mercoledì, Agosto 5

Locarno festeggia i suoi 70 anni con Jacques Tourneur

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Settant’anni sono un’età rispettabile, anche se la vita umana si è di molto allungata (bisognerebbe considerare, oltre alla “quantità” di anni anche la “qualità”, ma questo è un discorso che porta lontano). Età rispettabile per gli umani, e per le istituzioni, Festival del cinema compresi. Non è da tutti, arrivarci in buona salute, e con la ‘leggerezza’ e la curiosità, la capacità e la prontezza di aprirsi al ‘nuovo’ e al tempo stesso apprezzare e valorizzare il ‘classico’.

È quello che accade al Festival internazionale del cinema di Locarno, paciosa e sonnolenta cittadina del Canton Ticino adagiata sulle rive del lago Maggiore. La prima edizione del Festival risale al 23 agosto 1946, su uno schermo allestito nel parco inclinato del Grand Hotel viene proiettato “O sole mio”, di Giacomo Gentilomo. Un festivalino, verrebbe da dire, organizzato in fretta e furia, in meno di tre mesi, in seguito a un referendum popolare cittadino svolto a Lugano. Già: perché quella era l’originaria sede del festival. Solo che i luganesi bocciano l’idea di costruire un anfiteatro per ospitare le proiezioni della rassegna del film, che, che si era svolta nel biennio 1944-45 su iniziativa di un effervescente imprenditore locale, Raimondo Rezzonico, disposto a vendere l’anima per il cinema (e che del festival di Locarno sarà poi presidente dal 1981 al 1999). Per una tirchieria contingente, i luganesi ancora si mordono le mani, per l’occasione che si sono lasciati sfuggire.

   Quindici appena, i film in programma, per quella prima edizione; tra le altre “Roma città aperta”, di Roberto Rossellini; “Bernadette” di Henry King; “La fiamma del peccato” di Billy Wilder; “Dieci piccoli indiani” di René Clair…  

  Quello di Locarno, assieme a Venezia e Cannes è uno dei più longevi festival del cinema; in questi settant’anni sono stati premiati con il Pardo d’oro artisti del calibro di Claude Chabrol, Stanley Kubrick, Paul Verhovern, Milos Forman, Marco Bellocchio. Glauber Rocha, Alain Tanner

   Tra le specificità del festival, le retrospettive, che spesso “segnano” territori nuovi, inesplorati o poco indagati, attraverso grandi e complete monografie storiche dedicate a maestri come Boris Barnet, Mario Camerini, Yasujiro Ozu, Allan Dwan, Orson Welles, Aki Kaurismaki, Marco Bellocchio, Ernest Lubisch, Otto Preminger, George Cukor, Sam Peckinpah; indimenticabile la retrospettiva  del 1977, dedicata al regista finnico Mauritz Stiller, lo scopritore di Greta Garbo. Indimenticabili, i film color ruggine, muti, con didascalie tra una scena e l’altra, in sottofondo la musica “eroica” suonata da un pianoforte, ai piedi dello schermo…

  La retrospettiva di quest’anno è dedicata al regista francese Jacque Tourneur. Personaggio tutto da scoprire, Tourneur. A lungo considerato “minore”, autore di cosiddetti “B-Movie” (ma non è lo stesso destino riservato a Dawn, o al da poco deceduto Cesar Romero, per non dire di Mario Bava?), i film di questo regista oggi sono oggetto di una lusinghiera rivalutazione; sono gli stessi francesi, che a lungo hanno storto il naso di fronte a Tourneur, a parlare di opere “incisive”, “visionarie”, “intrise di straordinaria attualità”. Si riconosce, oggi, che Tourneur abbina forza affabulatrice del racconto di genere con poesia visiva eredità forse di quella doppia matrice europea e americana che era la sua cifra. 
  Ma chi è, Jacques Tourneur? Nasce a Parigi nel 1904. Suo padre, il regista Maurice Tourneur, è uno dei pionieri del cinema francese. Dopo i primi film in Francia Maurice, prima dello scoppio della Prima Guerra Mondiale, si trasferisce con la famiglia negli Stati Uniti; diventerà regista affermato e acclamato dal pubblico. Nel 1928 i Tourneur rientrano in Francia; Jacques esordisce alla regia nel 1931, con “Tout ça ne vaut pas l’amour”. Realizza altri tre film poi il rientro negli Stati Uniti. L’incontro con il produttore Val Lewton alla “RKO” è all’origine di una collaborazione tra le più fruttuose della storia del cinema; insieme lavorano ad alcuni film riconosciuti ancora oggi come pietre miliari del cinema: “Cat People” (1942); “The Leopard Man” (1943); “I Walked with a Zombie” (1943).

   Ridurre l’opera di Tourneur a questi film sarebbe tuttavia limitativo. Si tratta di un autore a tutto tondo, capace di esprimersi nei generi più diversi: dal poliziesco (“Nick Carter”, “Master Detective”) al western (“Canyon Passage”, “Great Day in the Morning”), dal film di cappa e spada (“Anne of the Indies”, “The Flame and the Arrow”) a quello di guerra e spionaggio (“Berlin Express”, “Days of Glory”), dal noir (“Nightfall”, “Out of the Past”), al melodramma (“Experiment Perilous”, “Easy Living”) o al film di avventura (“Appointment in Honduras”, “The City Under the Sea”).

   Nel 1966 Tourneur rientra in Francia e vive appartato a Bergerac. Un rammarico lo accompagna: non essere riuscito a realizzare il progetto più amato: “Whispering in Distant Champbers”, sulla presenza di entità incorporee e fantasmi nei castelli. Già: perché Tourneur è un cultore del soprannaturale; crede nell’esistenze di dimensioni e di mondi paralleli; è convinto ci siano “passaggi” che conducono “altrove”. Petr Kral lo definisce non per caso “il più lirico dei cineasti americani”. La sua “filosofia” cinematografica? E’ racchiusa in un brano di una rara intervista rilasciata a Jacques Manlay e Jean Ricaud, per “FR3 Bordeaux”.

  “Ci deve essere conflitto nella scena”, dice il regista. “Ci sono due tipi in un film, uno dice all’altro: ‘Che ora è?’; e l’altro: ‘Sono le sei’. Questa non è una scena. Ma se c’è uno che dice: ‘Che ora è?’, e l’altro: ‘Perché?’; ‘Come perché? Vi ho chiesto l’ora’; ‘Sì, ma perché?’; ‘Va bene, vecchio mio, se non volete dirmelo…Io semplicemente volevo saperlo, ho un appuntamento…’; e si continua così, è bianco e nero, questo fa una scena. C’è sempre bisogno del conflitto in tutti i buoni film, c’è sempre gente che non si capisce per un motivo o per un altro, si mostrano troppe famiglie felici, i borghesi attorno a una tavola, interminabile…Serve qualcuno che faccia qualcosa di sbagliato…”.

    Insomma Tourneur è un “artigiano” di quella Hollywood che non aveva bisogno di ricorrere a effetti speciali, e rispettava i budget al centesimo. L’insieme della sua opera rivela tuttavia un autore di grande qualità. La retrospettiva locarnese è finalmente l’occasione per “recuperare” un autore artefice e protagonista di un modo di fare e intendere il cinema capace di coniugare linguaggio visivo e orale; che sa esprimersi con un sapiente gioco di inquadrature, movimenti di macchina, uso delle luci. Averne, oggi, di “artigiani” onesti e geniali come Tourneur.

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