giovedì, Gennaio 23

L’offensiva Usa contro la Germania

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Benché inesorabilmente destinate a suscitare forte impressione a Berlino, le bordate lanciate contro la Germania da Peter Navarro, economista radicale appena insediatosi alla presidenza del Consiglio Nazionale del Commercio Usa, risultano perfettamente conformi al disegno di economia politica delineato da Donald Trump in campagna elettorale. Il tycoon newyorkese aveva infatti annunciato l’intenzione di ripudiare i trattati internazionali in favore di accordi bilaterali che tengano conto delle peculiari caratteristiche strutturali di ciascun partner commerciale degli Stati Uniti. L’obiettivo fondamentale è quello di ridurre gli squilibri di bilancia commerciale e dei pagamenti che nel corso degli anni hanno ingigantito a dismisura il deficit statunitense con il resto del mondo. La Cina è stata oggetto di pesanti attacchi anche in ragione del suo crescente peso geopolitico destinato a trasformare l’ex Celeste Impero nella potenza egemone nel Mar Cinese Meridionale e nel centro di gravità per tutte le nazioni del sud-est asiatico, ma c’era da aspettarsi che un trattamento non certo favorevole l’avrebbe ottenuto anche la Germania.

Nel corso degli ultimi anni Berlino ha propugnato una strategia economica di dumping fiscale sulle altre nazioni meno solide fondata sulla deflazione salariale. Una linea concorrenziale e restrittiva, fondata sulla compressione salariale interna, che risale al momento della riunificazione, quando i dirigenti tedeschi alzarono bruscamente i tassi di interesse – cosa che poi dovettero fare tutti i Paesi del Sistema Monetario Europeo (Sme). Successivamente (2003-2005), il governo tedesco ha raggiunto un accordo con i sindacati che ha preluso all’introduzione della riforma del mercato del lavoro nota come Hartz IV (in omaggio al suo ideatore Peter Hartz, membro del consiglio d’amministrazione della Volkswagen), in base alla quale le parti si impegnarono ad accettare che gli stipendi dei lavoratori tedeschi sarebbero stati scollegati dalla produttività effettiva (in Germania i salari non venivano infatti adeguati all’andamento dell’inflazione, strutturalmente bassa in quel Paese) per rimanere pressoché ‘piatti’ negli anni a venire.

Così facendo, si è contribuito, nell’arco del decennio 2000-2010, a far diminuire i prezzi dei prodotti tedeschi del 18,2% rispetto a quelli del resto della zona-euro, in modo da frenare l’inflazione ed accumulare avanzi nei confronti del resto dell’Europa. «La debolezza della domanda interna tedesca – scrive l’economista francese Jacques Sapir – si spiega con un trasferimento  sulle imposte indirette di buona parte degli oneri pagati dalle imprese (…). Il risultato è stato duplice. Da un lato, i profitti delle imprese sono aumentati a causa dei minori oneri fiscali, cosa che ha permesso loro di investire o di abbassare i prezzi mantenendo inalterato il margine di profitto; dall’altro, il consumo interno è stato ridotto, cosa che ha limitato le importazioni sul mercato tedesco».

Da un lato, la Germania attirava capitali da tutta Europa, mentre la deflazione salariale effettiva provocava d’altro canto una forte contrazione dei consumi interni (pari al 15% nell’arco di poco più di un decennio) che di fatto ha orientato l’economia tedesca in direzione del potenziamento dell’export, favorito dalle caratteristiche della valuta europea. L’adozione dell’euro ha infatti livellato i tassi d’interesse dei Paesi membri – molto meno solidi della Germania – a quelli tedeschi, favorendo l’incremento dei consumi interni in tutta l’Unione Europea, che è arrivata ad assorbire qualcosa come il 60-65% dell’avanzo commerciale tedesco. Le esportazioni verso la Germania da parte di Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia e Spagna hanno invece a lungo pesato per il 2,5% del Pil aggregato di questi Paesi. Per questa ragione l’introduzione della moneta unica ha consentito al saldo della bilancia dei pagamenti della Germania di crescere di oltre il 40% nell’arco di dieci anni.

Il Paese tedesco è arrivato a concentrare i propri sforzi sull’export (in circa 15 anni, la quota di Pil rappresentata delle esportazioni è passata dal 20% al 45%) in misura comparabilmente maggiore rispetto a quanto abbia fatto, durante gli anni in cui cresceva del 10-12%, la vituperata Cina. Non a caso, con un prodotto interno lordo di 8,2 trilioni di dollari registrato alla fine del 2013, la Cina ha conseguito un surplus commerciale di 210 miliardi, mentre la Germania, con un prodotto interno lordo di 3,4 trilioni (sempre a fine 2013), ha messo insieme un avanzo commerciale di 240 miliardi.

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