martedì, Marzo 19

L’Occidente abbandona i rifugiati in Africa orientale 4 milioni di rifugiati ospitati in Kenya, Ruanda, Etiopia, Tanzania e Uganda. Ad essi vanno aggiunti quasi 3 milioni di sfollati interni nella Repubblica Democratica del Congo.

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Si fa un gran parlare dei flussi migratori dall’ Africa all’Europa, siano essi migranti economici o rifugiati. I Media offrono notizie allarmanti, mentre politici di destra e di sinistra facili soluzioni, spesso convergenti sul aiutare gli africani “a casa loro”. Ci si dimentica di informare che la maggioranza dei flussi migratori e dei rifugiati non avviene tra Africa ed Europa ma all’interno del Continente. Gli ultimi conflitti africani, che vertono sul controllo delle materie prime e dove evidenti sono le corresponsabilità occidentali, hanno creato milioni di rifugiati continentali, raggruppati in immensi campi profughi. Nella sola Africa Orientale vi sono quasi 4 milioni di rifugiati ospitati in Kenya, Ruanda, Etiopia, Tanzania e Uganda. Ad essi vanno aggiunti quasi 3 milioni di sfollati interni nella Repubblica Democratica del Congo. Questi esodi biblici sono causati da varie guerre civili: l’interminabile conflitto somalo, quello nel Sud Sudan, i conflitti a bassa intensità nel est del Congo, la crisi politica in Burundi.

 Se analizziamo la gestione dei profughi in Africa ci si accorge che l’Occidente viene a meno alle parole date di assistenza umanitaria nonostante che il mondo umanitario sia ormai parte integrante dell’economia dell’Europa e degli Stati Uniti, fonte di lavoro per giovani laureati disoccupati e riesca ancora a generare profitti per le industrie private ad esso collegate. Aiutarli a casa loro, sembra una frase di propaganda se si analizza il limitato impegno finanziario occidentale per assistere i Paesi africani che ospitano queste masse di rifugiati. Troppe volte le promesse di aiuti non si concretizzano in stanziamenti di fondi creando gravi carenze che compromettono l’esistenza fisica dei rifugiati e pericolose tensioni nei Paesi ospitanti.

 Quasi un mese fa, lo scorso 18 gennaio, il Programma Alimentare Mondiale (PAM) ha lanciato un grido dall’allarme rispetto ai 360 milioni promessi dalla Comunità Internazionale per assistere i rifugiati in Etiopia, Kenya, Ruanda e Tanzania. Solo un quinto di questi fondi sono stati ricevuti. Questa carenza finanziaria e mancato impegno potrebbero essere causati dalle emergenze umanitarie in Siria, Yemen e Bangladesh. Le prime due palesi conseguenze di conflitti creati ad hoc e inseriti in chiari giochi di supremazia geo strategica mediorientale.

 Il sospetto è stato recentemente sollevato da Peter Smerdon, il portavoce dell’ufficio di coordinamento PAM nell’Africa Orientale. Il mancato stanziamento dei fondi promessi sta causando una grave carenza alimentare per 1,5 milioni di rifugiati. Dal novembre 2017 il PAM è stato costretto a diminuire le razioni di cibo presso i campi profughi e le scuole, provocando malnutrizione, abbandoni scolastici e criminalità. “Nei miei 15 anni di lavoro presso il PAM non ho mai visto un numero così alto di rifugiati a cui siamo costretti a tagliare le razioni alimentari. I bisogni stanno aumentando bloccando l’intero sistema umanitario visto che i Donatori non riescono a mantenere le promesse finanziarie fatte. Se questo trend continua si arriverà al collasso dell’assistenza” Spiega Smerdon.

 Nonostante che l’Unione Europea nel 2017 abbia stanziato nella sola Uganda 95 milioni di dollari per i rifugiati sud sudanesi nell’area i profughi, e sfollati interni sono aumentati sia in Congo (600.000 persone) sia in Burundi. Negli ultimi mesi altri 50.000 cittadini burundesi (per la maggioranza tutsi) sono fuggiti dalle violenze del regime razziale del ex Presidente Pierre Nkurunziza illegalmente al potere dal luglio 2015. La situazione dei sfollati interni nelle province est e nel Kasai (Repubblica Democratica del Congo) è drammatica. Circa 1,8 milioni di sfollati sono letteralmente abbandonati a se stessi e lasciati privi di assistenza. UNICEF e UNHCR affermano che 400.000 bambini congolesi tra i 2 e i 6 anni rischiano di morire di fame causa la mancanza di aiuti finanziari europei e americani

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