venerdì, Novembre 15

L’offensiva russo-cinese contro il dollaro entra nel vivo Le grandi manovre di Mosca e Pechino per erodere il predominio del 'biglietto verde'

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In appena un anno, la Banca Centrale russa ha fortemente incrementato le proprie riserve in yuan, portandole da 0 a qualcosa come il 15% del totale. Percentuale sbalorditiva, che supera di molto la media – prossima al 5% – delle scorte monetarie di cui dispongono i 55 Paesi interessati dal mega-progetto della Belt and Road Initiative, il cui interscambio commerciale con la Cina si è attestato nel 2018 a quota 1.300 miliardi di dollari, con un incremento del 16,3% rispetto all’anno precedente. Nello specifico, le importazioni da parte della Cina sono aumentate del 23,9%, a fronte di una crescita delle esportazioni del 10,9%. Secondo le previsioni formulate da Euler Hermes, nel 2019 si registrerà un ulteriore incremento dell’interscambio, quantificabile in 117 miliardi di dollari.

Anche in questo caso, un ruolo determinante rispetto al consolidamento della centralità che la Cina va acquisendo ormai da anni lo riveste la Russia, che ha appena ufficializzato la propria adesione al China International Payments System (Cips), una camera di compensazione messa a punto da Pechino come alternativa alla Society for Worldwide Financial Telecommunications (Swift), la principale camera di compensazione al mondo egemonizzata dal dollaro e sorvegliata dalla Federal Reserve, oltre che dalle principali agenzie Usa. Come contropartita, il presidente Vladimir Putin e i suoi consiglieri economici – a partire dall’ascoltatissimo Sergeij Glazijev – si aspettano che Pechino faccia ricorso in maniera sistematica al System for Transfer of Financial Messages (Spfs), la camera di compensazione creata da Mosca come misura preventiva di fronte alle minacce statunitensi di estromettere la Russia dallo Swift. L’obiettivo è quello di favorire l’aumento dell’interscambio commerciale, che lo Spfs si candida a realizzare avendo appena superato con successo i test organizzati dalle autorità russe per saggiarne il funzionamento. Secondo quanto riportato da ‘Russia Today’, alla fase di sperimentazione hanno preso parte ben 500 compagnie, tra cui Rosneft.

In parallelo all’accumulo di yuan – non ancora pienamente convertibile sui mercati internazionali –, la Russia va aumentando progressivamente le proprie riserve aureequadruplicate in appena 10 anni. E lo ha fatto mentre si liberava in fretta e furia dei circa 90 miliardi di dollari di Treasury Bond statunitense che deteneva e allentava in maniera significativa la dipendenza del proprio export di materie prime dal dollaro. Attualmente, quella statunitense è la moneta di scambio del 75% circa dei 600 miliardi di dollari di commodity venduti ogni anno dalla Russia, ma il Cremlino conta di ridurre tale percentuale sia attraverso un maggiore ricorso ad Ethereum, la criptovaluta congegnata dal giovane scienziato russo Vitalik Buterin, sia mediante il nuovo parametro di riferimento in rubli per il petrolio russo e per i relativi derivati, lanciato nel 2015 presso l’International Mercantile Exchange di San Pietroburgo (Spimex). Un progetto sotto molti aspetti analogo è stato elaborato da Pechino, che ha messo a punto un proprio benchmark denominato in yuan presso l’International Energy Exchange di Shanghai. L’intento è chiaramente quello di invertire la tendenza generale in base alla quale i prezzi per le esportazioni di petrolio russo e più in generale di qualcosa come il 70% del petrolio commerciato a livello internazionale erano rimasti strettamente legati all’andamento del Brent del Mare del Nord, che si contratta in dollari presso le piazze finanziarie di Londra e New York.

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