domenica, Agosto 25

Locarno: un festival del cinema al femminile Parole d'ordine: sorprendere, scuotere, interrogare

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Locarno. Molto al ‘femminile’ questa 72esima edizione del Festival del cinema di Locarno; e non perchè sia pervaso da particolari istanze o rivendicazioni femministe. ‘Semplicemente’ perchè cosi’ è. A partire, se si vuole dalla neo-direttrice del festival, Lili Hinstin: parigina con ottima padronanza di inglese e italiano, quasi vent’anni fa fonda la casa di produzione ‘Les Films du Saut du Tigre‘. Dal 2005 al 2009 è programmatrice della Académie de France a Roma, poi vice-direttrice artistica del Cinéma du réel International Festival al Centro Georges Pompidou; dal 2013 direttrice artistica dell’Entrevues Belfort International Film FestivalDa un anno è direttrice artistica del Festival di Locarno.

Ha senz’altro le idee chiare: “Un festival come quello di Locarno deve scuotere, sorprendere, disturbare, interrogare. E’ la storia che ha alle spalle e la rispettabilità che si è conquistato che lo obbligano a prendersi continuamente dei rischi nelle sue scelte. Quei rischi che molto spesso diventano normalità negli altri festival, dove con regolarità troviamo i cineasti scoperti a Locarno”.

La scommessa che Hinstin intende giocare è quella di un festival con una linea editoriale chiara e precisa, ma al tempo stesso “eclettica, aperta a tutti i generi, a tutti i continenti e tutte le forme di rappresentazione”. Lo scandisce con evidente compiacimento: “La volontà di fondo è sempre stata quella di sovvertire qualsiasi norma. Il festival di Locarno è per sua natura e vocazione un festival fuori norma: con quella libertà di programmazione che mescola le star, i grandi autori internazionali e I giovani cineasti più audaci”.

Al dunque: ecco sfilare dinanzi ai nostri occhi opere al ‘femminile’, come si diceva all’inizio: da Ginevra Elkann (‘Magari’), a Klaudia Reynicke (‘Love me tender’), di cui si parlerà nei prossimi giorni; e di due giovani cineasti di quel cinema magari ancora un poco primitivo e ingenuo, ma che conviene comunque tenere d’occhio: la siriana Maya Khoury, e l’italiana Maura Delpero.

Maya Khoury da anni lavora, con altri colleghi cineasti, firmandosi con il nome collettivo di ‘Abounaddara’. Ha deciso per la prima volta di uscire allo scoperto in occasione della 72esima edizione del Festival internazionale del cinema di Locarno. Da anni racconta il ‘quotidiano’ dei concittadini siriani; video presentati in festival del cinema, proiettati in musei e gallerie, premiati con prestigiosi riconoscimenti. Il suo film, ‘Fi At-Thawra (‘During Revolution’), è presentato in prima mondiale nella sezione Concorso Internazionale.

Fi At-Thawra’ è il lavoro di una telecamera ‘invisibile’ che riprende i suoi concittadini durante la rivoluzione. Il paese è la Siria, tutto si svolge tra il 2011 e il 2017. Scene di vita privata, come feste di matrimonio, la vita nelle case, che inevitabilmente si mescola con il ‘pubblico’ dei fermenti politici, nelle strade e nelle piazze. Seguendo un gruppo di giovani attivisti politici animati da ammirevole idealismo (e che presto devono fare i conti con una realtà dura e amara), si documenta l’arrivo del gruppo jihadista salafita Al-Nusra, affiliato ad Al Qaida, a Raqqa; si dà voce a un disertore dell’esercito siriano e un’attivista in lacrime: tra tutte le mille cose che la guerra le porta via, anche l’impossibilità di vivere una storia d’amore in maniera ‘normale’.

L’idea del collettivo ‘Abounaddara’ nasce dall’esigenza di unirsi per assecondare con più forza un desiderio comune e dar vita a una struttura che favorisse i registi indipendenti. A quel tempo, c’erano solo due modi per fare film: o lavorare per lo Stato (la National Film Organization), o per le televisioni pan-arabe o europee attraverso un produttore esecutivo locale.

L’obiettivo è invece raggiungere il pubblico direttamente, mettendo i nostri film in Internet, e creare così un nuovo spazio per il cinema indipendente. Per quanto riguarda l’anonimato, in quel momento è una specie di gioco. Nessuno aveva studiato cinema, non potevamo rivendicare alcuna filmografia: eravamo professionalmente ‘illegittimi’. Viene così creata una virtù del bisogno, invocando una legittimità alternativa e misteriosa che si adattava perfettamente al nostro obiettivo: invitare il pubblico a ignorare l’identità dell’autore di un film per sfuggire alle possibili rappresentazioni sociali o politiche.

Nella primavera del 2011”, racconta, “ho visto miei concittadini di tutte le origini sociali, religiose e politiche manifestare in strada a rischio della propria vita urlando: «Karameh» (dignità)! Fino a quel momento, ci era stato impedito di unirci intorno a un valore universale. Potevamo farlo solo intorno alla figura del capo dello stato e degli slogan nazionalisti che mascheravano profonde divisioni sociali ammantate da differenze religioso-confessionali. Dal 2011 le persone hanno cercato di raccontare la propria storia usando telefoni cellulari e social media. Ma le immagini che realizzavano venivano poi incamerate da un’industria globalizzata sulla quale non avevano alcun controllo. Fondamentalmente ci troviamo nella situazione dell’apprendista cineasta: abbiamo la nostra storia e le nostre immagini, ma il nostro film può essere fatto solo se si inserisce in una forma assegnatagli da altri. Ciò che il nostro collettivo critica è l’industria globalizzata che costringe i siriani a rinunciare al proprio film per produrre immagini sensazionalistiche che si adattino alle esigenze del mercato”.

