlos Chamorro, che ha dovuto subire un attentato da parte delle forze di Polizia locali presso la redazione del giornale di cui è il direttore, il ‘Confidencial’, ed è stato costretto a fuggire in Costa Rica, come molti suoi connazionali, per paura di ripercussioni. E non è un caso  che Carlos Alvarado Quesada, Presidente del Costa Rica, si sia immediatamente congratulato con Bukele per il risultato ottenuto.

Intanto, fatto di non poco conto, Bukele ha incassato anche lappoggio degli Stati Uniti tramite il Consigliere per la sicurezza, John Bolton, che ha rilasciato questo messaggio: «Congratulazioni al nuovo Presidente eletto di El Salvador Nayib Bukele. Gli Stati Uniti saranno disposti a collaborare con il prossimo Governo per far progredire la prosperità e la democrazia nella regione». Sostegno statunitense che arriva anche tramite il portavoce del Dipartimento di Stato americano, Robert Palladino, che ha rilasciato un comunicato ufficiale nel quale si toccano tematiche importanti. «Salutiamo il popolo salvadoregno per il suo impegno per la democrazia», scrive Palladino, «è nel nostro interesse comune ridurre limmigrazione clandestina e combattere la criminalità transnazionale promuovendo la crescita economica, il buon governo e la sicurezza». Il supporto americano potrebbe derivare anche da una preoccupazione, oltre alle già citate migrazioni: cioè dal fatto che, a partire dalla seconda metà del 2018, Cina ed El Salvador hanno stretto forti legami. Ad agosto, infatti, El Salvador ha interrotto le relazioni diplomatiche con Taiwan, iniziando a collaborare più intensamente con Pechino. A novembre, poi, di ritorno ad un suo viaggio in Cina, lex Presidente salvadoregno Ceren aveva detto di aver incontrato il presidente cinese Xi Jinping e di aver programmato 13 progetti comuni dal valore di 150 milioni di dollari, senza fornire ulteriori dettagli.

Lendorsement statunitense potrebbe essere letto come una pressione esercitata su Bukele in modo che prenda le distanze dalla condotta del Governo precedente o, comunque, che valuti attentamente le azioni da intraprendere in ambito diplomatico. Il tweet contro i dittatori latinoamericani, però, può essere considerato un manifesto del pensiero del neo-Presidente salvadoregno e sembra essere  coerente alle linee guida dettate da Washington.

Il 2019, dunque, è appena iniziato, ma politicamente sembra proseguire sulla scia del populismo tracciata lungo tutto l’arco del 2018.

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