giovedì, Gennaio 23

Lobbying, il traguardo della trasparenza

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A che punto è l’iter legislativo in materia?

La Legge-quadro costituisce uno dei temi che ha ricevuto più proposte andate deserte: parliamo di oltre 50 disegni di legge negli ultimi 40 anni, diciamo a partire dalla metà degli anni Settanta, molti dei quali non sono neppure stati calendarizzati.

Tuttavia, negli ultimi anni si è avuta una forte spinta alla formalizzazione. In particolare, nel 2016 è stato avviato, da parte delle Regioni, un processo di regolamentazione dell’attività di lobbying, grazie ala loro autonoma potestà legislativa. Certo, ogni legge regionale è diversa e meriterebbe l’armonizzazione dell’auspicata legge-quadro, così da evitare alle agenzie di lobbying infinite richieste di documenti e informazioni difformi da una Regione all’altra (spesso le agenzie operano entro ambiti territoriali che oltrepassano i confini regionali). Allo stato attuale, la proposta di legge «Orellana» costituisce un contributo importante. Presentata in Commissione Affari Costituzionali, ha ricevuto oltre 800 emendamenti, che Riparte il Futuro ha studiato e analizzato. Doveva essere votata ma è tuttora ferma in Senato.  Inoltre, in questo momento non compare più nell’ordine del giorno  e si affaccia la possibilità che la stasi si protragga fino alla fine della legislatura.

Nell’aprile 2016 è invece arrivata a destinazione una proposta di regolamentazione interna a Montecitorio: un registro speciale istituito dalla Camera dei Deputati.  Certo, la sua efficacia è limitata a quel particolare contesto, non esiste uno strumento simile per i Ministeri, dove, di fatto, si consuma la maggior parte dell’attività di lobbying. Peraltro, Montecitorio ha forza simbolica e sappiamo che nella realtà politica, contano anche i simboli.  Ad oggi, la Camera è provvista di un Registro dei portatori di interessi e ogni agenzia o organizzazione iscritta ha accesso, tramite 2 badge, a un’area dedicata all’attività di lobbying.

Un registro pubblico, una stanza per le riunioni e l’obbligo di redigere un rapporto annuale: sembra una procedura di accesso lineare.

La burocrazia esiste anche nella sua veste digitale. Da circa un mese e mezzo stiamo provando a iscriverci, senza successo, attraverso lo SPID, il «Sistema Pubblico di Identità Digitale». Inoltre, occorre perfezionare la registrazione presentando altri dati e documenti.

Fa eccezione il Registro dei lobbisti – con tanto di codice di condotta – del Ministero per lo Sviluppo Economico, istituito nel settembre 2016 in occasione del Terzo Programma di azione dell’«Open Government Partnership», al quale ha fatto seguito la creazione di un’agenda pubblica degli incontri. I lobbisti iscritti sono risultati, al primo marzo, 632.

La scorsa settimana, il «Ministro per la Semplificazione e la Pubblica Amministrazione» Marianna Madia ha proposto che i tutti Ministeri adottino un registro e un’agenda, in modo che risulti chiaro chi sono i loro interlocutori, di quali interessi si fanno portatori, verso chi e con quali capitali. In sintesi, si tratta dei nodi principali oggetto della nuova disciplina sulla trasparenza, tali da garantire non solo il comune cittadino, ma le stesse agenzie e società che operano in tale ambito. Queste ultime, infatti, a differenza dei faccendieri, hanno interesse a essere tutelate al pari di altri professionisti, evitando di incorrere in imputazioni per «Traffico di influenze illecite» (Art. 346bis Codice Penale).

Un reato – a sentire gli stessi organi giudicanti – ritenuto indimostrabile per mancanza di definizione (cosa si intende per influenze «lecite», ossia l’oggetto dell’attività di lobbying?) e difficoltà nel rilevare la coincidenza richiesta tra effetti del traffico e contrarietà ai doveri di ufficio.

La fattispecie, introdotta dalla L. n. 190/2012, voleva punire i faccendieri, ma se prima non si definisce chi è il lobbista ‘buono’, si rischia di far ricadere nel reato moltissimi portatori di interessi che svolgono consulenza secondo comprovati canoni di professionalità. I registri servono a questo.

Ma come riescono questi soggetti a incidere sulla politica?

Se sei riconosciuto come un soggetto portatore di influenze, il legislatore sa che dovrà sentirti. Confindustria ha un ruolo tanto istituzionalizzato che è quasi ritenuto un ibrido con la pubblica amministrazione. Esiste un’ampia sfera ‘intermedia’ alla quale i lobbisti hanno accesso, comprendente le audizioni in commissione, la produzione di dossier, la presentazione di rapporti e raccolte dati al fine di convincere il pubblico decisore. Il problema si presenta per i soggetti ‘piccoli’, anche per i rischi di confusione ai quali accennavo: nei corridoi dei ministeri, fuori dalle stanze delle commissioni, accanto agli assistenti parlamentari sta un ampio vivaio di persone senza badge né altro titolo. Sappiamo che si può entrare alla Camera solo se accompagnati da un deputato, ma diversi attori entrano comunque, affiancano le commissioni, fermano i parlamentari e gli passano materiale. Tutto ciò significa influenza dei processi decisionali ed costituisce l’attività ordinaria di un «public affair advisor», ossia una società di consulenza specializzata nelle relazioni istituzionali (ad esempio: PAA per comunicazione strategica e sostenibilità ambientale; Vodafone, Google, Ibm per telecomunicazioni e digitale; Policy Sonar per analisi sul rischio politico e finanziario).  Sul piano degli effetti, queste società lavorano, in concreto, per orientare i finanziamenti, bloccare una proposta di legge in arrivo, organizzare meeting ed eventi a supporto di una particolare posizione, sedersi a un tavolo decisionale e porre in rilievo elementi determinanti di un report.

Possiamo parlare, per ciò che è stato finora nel nostro Paese, di consuetudine lecita fatta di strutture e rapporti quotidiani, da fatto riconosciuti dalle parti?

Direi di sì, cercando però di uscire allo scoperto, lontano dalle lunghe ombre delle logge e di un passato non troppo trasparente, che ha veicolato lo stereotipo negativo oggi diffuso nell’opinione pubblica. Il Registro dei portatori di interesse istituito dal Ministero dello Sviluppo va in questa direzione, come è già avvenuto nei paesi anglosassoni e, in sede europea, con il registro istituito dal Parlamento di Bruxelles (meritevole, peraltro, di una riforma in quanto ancora facoltativo). Il Vice-Ministro dei Trasporti Riccardo Nencini, non potendo istituirlo per legge per l’intero dicastero, ha reso pubblica, sul suo profilo ministeriale, un’agenda degli incontri. Da parte delle amministrazioni locali, l’esempio è stato seguito da Roma e Milano, con le agende istituite da Flavia Marzano e Lorenzo Lipparini: certo si tratta di iniziative ‘senza portafogli’ per migliorare il rapporto tra cittadini e istituzioni e difficilmente troveremo lobbisti ‘cattivi’ (pensiamo a EXPO) in seduta con quegli assessori. Ma, come dicevo, i simboli contano e valgono come segni di cambiamento, sulla strada per la trasparenza.

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