mercoledì, Novembre 25

L'ombra del fallimento sulla 'shale revolution' field_506ffbaa4a8d4

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Le cose sono andate in maniera ben differente. La forte riduzione dei margini di profitto legati alla produzione di tight-oil e shale-gas ha infatti rappresentato un colpo durissimo per le piccole e medie compagnie Usa che avevano investito nel settore, e prodotto sensibili contraccolpi anche sull’andamento in Borsa dei giganti di ‘big oil’, i quali si sono visti costretti sia a ‘tosare’ i propri azionisti che a rinunciare a numerosi investimenti già predisposti.  Secondo ‘Bloomberg’, il debito accumulato da metà delle compagnie coinvolte nel campo della ‘rivoluzione dello shale’ inserite nel suo indice è arrivato a toccare il 40% del loro intero valore.

Debito aziende Usa nel settore degli idrocarburiUn’altra analisi realizzata sui bilanci di 60 società petrolifere quotate negli Stati Uniti ha certificato che alla fine del giugno 2014 i debiti ammontavano a 190,2 miliardi di dollari, in crescita di 50 miliardi dalla fine del 2011. Dal 2010 al 2014 la massa debitoria è pressoché raddoppiata, mentre le entrate sono aumentate di appena il 5,6%. Una quota non irrilevante di queste società spendeva almeno il 10% del fatturato solo per pagare gli interessi sul debito, che nella maggior parte dei casi era stato classificato dalle principali agenzie di rating a livello junk, (‘spazzatura’), a causa degli alti rischi di insolvenza.

 

Lo ‘Houston Chronicle’ ha rivelato che ben 37 società statunitensi operanti nel settore degli idrocarburi non convenzionali sono finite in bancarotta tra l’agosto e l’ottobre del 2015, con un debito complessivo che superava i 13 miliardi di dollari. Nel mesi successivi si è registrato il medesimo trend, per effetto della revisione in negativo delle aspettative di Goldman Sachs sulla quotazione del petrolio, del rialzo dei tassi di interesse da parte della Federal Reserve e dell’ingresso sul mercato dell’Iranian Light conseguente alla revoca delle sanzioni a Teheran, che hanno ulteriormente affondato il prezzo del Brent e del West Texas Intermediate al di sotto dei 30 dollari per barile; un livello che era stato raggiunto l’ultima volta nel lontano 2003.

In North Dakota, le imprese controllate dal conglomerato Koch Industries sono persino arrivate a pagare di tasca propria chiunque fosse disposto a portare via il maggior numero di barili di North Dakota Sour – petrolio poco appetibile a causa degli alti contenuti di zolfo – estratti e destinati a rimanere inutilizzati. Ma anche «altri greggi di scarsa qualità o estratti in aree lontane dalle infrastrutture di mercato sono fortemente penalizzati dalle attuali condizioni del mercato. Plains All American, società che movimenta oltre 4 milioni di barili al giorno di petrolio, paga poco più di 13 dollari per il South Texas Sour e l’Oklahoma Sour, altri due greggi solforosi. Anche fuori dagli Stati Uniti ci sono barili di scarsa qualità, che oggi si vendono a prezzi davvero stracciati. Il bitume delle oil-sand canadesi, che per essere utilizzato richiede di essere diluito con altri idrocarburi, è arrivato a valere appena 8,50 dollari per barile contro gli 80 di un paio di anni fa. Lo stesso Western Canadian Select, benchmark canadese, vale del resto meno di 15 dollari oggi come oggi. Alcuni carichi di Maya, greggio pesante messicano, sono stati scambiati a 12,50 dollari mentre con meno di 20 dollari al barile si comprano il venezuelano Tia Juana o l’iracheno Basra Heavy».

Ma i problemi non finiscono qui; le banche statunitensi hanno infatti cartolarizzato i debiti contratti dall’industria petrolifera, emettendo Credit Defalut Swap per i quali tali debiti fungono da collaterali. Qualora il prezzo del petrolio dovesse stabilizzarsi su quotazioni troppo basse, le compagnie petrolifere più esposte finirebbero sull’orlo del baratro e si profilerebbe quindi il rischio concreto di una nuova crisi finanziaria nel sistema bancario degli Stati Uniti, visto il volume più che ragguardevole raggiunto dalla ‘bolla dello scisto’.

Inoltre, come nota l’economista Jacques Sapir, «in maniera diretta e indiretta, per gli Stati Uniti l’economia del petrolio e del gas di scisto rappresenta, anche per via dell’influenza su consumi e redditi delle famiglie che vi lavorano, circa la metà dei posti di lavoro creati negli ultimi tre anni. Se ci sarà, come previsto, un’ondata di fallimenti, si tradurrà in licenziamenti in massa che genereranno un effetto moltiplicatore sui servizi. Data la grande flessibilità del mercato del lavoro negli Stati Uniti, una parte dei lavoratori licenziati troverebbe lavoro 6-9 mesi dopo il licenziamento a stipendio ridotto. I salari nell’industria dello scisto sono infatti superiori, a pari qualifica, del 15-25% a quelli che caratterizzano gli altri settori dell’economia. Tra disoccupati ‘netti’ e personale costretto ad accettare un posto di lavoro dalla retribuzione più bassa, si potrebbe verificare un calo dell’1-2% della massa salariale totale negli Stati Uniti, e un più basso (2-3%) consumo delle famiglie, a causa della mutazione nel risparmio che accade regolarmente in presenza di significative difficoltà economiche. E, naturalmente, quando il prezzo del petrolio risalirà, assisteremo ad un’ulteriore contrazione dei consumi».

Non a caso, le aziende operanti nel settore dei servizi petroliferi come Halliburton e Schlumberger hanno annunciato tagli al personale, così come fornitori di prodotti chimici e attrezzature adatte al fracking, imprese siderurgiche ed edili, nonché strutture ricettive che beneficiavano della ‘rivoluzione dello shale’. Eventuali ristrutturazioni del debito delle società attive in questo campo sono suscettibili di travolgere i comparti ad alto rendimento del mercato Usa, specialmente alla luce dell’ulteriore crollo del prezzo del petrolio registrato nelle ultime settimane che rende ancor più complicata l’attività dei ‘gas frackers’ che per limitare il più possibile l’impatto del rapido esaurimento dei giacimenti e mantenere stabile la produzione sono obbligati a profondere un flusso costante di investimenti in ricerca e trivellazioni. Il che implica necessariamente la contrazione di debiti.

Un meccanismo talmente pericoloso che già nel 2009 aveva indotto – come testimoniano numerosi documenti scovati e pubblicati dal ‘New York Times’ – alcuni esperti e dipendenti delle aziende di punta di ‘Big Oil’ a ravvisare nella ‘rivoluzione dello shale’ un nuovo, gigantesco schema Ponzi. Tra di essi spicca l’‘International Energy Agency’, che all’interno del suo World Energy Investment Outlook 2014 aveva previsto un crollo verticale della cosiddetta ‘rivoluzione dello shale’ negli Stati Uniti e lo scoppio della relativa bolla.

 

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