Poi la decisione di uscire dall’anonimato: “Per anni ho accompagnato per anni i miei personaggi: il film li mostra mentre mi rivolgono uno sguardo complice o mi chiamano per nome. È diventato quindi naturale per me accettare di essere un personaggio a mia volta e parte integrante di questa storia collettiva che è la nostra rivoluzione. Ho fatto questa scelta senza esitazione, in accordo con il collettivo”.

Per tornare a ‘Fi At-Thawra’: “Ho scelto di filmare la rivoluzione da un punto di vista fisico piuttosto che politicoSono sempre stata diffidente nei confronti delle persone che parlano di politica. Il mio sguardo è più attratto dai loro corpi, corpi che sono fuori sincrono o in contraddizione con il discorso che stanno facendo. Ciò che mi interessa è capire la politica dei nostri corpi, come abitano il mondo e intrecciano legami tra loro indipendentemente dalla parola. Un giorno la mia macchina da presa è stata attratta da una persona il cui corpo esprimeva un forte messaggio. Ho seguito questa persona che mi ha condotto agli altri. E ci siamo scelti l’un l’altro. Questo è il modo in cui il film è stato costruito grazie al caso, grazie a incontri personali e silenziosi. Ed è per questo che personalità note della politica o dei media, che ho incontrato lungo la strada, appaiono solo come comparse nel mio film…sono sempre riuscita a filmare ciò che volevo e a dar forma alla storia che volevo raccontare. Primo, perché come donna, sono percepita dal potere come un essere innocuo. Poi, perché filmo scene della vita di tutti i giorni, confusa nella popolazione, relativamente al riparo dallo sguardo del potere. Detto questo, quando il regime finisce per assediare la città di un personaggio che filmo, posso sempre contare sull’aiuto dei citizen-journalist di quella città con cui ho costruito una complicità di sguardi”.

E’ la volta, ora, di Maura DelperoPersonaggio curioso e multiforme: nata a Bolzano, studia lettere all’Università di Bologna, poi a Parigi; infine si trasferisce a Buenos Aires, per seguire corsi di drammaturgia. Curriculum più che rispettabile:lavora come assistente in Bangladesh, per ‘Le ferie di Licu‘ di Vittorio Moroni;nel 2005 firma la sua prima regia: il documentario ‘Moglie e buoi dei paesi tuoi’. ‘Four tracks from Ossigeno’, cortometraggio sullo spettacolo ‘Ossigeno’ del Teatro Clandestino, è finalista al Premio Riccione TTV 2008. Il primo lungometraggio, il documentario ‘Signori professori’ del 2008, vince il premio UCCA – Venti Città e il premio Avanti! al ventiseiesimo Torino Film Festival. Due anni dopo la sceneggiatura del suo ‘Nadea e Sveta’ riceve la menzione speciale al Premio Solinas. Il film vince il Premio Cipputi al trentesimo Torino Film Festival, ed è nominato nella cinquina finalista dei David di Donatello nel 2013. ‘Hogar’, progetto per un lungometraggio di finzione di coproduzione italo-argentina, è uno dei dieci progetti selezionati per la Script Station della Berlinale 2015. Il film vince anche la Menzione al Miglior Progetto e il premio ARTE al 64. Festival de San Sebastián. A Locarno è presente con ‘Maternal’, di cui ha anche curato la sceneggiatura.

In buona sostanza è la storia di Lu e di Fati: due adolescenti madri che vivono in una casa di accoglienza di Buenos Aires; c’é poi una terza protagonista: Paola, una ragazza che intende prendere i voti e farsi suora.

Metafora trasparente che si inserisce nel filone di un cinema civile di cui in Italia sembra essersi smarrita l’impronta: l’attuale cinematografia quasi sempre sforma “commedia” che non sa neppure essere tale, vuoi per carenza di autori, vuoi per mancanza di interpreti. ‘Maternal, che pure è ambientato in Argentina, ed è frutto del lavoro di una personalità formatasi da una quantità di ibridazioni, sfugge a questa ‘regola’.

Il film affronta un tema sociale di indubbia portata, in particolare in un paese che ancora non ha legalizzato l’aborto. Delpero parte da un luogo emblematico, in cui ragazze incinte, spesso minorenni, convivono con donne che hanno scelto di non essere mai madri. Su questa inevitabile, sotterranea tensione, lavora con delicatezza e partecipazione, e riesce a costruisce una ‘narrazione’ affidata soprattutto agli sguardi e ai silenzi delle protagoniste: magia consentita solo al cinema,e talvolta alla ‘cugina’ fotografia.

Racconta Delpero: “Partita da una ricerca sulle madri adolescenti, per quattro anni ho lavorato negli hogares di Buenos Aires; volevo conoscerne i codici, le atmosfere. Ho cercato il più possibile di mimetizzarmi, di diventare parte dell’ambiente; non ho filmato né fotografato; ho usato solo il taccuino per rapidi appunti. Da li’ poi è nata la sceneggiaturaIl tema affrontato è spinoso; volutamente Delpero non prende posizione: “Faccio film per curiosità umana, per approfondire interrogativi. Il giudizio nasce dalle certezze e nulla su cui abbia già una risposta ha la forza di attrarmiE’ qui si ritorna alla ‘vocazione’ del festival di cui parla la direttrice Hinstin: sorprendere, scuotere, interrogare.

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